Gesù fu vegetariano?


Collage di Vincenzo Toccaceli

L’ingenuità è una forma di saggezza o di stoltezza?? Il problema è irresolubile, come buona parte dei problemi che assillano il comportamento umano. Ma il dubbio può essere risolto: tuttavia soltanto con la spada di Alessandro che taglia il nodo di Gordio 
Da notare che l’incontro fra Alessandro ed il cinico Diogene è un falso, un falso ben congegnato per coprire fatti  molto più importanti.. 
Come l’origine centro-asiatica della religiosità cristiana, o meglio degli aspetti più interessanti della religiosità cristiana, che hanno pervaso, proprio grazie ad Alessandro, la cultura ellenistica la quale, come sappiamo, è una sincresi tra visione del mondo indiana, pitagorismo, misteri Eleusini, platonismo e neo platonismo, e soprattutto NEOPLATONISMO, il quale a sua volta esprime la diffusione di due filosofie sapienziali: epicureismo e stoicismo, di cui il massimo esponente fu Seneca, del quale, non a caso, si ciancia una corrispondenza nientemeno che con Saul, il cosiddetto mediatore fra romanità ed ebraismo, sulla reale esistenza del quale abbiamo ben poche prove. 
Ma noi, invece, abbiamo le prove dell’incontro di Alessandro con Dandami. Quest’ultimo, alle profferte di Alessandro, risponde: ”Ho il cielo come tetto, tutta la Terra come letto. I fiumi mi versano da bere, la foresta mi fornisce il cibo. Non mi nutro delle viscere degli animali, come fanno i leoni, né le carni degli animali e degli uccelli imputridiscono racchiuse nel mio ventre, non sono un sepolcro di cadaveri, ma la natura provvidente mi porge tutti i suoi frutti come una madre offre il suo latte” .
Così diceva Dandami, in rappresentanza della cultura brahminica, già ufficialmente apprezzata da Tertulliano, Girolamo ed Origene (a smentire la tesi dell’isolamento del mondo antico). 
Da notare che di queste frasi le parole messe in bocca a Gesù relative agli uccelli nel cielo ed ai gigli nel campo, su cui scrisse un bel saggio Soren Kierkegaard, sono una misera eco. 
Ma torniamo a noi. Di quest’incontro ci lascia traccia uno scritto nientemeno di uno dei massimi inventori (nel senso di sintetizzatori delle cultura ellenistico-indiana) del cristianesimo: Sant’ Ambrogio vissuto fra il 339 ed il 397 d.C. Questo scritto è stato pubblicato in italiano con il titolo: ”Il modo di vivere dei Brahmani”
La premessa serve per dire che Cristo è chiaramente una figura mitica, nella quale sono state inserite peculiarità ed attributi di “uomo perfetto” secondo la filosofia e la psicologia ellenistico-indiana e pertanto definito uomo-dio per la banale ragione che un uomo diventa dio solo se configura la propria vita prendendo ad esempio Gesù. Quanto qui scritto non è frutto di una mentalità materialista, relativista e razionalista nonché ateista. 
Al contrario, si tratta di una religiosità naturale, neopagana se così la vogliamo chiamare, che si avvale delle conoscenze prima inesistenti, ottenute grazie al progresso scientifico e tecnologico, nonché alla diffusione della cultura e delle conoscenze. 
Pertanto, non riesco a capire i discorsi di certi cattolici che affermano che Gesù era vegetariano. Se questa persona, di cui si racconta esser vissuta in Palestina e proveniente da ceppo galileo, fosse realmente vissuta in tale luogo, la sua alimentazione sarebbe stata in prevalenza carnea. Come consuetudine di popolazioni provenienti dal deserto che a tutt’oggi si nutrono di capre. Tal quali gli abitanti della Tanzania, la popolazione degli Hadza, che ignorano l’ agricoltura e si nutrono di cacciagione (cioè degli animali che riescono ad  uccidere con le loro frecce). Questi primitivi sono attentamente studiati dagli antropologi i quali sperano di conoscere attraverso loro la vita dei “nostri” antenati. Altra illusione scientista!
Infatti noi, popolazioni mediterranee, siamo intimamente legati alla Terra e come tali usufruitori dei frutti da tale ambiente prodotti, che non sono animali. Così come i Brahmani, che potendo nutrirsi vegetariano, grazie alla ricchezza della flora locale, lo fanno. 
Per concludere: ritengo una forma di infantilismo, della specie di quella utilizzata per inventare una figura mitica in possesso di TUTTE le virtù possibili ed immaginabili dalla cultura ellenistica, ed attribuirle a un Dio-Uomo di nome Gesù (ne conosciamo anche gli inventori che sono Clemente Alessandrino e Filone d’Alessandria).  
E poiché costui è l’incarnazione di tutte le perfezioni, gli attribuiamo tutte le qualità man mano che ci vengono alla mente o introiettiamo nuove culture o maturiamo interiormente. 
Secondo questo criterio, invece di invitare gli artisti a tratteggiare con arte attualistica una figura umana di santone barbuto (ah! i brahmani!) la Chiesa dovrebbe far dipingere una figura umana con tanti francobolli appiccicati sul corpo, ciascuno recante un timbro di autentificazione di una teoria e di una virtù.
Nota finale: qualcuno ha notato il nuovo Cristo new-age che sta diffondendosi con santini, immagini sacre, stampe e quant'altro?  Infatti, l'incontro fra le due concezioni della Vita e del Mondo non è avvenuto con il cinico Diogene, ma con un esponente dei Brahmani, il quale, interrogato da Alessandro, risponde in modo adeguato. 
Giorgio Vitali
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Sincronia universale - Riconoscersi in ciò che è... dove l'agire si svolge da sé


Tutti  agiamo in modo spontaneo, sempre, ognuno mette in pratica quel che sente. C'è un'aura che lo dimostra, c'è un odore che lo annuncia. Tu non puoi comportarti diversamente da come i tuoi pensieri indicano.
In natura come nell'individuo l'agire si svolge da sé in sincronicità con il Tutto
Come e da dove sorgono i tuoi pensieri?
Chi li sceglie?
Chi decide una via di azione piuttosto che un'altra?
Forse il desiderio?
Forse la volontà di raggiungere un fine?
E dove si raggiunge qualcosa se non nel mondo delle apparenze, nel sogno dell'esistenza?
Da qui la teoria del karma che pone l'uomo all'interno di una ruota. La stessa ruota che vediamo nelle gabbiette dei criceti. Si muove perché il criceto che ci sta dentro la fa muovere. In se stessa la ruota è inerte. Perciò sia nel taoismo che nell'advaita si proclama "il non agire", nel senso di non compiere azioni con la finalità di un raggiungimento.
Però, in tutta sincerità con te stesso, agisci, non rifuggire dall'azione per paura. Lo stesso Krishna ad Arjuna disse: "Se rifuggi dall'agire la tua stessa natura ti spingerà a compiere le azioni che sono a te dovute". Perciò agisci conformemente al tuo "Dharma/Karma" e lascia i risultati al "Cielo"...
Ed ora un approfondimento: Il “vuoto” taoista - ... se il vero Tao al nostro percepire determinista appare come un nulla, che per noi corrisponde al vuoto del sé (della coscienza individuale), esso segna il ritorno beato nella matrice silenziosa, che attira e proietta l’esperienza del pensiero empirico e poi lo riassorbe nel nulla da cui proviene. Questa kenosi del Tao procede per sua propria natura e non presuppone alcuna volontà creatrice o distruttrice. E da qui si comprende la non valutazione taoista per un Dio personale.
Il manifesto è solo una apparenza, appare nella mente una propensione perché così è nella natura della mente. Accettala e passa oltre. Vivi momento per momento osservando tutto ciò che avviene. Pian piano ti accorgerai che non compirai le azioni sforzandoti o in reazione a quelle degli altri, ma saranno spontanee risposte, senza ricerca di un "esito" definito.
Secondo lo psicologo taoista Alessandro Mahony per i taoisti non esisterebbe quindi tanto una causa effetto ma piuttosto una sincronicità: "Non che cosa è, ma che significato ha per me, ora".
«Tutto il nostro ragionamento si basa sulla legge di causa ed effetto, che opera come una successione. Qualcosa accade ora, perché qualcos'altro è accaduto allora. I cinesi non ragionano tanto secondo questa linea orizzontale, che va dal passato al futuro, attraverso il presente: ragionano verticalmente, da ciò che è in un posto ora a ciò che è in un altro posto ora. In altre parole non si chiedono perché, o per quali cause passate, un certo ordine di cosa avvenga ora; si chiedono: Qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento? La parola Tao è la risposta a questa domanda». (Alan Watts, Il significato della felicità [109])
Quindi un Taoista non ragiona seguendo una ideale linea orizzontale di causa effetto ma, piuttosto, seguendo una linea verticale, cercando di connettere tra loro cose che sono in un posto ora ed in un altro posto ora. La domanda che si pongono è: "qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento? Ragionano quindi secondo un concetto che potrebbe essere chiamato sincronicità.
Ed ancora: «quando un occidentale sente di pensare, crede che un tal fatto sia dovuto ad una specie di fatalismo o determinismo. [...] La prima illusione è quella di credere che ciò che sta accadendo accada a lui e che quindi sia vittima delle circostanze. Ma se siamo immersi nell'ignoranza originaria non esiste un tu diverso dalla cosa che sta accadendo. Quindi la cosa non sta succedendo a noi, succede e basta. [...] La seconda illusione è quella di credere che ciò che sta accadendo ora è la conseguenza di un evento del passato. [...] Dobbiamo essere davvero ingenui per credere che il passato provochi quanto avviene oggi. Il passato è simile alla scia lasciata da una nave. Alla fine ogni traccia scompare. [...] È moto semplice: tutto comincia adesso, perciò è spontaneo: non è determinato [...], non è nemmeno casuale [...]. Il Tao è un certo tipo di ordine [...] che però non è precisamente ciò che noi definiamo ordine quando disponiamo un oggetto in un ordine geometrico, in scatole od in file. Se osserviamo un pianta di bambù ci è perfettamente chiaro che la pianta possiede un suo ordine. [...] I cinesi lo chiamano Li [...]. Tutti cercano di esprimere l'essenza del Li. Ma la cosa interessante è che nonostante si sappia cosa sia, non c'è modo di definirla». (Alan Watts, Il significato della felicità [111] pag. 17-18).
E' difficile conciliare i due concetti o no?
In verità Alan Watts è un grande estimatore del Tao ed è riuscito molto bene ad individuarne i punti salienti, egli affermò: "ogni forma di controllo ricade infine sul controllore". Infatti nella tradizione Taoista «L’uomo si conforma alla Terra, la Terra si conforma al Cielo, il Cielo si conforma al Tao, il Tao si conforma alla spontaneità».
La spontaneità è sinonimo di naturalezza, categoria eversiva nel mondo artificiale del contrattualismo sociale e del dominio tecno-scientifico.
Ed allora che significato ha compiere azioni "virtuose" con l'intento di un raggiungimento?
Come ad esempio ripetere costantemente il mantra Nam Myoho Renge Kyo (dedicato alla legge di causa effetto) per realizzare i desideri?
Evidentemente non ha un senso per un taoista. Però ha un senso per "accreditare" un'ipotetica "volontà" personale ("Ichinen" si chiama in giapponese). Comunque il pensiero assume una forma, ogni qualvolta lo si desidera, con più o meno forza secondo l'intensità. Ma questo processo nel taoismo - come nell'advaita - è ritenuto una forma di "schiavitù", di immersione nell'illusione del "sogno" (Samsara).
Ciò non toglie che il il sogno esiste, finché si dorme, e pur non essendo "vero" è comunque "reale" per il tempo che dura... finché non giunge il momento del Risveglio.

 Paolo D'Arpini

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Nagarjuna e l'osservatore silenzioso


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"Nomen est Omen" dicevano i latini... e loro sì che se ne intendevano poiché per loro, come per tutte le popolazioni di cultura indoeuropea, il nome portava  con sé un significato. Mica come al giorno d'oggi in cui i nomi si portano appresso solo la storia di un ipotetico "santo" della cristianità. 

No, una volta, per gli antichi popoli pre-cristani il nome  stabiliva una qualità, era una sorta di auspicio, di "emblema" con il quale il nuovo nato veniva insignito.  Ed allora vediamo quale è il destino assegnato a "Nagarjuna" analizzando il suo nome. Tanto per cominciare Naga, che sta anche per nudo, indica un serpente. Un sacro cobra, una divinità (non quel serpente demoniaco della bibbia), mentre Arjuna  significa letteralmente "il puro". 

Sia nell'accezione di "nudo" che di "puro" si sottintende una
pulizia, una sincerità, una onestà, una semplicità.. insomma una saggezza. E Nagarjuna confermò queste qualità.


Tanto per cominciare egli nacque (probabilmente),  nel II secolo d.C. in Andhra Pradesh, in una famiglia di brahmani.  Secondo una tradizione nacque sotto un albero di Terminalia Arjuna, fatto che determinò la seconda parte del suo nome. La prima parte, Naga, lo si deve ad un viaggio che avrebbe condotto, sempre secondo alcune leggende, nel regno dei naga, i cobra divini, posto sotto l'oceano, per recuperare i Prajñāpāramitā Sūtra ad essi affidati dai tempi del Buddha Shakyamuni. 

Certo queste son tutte storielle aggiunte per dare lustro ma sicuramente di vero c'è che Nagarjuna fu un grande filosofo e conoscitore della realtà. Sia i seguaci del Madhyamaka sia gli studiosi  di quella scuola riconoscono Nagarjiuna come il
suo fondatore. Più in generale si può dire che sia stato uno dei primi e principali pensatori originali del Mahāyāna, di cui sistematizza l’idea  della non sostanzialità di tutti  gli  elementi  della realtà fenomenica.

I suoi scritti  ancora oggi rappresentano una vetta quasi insuperata di concettualizzazione  del metafisico. In termini che ai giorni nostri furono ripresi da filosofi come Friedrich Wilhelm Nietzsche o -volendo restare in un ambito "indiano"- dal grande propugnatore dell'Advaita moderno: Nisargadatta Maharaj. 
Ecco cosa disse di lui Osho, un altro maestro dei nostri tempi: "Nagarjuna fu uno dei più grandi Maestri che l'India abbia mai prodotto, del calibro del Buddha, Mahavira e Krishna. E Nagarjuna era un genio raro. A livello intellettuale non esiste paragone possibile con nessun altro al mondo. Capita raramente un intelletto così acuto e penetrante."

Nagarjuna, oltre l'impermanenza temporale,  indicò una ulteriore qualità nella non sostanzialità dei fenomeni: essi erano vuoti anche di una loro identità in quanto dipendevano uno dall'altro sul piano temporale.  Tutti i fenomeni  sono quindi privi di sostanzialità, poiché nessun fenomeno possiede una natura indipendente. Egli esprime la sua posizione in quella che è 
 un'opera capitale del buddhismo: le Madhyamakakarika, Stanze della via di mezzo. Evidentemente riportata da suoi seguaci, come avvenne per i detti del Buddha, poiché  Nagarjiuna  riteneva che il linguaggio è inevitabilmente illusorio in quanto prodotto di concettualizzazioni ed è per questa ragione che egli rifiutò sempre di definirsi detentore di una qualsivoglia dottrina. Poiché l'esperienza della vacuità non è compatibile con alcuna costruzione di pensiero.  E l'idea stessa della vacuità rischia di essere pericolosa, se alla vacuità viene  attribuita una identità. 

Lo stesso  Buddha  aveva messo in guardia dall'assolutizzare la propria dottrina, considerandola altro che un semplice mezzo per raggiungere la liberazione ("una zattera per attraversare un fiume, che va abbandonata appena si è arrivati all'altra sponda"). 

Di seguito alcune  citazioni che possono aiutare il lettore a
comprendere meglio il  punto di vista di Nagarjuna:



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"La coproduzione condizionata, questa e non altra noi chiamiamo la vacuità. La vacuità è una designazione metaforica. Questa e non altro la via di Mezzo.La realtà assoluta non può essere insegnata, senza prima appoggiarsi sull'ordine pratico delle cose: senza intendere la realtà assoluta, il nirvana non può essere raggiunto"

"Se il mondo fosse non vuoto, non si potrebbe né ottenere ciò che non si possiede già, né mettere fine al dolore, né eliminare tutte le passioni."

"Se gli illuminati non appaiono e se gli uditori sono spariti, un sapere spontaneo si produce allora isolatamente negli Svegliati solitari"



Paolo D'Arpini


La sindrome della Sindone e pezzi di storia e misteri dei Templari


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Treia. Paolo D'Arpini (in incognito) nei pressi dell'Accademia Georgica



Il 12 settembre 2017 a Treia c'era il sole, così la mattina ne ho approfittato per recarmi, accompagnato da Valeria, a fare un giro di propaganda fide (volantinaggio) per il prossimo evento "Equinozio d'Autunno" del 23 e 24 settembre,  nei luoghi per me non raggiungibili a piedi (ovvero Borgo, Chiesanuova e Passo di Treia). Fra un tragitto ed un altro, si sa, in macchina si fanno delle chiacchiere ed un argomento toccato da Valeria è stato quello dell'atteso incontro sulla "Sacra Sindone di Torino" organizzato dall'Accademia Georgica per il 15 settembre 2017 qui a Treia (vedi: http://www.accademiageorgica.it/eventi/2017/sindone.html). 

Alla storia della Sindone, almeno quella fornita da religiosi e aficionados del mistero,  in cui si presume che potesse rappresentare il volto e la figura di Gesù, non ho mai creduto. 

Di reliquie finte ne ho conosciute tante, ho una certa esperienza poiché essendo vissuto a Calcata, dove si diceva che fosse conservata la reliquia più famosa "Il Prepuzio di Gesù Bambino", cioè un pezzo "reale" del corpo di Cristo, (Vedi: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2013/06/calcata-furto-del-sacro-prepuzio.html) ed avendo fatto una ricerca sulle centinaia di migliaia di reliquie conservate al Vaticano e nelle chiese di tutta Europa e Medioriente, mi ero fatto un'idea precisa su questi reperti, che  avevano un solo scopo: alimentare la credulità popolare per specularci sopra.

A parte questo, sin dal 1989, con l'analisi al radiocarbonio è stato appurato che la tela della Sindone risale al Medioevo, quindi risulta praticamente impossibile che fosse il telo originale in cui si dice che Giovanni di Arimatea avesse avvolto il corpo del Cristo (Vedi:
http://www.gesustorico.it/htm/vangeli/cosavidegiovanni.asp).


Inoltre, proprio l'anno scorso, qui a Treia, mi sono letto i libri di  Christopher Knight e Robert Lomas sulla storia dei Templari ed in particolare sull’ultimo Gran Maestro Templare Jacques De Molay, torturato ed arso vivo a Parigi nel 1307 perché riconosciuto (dalla chiesa e dal re di Francia) colpevole di eresia. I libri dei due autori inglesi andrebbero letti e ponderati con molta attenzione poiché mi sembra che racchiudano una verità storica inoppugnabile sulla Sindone.  Tra l'altro la Sindone si trova a Torino perché acquistata dai Savoia dalla famiglia   di Goffredo De Charney (anch’egli bruciato sul rogo insieme a De Molay) che la custodiva (Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Sindone_di_Torino)

Ma di questo potrete avere un'idea più completa leggendo l'articolo che segue...


Paolo D'Arpini


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I ricercatori Christopher Knight e Robert Lomas hanno condotto una ricerca estensiva in ambito Templare e Massonico con i due volumi “The Hiram Key” [La Chiave di Hiram N.d.A.] e “The Second Messiah” [Il Secondo Messia N.d.A.]. Essi descrivono la teoria del Mandylion teorizzando che l’immagine della Sacra Sindone mostri in realtà il volto dell’ultimo Gran Maestro Templare Jacques De Molay, che fu torturato alcuni mesi prima della sua esecuzione nel 1307. 

L’immagine sul telo certamente coincide con la descrizione che viene data di De Molay come mostrato in alcuni intagli Medioevali: naso aquilino, capelli lunghi fino alle spalle e divisi al centro, barba lunga con biforcazione alla base, e l’altezza (si diceva che De Molay fosse piuttosto alto).

Molti hanno criticato tale teoria sulla base del fatto che la Regola dell’Ordine proibiva ai Templari di far crescere i capelli. La spiegazione regge fino a un certo punto, visto che De Molay passò sette anni in prigione e sembra improbabile che in quel tempo gli fosse concesso il lusso della cura della persona. Knight e Lomas continuano dicendo che il telo figurava nei rituali Templari di risurrezione simbolica e che il corpo torturato di De Molay fu avvolto in un sudario, che i Templari conservarono dopo la morte del Gran Maestro. 

I ricercatori sostengono che sangue e acido lattico del corpo di De Molay si sarebbero mescolati al franchincenso (usato per sbiancare il panno) così da imprimere l’immagine del volto sul tessuto. Quando la Sindone fu esposta per la prima volta nel 1357 (50 anni dopo la distruzione dell’Ordine) dalla famiglia di Goffredo De Charney (anch’egli bruciato sul rogo insieme a De Molay) le persone che videro il telo riconobbero in esso l’immagine di Cristo. Gli autori teorizzano che Jacques De Molay potesse essere stato torturato in una maniera molto simile al Cristo per una sorta di macabra provocazione. A quel punto, allora, le ferite inferte al vecchio Templare erano le stesse di quelle di Gesù  sulla Croce. 

Oggi si crede comunemente (attraverso la datazione del Carbonio), che la Sindone risalga al tardo XIII sec. e non alla possibile data della crocifissione di Cristo. E’ interessante notare come la Chiesa rese noti i risultati dell’analisi al Carbonio-14 il 13 ottobre 1989, cioè lo stesso giorno dell’arresto dei Templari da parte della Chiesa e della monarchia di Francia.

Stralcio di un articolo di Diego Antolini 

Santoni e miracoli del pensiero - Un'altra vita è possibile?

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Ormai ero arrivato a crederci anch’io di essere un caso disperato, visto che me lo facevano capire un po’ tutti: alcuni con tatto e diplomazia, in modo indiretto ma allusivo, altri proprio sfacciatamente e senza riguardi. Il peggio era quando – soprattutto le donne- mi guardavano con quell’aria di compatimento mista a una sorta di materna tenerezza che proprio non riuscivo a mandar giù. “Eh, poverino…” era il loro pensiero inespresso, mentre si scambiavano pietosi sguardi di circostanza.
Ma cosa c’era che non andava in me?
Esteriormente, niente: certo, non ero molto bello, però i miei pezzi erano tutti al posto loro. E mentalmente? Anche: quoziente intellettivo nella media, secondo tutti i test psicologici proposti periodicamente dalle riviste (ne avevo fatta incetta in un periodo di vari mesi, a partire dal Piccolo Chimico per finire con Annabella Di Giorno, senza naturalmente tralasciare Cucina erotica, Sofà & Nunsofàgnente, Punto croce uncinata, Il Fighetto e Lo spazzino moderno).
Insomma niente, sembravo un inno alla normalità.
Il problema era quando mi mettevo a fare qualcosa – e intendo qualsiasi cosa: ne usciva un pasticcio da minorati, peggio di un Picasso trasferito alla realtà di tutti i giorni.
Se compravo un cane quello col cavolo che mi si affezionava: mi mostrava i denti e dopo qualche mesetto mi mordeva quando meno me l’aspettavo: uno si era anche abituato a pisciarmi addosso, come regola quotidiana.
Se facevo una torta o qualsiasi specialità culinaria intervenivano i pompieri. Avevo dovuto rifare la cucina quattro volte in due anni.
Non andavo ormai più in macchina, perché mi aveva convocato l’assicuratore per farmi assistere personalmente al rogo della mia polizza da parte sua nel suo ufficio, e minacciandomi che se la compagnia falliva a causa mia lui mi avrebbe bruciato, allo stesso modo, la casa.
Le biciclette: penso di aver raccolto sulle gomme più chiodi di quelli presenti in tutti i negozi di ferramenta della città. I pattini a rotelle: fratture e distorsioni.
Quindi andavo a piedi, ma nemmeno ciò era esente da rischi: infatti un paio di volte mi avevano sfiorato dei vasi da fiori caduti dai balconi, e qualche vecchietta in bicicletta colta da improvviso malore riusciva sempre a centrarmi in pieno ogni tanto. I piccioni si passavano parola quando mi vedevano uscire di casa e scommettevano sulla qualità della loro mira nei miei confronti.
La volta che, miracolosamente, ero riuscito ad attirare nel mio letto una femmina d’uomo (sorvolando sulle sue caratteristiche fisiche) e lei mi aveva chiesto di chiudere le tende, scendendo dal letto ero inciampato nel lenzuolo, e nel cadere mi ero aggrappato alla tenda, tirandola giù insieme al bastone, che era caduto direttamente in testa alla ragazza, che era stata messa kappao e avevo dovuto chiamare il 118. Avventura finita. Prima ancora di cominciare.
Insomma, qual’ era la soluzione? 

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Mi dissero: sai, nel Nepal conosco un santone…
Il solo pensiero di quel che sarebbe potuto succedere ai miei sfortunati compagni viaggiatori in aereo mi atterriva; d’altronde a mali estremi, estremi rimedi…..
Incredibilmente, tutto andò bene. Però, mentre facevo la fila per scendere dall’aereo a Kathmandu sentii un tonfo e un’esclamazione soffocata provenire dalla carlinga del pilota. Immediatamente corse fuori una hostess con il viso angosciato, chiamando aiuto e chiedendo se c’era un dottore a bordo.
Che freddo su quelle montagne innevate, altitudine media 5000 metri SLM! Gli Yak mi guardavano con compatimento – anche loro!- come se sapessero che ero freddoloso di natura. Bene o male (e direi più male che bene) arrivammo dal santone. Aspettavo ansiosamente le sue parole di saggezza.
Mi accoglie dicendo: “Vuoi un tè? Un caffè? Uno zabaione? Un cognacchino? Un maritozzo con la panna?”
“Ma.... come,lei…?”
“Ah, ah! Ci sei cascato!” e si fa una risatina chioccia, sommessa e contenuta, tipica del grande saggio himalayano. Strano santone, pensai. 
“Che ore sono?” Mi fa poi.
“Mmmh… le otto e mezza”
“Uohh, stasera gioca il Milan, aspetta che accendo”
Io lo guardo sbigottito mentre si dirige verso un immenso televisore al plasma, per rendermi poi conto che è finto. 
“Ah, ah! Ci sei cascato!”
“Ma insomma, sono venuto fino in Nepal per farmi prendere per il sedere?” Penso.
“No, certo che no” dice lui, ovviamente allenato, come tutti i santoni, a leggere il pensiero. “E’ che mi piace esordire in umiltà....come in un gioco!” E giù un’altra risatina di stampo orientale. 
Poi mi dice: “Guarda!” Stende un braccio e sulla parete della sua umile casetta si materializza una sorta di schermo, diviso in due da una striscia nera. Mi fa assistere a tutti gli eventi più salienti della mia vita, nelle due versioni: reale e alternativa, cioè di come sarebbe potuta andare. Gli faccio:
“Sì, è facile così, ma bisogna esserci dentro le cose, per capire com’è in realtà. Altrimenti non è giusto.”
“Hai ragione, ragionissima!” E si proietta nello schermo, prendendo il mio posto nel film della mia vita.
“Ah, ah! Ci sei cascato!” Gli dico. 
“Ah, ah! Ci sei cascato!” Gli dico. 
E spengo lo schermo con lo stesso gesto della mano che avevo visto fare a lui per accenderlo, lasciandolo a sbrigarsela da solo con i miei guai mentre io me ne andavo a pescare sul lago ghiacciato con il thermos del suo tè. 
Avevano proprio ragione i miei amici: quel santone faceva miracoli!

Simon Smeraldo

Sintetizzazione poetica di Ferdinando Renzetti


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My Love: Canto Uno

CRISALIDE

All’interno vi è debolezza,
all’esterno durezza.

sfera informativa
grazie al motore di ricerca
accuratamente organizzato nel modo
in cui interpretiamo le notizie
che esso stesso ci fornisce.

opposizione credibile
che una mentalità duale
ha necessità di vedere
o "di qua" o "di là",

il significato dell’alternanza degli opposti
non ci sbilancia più in un senso o nell’altro,
ma piuttosto ci spinge a vivere e agire
in armonia con le fasi cicliche…

il risultato è
una serie di fattori
congiunti e collegati
inestricabilmente
gli uni agli altri.

Fiori, foglie, corteccia,
rami, radici, pioggia,
vento, sole, terra…

la vita,
è indipendente
da ogni descrizione
nella sua assolutezza,
delle sue diverse forme
e senso di identificazione
e dei singoli processi vitali.

oppure…

l’inizio del momento creativo
Secondo l’ipotesi del Big Bang
del nucleo originario della materia
viene posto nell’esplosione primordiale.

Ci sono bombe e bombe

"uno vale uno"


Ferdinando Renzetti

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Articolo collegato (ma non troppo): http://saul-arpino.blogspot.it/2017/09/il-giornaletto-di-saul-del-8-settembre.html

Spiritualità laica (o naturale) - L'esempio del Taoismo


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Nel filone della spiritualità laica sono realmente esistite, nell’evoluzione del pensiero umano, almeno  tre forme “pseudo-religiose”  prive del concetto di un “Dio creatore” personale ma che mantengono la nozione di un’unica matrice per tutte le cose. Questa matrice  è definita Tao o  Senza Nome, nel Taoismo; Brahman o Assoluto nell’Advaita;  Sunya o Vuoto nel Buddismo.Sento ora giunto il momento di approfondire un pochino il discorso sul Taoismo,  talvolta descritto come  la “dottrina degli umili o dei semplici”, ed in tal senso il termine “laico” abbinato a questo sentire mi sembra estremamente consono. Infatti il significato originario di laico è proprio “semplice, umile,  fuori da ogni contesto ordinativo  sociale e religioso”.
*
Il padre riconosciuto di questa “filosofia di vita”  fu Lao Tse.  Cominciamo con il dire che nel pensiero di Lao Tse troviamo quella condanna dell’orgoglio e del raggiungimento, fondamentale in ogni spiritualità laica.  Sullo stesso filone si pone anche  il pensiero di Nisargadatta Maharaj,  saggio laico advaita…. ma anche nel proto-cristianesimo si può avvertire  un tale intendere, ad esempio nelle parole riferite a Gesù: “Tutto ciò che è eccelso fra gli uomini è abominazione dinanzi a Dio”.  L’orgoglio, questa follia di grandezza ascritta all’individuo,  è semplicemente un’illusione dell’uomo… poiché di fronte al Tao ogni grandezza umana è da considerarsi nient’altro che vana. E qui si comprende anche  la causa sottile della  differenza ideologica tra  Confucianesimo e Taoismo,  ma di questo argomento magari parleremo in una prossima occasione.
*
Nei detti di  Lao Tse spesso e spesso ritroviamo la disapprovazione dell’orgoglio e del criterio di raggiungimento personale e ciò in virtù della legge di concatenazione dei contrari, l’alternanza dello Yang e dello Yin che è la manifestazione cinetica del Tao. Infatti allorché la forza Yang, attiva, trova il suo culmine automaticamente è sospinta verso il suo contrario Yin, passivo.  La punizione per l’orgoglio è quindi in Lao Tse una sorta di legge naturale. “Un gran vento -egli dice- non può durare più dello spazio di un mattino. Una bufera cessa col giorno. L’armata gloriosa non vincerà in eterno. L’albero elevato sarà abbattuto”  Egli spiega nel Tao Te King  come l’orgoglio stesso sia il presagio della caduta: “Colui che si alza sulla punta dei piedi non sta ritto.  Colui che marcia a passi gloriosi non farà un lungo cammino. Colui che si esibisce non brilla.  Colui che si esalta è senza onore. Colui che si prevale del suo talento è senza merito.  Colui che fa pompa dei suoi successi non vi si mantiene.  Questi sono per il Tao eccessi di nutrimento  e umori superflui.  Tutto ciò che è sotto il Cielo ne prende nausea. E l’uomo del Tao non rivolge loro nemmeno uno sguardo!”
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Questa legge fondamentale non impedisce però a Lao Tse di mantenere un atteggiamento equanime e corretto  nei confronti delle cosiddette “vie del mondo”.  “La via del Cielo –egli dice- toglie all’eccedente per compensare il mancante ma la via degli uomini meschini toglie all’indigente per aumentare il ricco” . La via del Cielo, dirà successivamente Lie Tseu (un altro taoista), è la via dell’umiltà e la via degli uomini meschini è quella dell’arroganza.  Simile concetto viene espresso  nel Libro dei Proverbi, annunciando la caduta di Babilonia: “L’arroganza precede la rovina e l’orgoglio precede la caduta”.
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Ma la disistima  per l’orgoglio e la considerazione per l’umiltà  non esauriscono la “dottrina” taoista.  Lao Tse considera il Tao una sorta di Madre che genera, nutre e protegge tutti gli esseri dell’universo. Ma è difficile affermare se il Tao “è”  o “non è”. Nella metafisica del Tao la kenosi originaria è priva di ogni sostanziale processo,  forma  o sostanza. Ne consegue che agli occhi del nostro pensiero determinista  la “pienezza” del Tao appare simile al “vuoto”.  Il Tao è visto come un abisso senza fondo e ciò non dimeno esso dà origine a tutte le cose, un vortice caotico da cui sorge ogni armonia.
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Quindi se il vero Tao  al nostro percepire determinista  appare  come un nulla, che per noi  corrisponde alla corsa verso il vuoto del sé,  esso contemporaneamente segna il ritorno beato  nella  matrice naturalistica, basata sul silenzio della mente, che attira  e proietta  l’esperienza del pensiero  empirico  e poi lo riassorbe nel nulla da cui proviene.  Questa kenosi del Tao procede per sua propria natura e non presuppone alcuna volontà creatrice o distruttrice. E da qui si comprende la non  valutazione taoista per un Dio personale.
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Paolo D’Arpini


La verità non è mai quel che sembra...


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buon giorno a te caro paolo

rido...
rido si al pensiero di quanti dei pochi numerosi lettori del giornaletto riescono a leggere le mie poesie o quel che scrivo sempre più stralunato e surreale infatti anche tu parli di allucinazione poetica.

rido...
si rido ancora al pensiero che molti credono che tu sei stato veramente in africa ed india invece non sanno che non sei mai uscito dalla biblioteca in cui hai lavorato a roma dove hai appreso la cultura orientale studiando e leggendo tutti i testi che ti capitavano sotto mano

scrive stefano: tre giorni fa bevendo peroni a catinelle ho passato molto tempo sui tuoi pdf ipnotizzato dalla tua scrittura.

risposta: ascolto accumenz a canda’ il bel disco dei baresi soballera e bevo una dregher

c’e’ da dire che a bari esiste una diatriba tra le due fazioni i peroniani e i dreheriani che non so perché sostituiscono l acca con la gh: dregheriani.

alcuni preferiscono la peroni, gli altri bevono la dreher

viaggio musicale nell italia meridionale e’ durato 15 anni, viaggio bello come un sogno, solitario, senza legami con la realtà, senza appartenenze, senza un amore.

Niente male.

Un bel viaggio.??

Bel viaggio al confine di confini di uno spazio che da verticale-orizzontale si trasforma in orizzontale-verticale lasciando spazio a uno spazio dove non ci sono più confini

in attesa di nuove avventure aspetto l autunno sulle spiagge pescaresi

“Mille punti!!!”


Ferdinando Renzetti

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Articolo collegato: 
https://circolovegetarianotreia.wordpress.com/2015/02/19/la-storia-mitologicomagica-di-saul-arpino-e-del-suo-giornaletto/

La macchina per la pioggia e le risposte di Giuseppe Moscatello a Francesco Orazi

Voglia di pioggia? Francesco Orazi di Treia mi pone sempre delle domande stimolanti, e spinto dal mio Nume io formulo le risposte. 
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Caro Francesco, di fatto per provocare la pioggia, bisogna che il vapor d’acqua si addensi fino a che il grado di saturazione sia tale da permettere la condensazione in goccioline d’acqua, allora questa cadrà giù come pioggia.

Ma come fare ad attirare il vapor d’acqua? Sfruttando la polarità della molecola stessa dell’acqua.

La molecola dell’acqua ha al suo esterno una spiccata polarità positiva, in un ambiente, grande o piccolo che sia, se si espone l’aria, che contiene sempre un po’ di umidità, ad una polarità positiva, il vapore tenderà ad allontanarsi, mentre con una polarità negativa, il vapore tenderà ad aumentare.

Ma come realizzare la condizione polare necessaria per uno spazio ampio come il cielo sopra di noi?

Ad esempio, ogni calamita infatti vede circolare al suo interno il fluido eterico, che descrive la forma di un toroide, per figurarci un toroide, pensiamo alla disegno di metà mela, con la calamita di forma allungata, posta parallela all’asse di simmetria.

Tutti sanno che la calamita ha un lato positivo e l’altro negativo.

Ma non possiamo certo utilizzare una grande calamita rivolgendo il polo negativo verso il cielo e aspettare che il vapore sia attirato e condensi in pioggia.

Possiamo invece facilmente ottenere un flusso eterico a forma di toroide, utilizzando oggetti di varia forma.

La forma principe è la piramide (con un rapporto tra altezza e perimetro della base, pari a quello tra raggio terrestre ed equatore – tipo Giza), bastano anche solo gli otto spigoli; orientata secondo l’asse nord-sud, questa per forma convoglierà l’etere che circola da 0,5 a 2 metri dal suolo, e che viaggia ad una velocità di 10 km/s, in una perenne circolazione a forma di toroide.

Questo flusso eterico a forma di toroide ruoterà naturalmente sul suo asse verticale in senso antiorario, questa rotazione può essere accelerata o invertita.

Se si posiziona una ventola sospesa sulla piramide, si può far ruotare il toroide in senso antiorario generando verso il cielo una polarità negativa, nell’altro senso invece quello orario, generando verso l’alto una polarità positiva.

Se la piramide è abbastanza alta, ossia il toroide è abbastanza forte e allungato, si attirerà o allontanerà il vapor d’acqua, agendo su distanze maggiori.

Va detto che la maggior parte di etere che fluisce in un toroide, è concentrata nell’asse centrale, questo, alle due estremità, si apre come la bocca di una tromba; la maggior parte dell’etere scorre entro gli 11° circa dall’asse verticale (come l’ampiezza delle aurore provocate dal magnetismo terrestre).

Ora perche l’effetto polare sul vapor d’acqua abbia seguito, è importante che il toroide creato sia stretto e alto in modo da poter raggiungere ancora in forze la regione di cielo entro i mille metri, altitudine consona alla naturale formazione del fenomeno di condensazione.

Oltre alla piramide, si può usare un manufatto già facilmente presente nelle nostre campagne: il pozzo.

Il pozzo, a condizione che sia profondo e soprattutto pieno d’acqua, grazie alla presenza del cilindro d’acqua che ha una grande conducibilità, crea un toroide naturale, con l’asse principale coincidente con l’asse del pozzo.

Anche qui il toroide gira già di suo, antiorario in accordo con il moto terrestre per questo emisfero. Per aumentarne la velocità di rotazione e l’influenza verso l’alto (e il basso, che però nel caso della pioggia non interessa!!), si potrebbe addirittura far ruotare l’acqua, ma più efficace è montare una ventola amplia sospesa sulla bocca del pozzo.

Un’altra applicazione consiste nell’infilare un tubo di ferro da 40 cm di diametro e lungo ad esempio 4 metri, nel terreno, lasciandone un metro all’esterno, riempiendo il tutto d’acqua fino al piano di campagna, e facendo ruotare nel verso desiderato la ventola sospesa sopra la bocca del tubo rivolta al cielo.

In questo caso, oltre all’acqua, abbiamo anche il metallo, si creerà quindi una sorta di cannone che sparerà in alto il flusso principale dell’etere, un flusso con una grande quantità di etere che circola e a lunga gittata.

In aggiunta tra il bordo superiore del tubo e la ventola sospesa si può inserire una piramide, delle proporzioni indicate sopra, fatta dei solo otto spigoli. Questa piramide, disposta secondo l’asse nord/sud, attirerà l’etere che viaggia naturalmente sul suolo terrestre da est verso ovest, convogliandolo nel toroide del tubo aumentandone così la portata.


Tanti Saluti, Giuseppe Moscatello


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P.S. -  Pier Luigi Ighina, ad Imola, aveva realizzato la stessa applicazione, nella Macchina per la pioggia, usando una massa metallica (ferro e alluminio), con una forma specifica e posta in parte fuori dal terreno e in parte sotto. Innescava il moto antiorario (polarità negativa) o orario (polarità positiva), facendo ruotare un’enorme elica sospesa sullo strumento.

In rete circola persino un vecchio servizio di Report:
https://www.youtube.com/watch?v=GUO-06-Z8ic&feature=youtu.be

Il passato ritorna... - Immigrazione, decadenza e disgregazione - La fine dell'Impero romano insegna...


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Nel 123 a C., con Caio Gracco, si affermò e stabilì nello stato romano il principio delle distribuzioni permanenti di grano agli indigenti della capitale.

Inizialmente le frumentationes non erano del tutto gratuite, bensì a prezzo calmierato popolare, accessibile alla plebe.


Questo beneficio aumentò immediatamente l'immigrazione plebea a Roma, specialmente quando dopo la guerra sociale del 91-88 la cittadinanza romana venne estesa a tutti gli italici.


A quel punto le frumentationes gravarono con costi enormi sull'erario, che potevano essere coperti solo grazie ai proventi dei forti tributi delle provincie.

Cesare rese le distribuzioni completamente gratuite, sicché non solo aumentò ulteriormente l'immigrazione, ma si diffuse anche l'abitudine di trasformare in liberti gli schiavi, in modo da scaricare sullo stato parte del loro mantenimento.


Poichè nel 46 aC su un milione di abitanti urbani i beneficiari delle distribuzioni erano 320.000, quasi un terzo della popolazione, Cesare collocò nelle colonie circa 70.000 plebei, ed escluse dalle frumentationes mensili coloro che avevano fissato a Roma una residenza fittizia, mentre in realtà vivevano altrove, riducendo complessivamente a metà i beneficiari.


Tuttavia pochi mesi dopo la sua morte i destinatari delle distribuzioni erano già risaliti a 250.000, e nel 5 aC furono nuovamente 320.000.


In realtà le distribuzioni non erano rivolte solo a poveri ed indigenti, poiché costituivano un eccellente strumento di politica clientelare: benefici in cambio di voti.
E il metodo proseguì, fintantochè lentamente la crisi dell'impero romano condusse alla decadenza e disgregazione.


Queste vicende di due millenni or sono dovrebbero ricordarci che le politiche clientelari sulle immigrazioni non sono certo una novità, bensì pratiche note e di vecchia data.


Quindi possiamo anche, dall'esperienza storica, prevederne le conseguenze, nelle forme della decadenza.

Vincenzo Zamboni


In memoria dell’omicidio degli innocenti Sacco e Vanzetti

USA. Il 23 di agosto 1927 fu perpetrato l’ignobile assassinio dei due anarchici italiani, iniquamente mandati a morire sulla sedia elettrica, nonostante fosse evidente la loro più totale estraneità alle accuse imputategli.
La vera motivazione della condanna a morte, era che il governo degli Stati Uniti voleva assecondare la sete di vendetta contro i delitti delle varie mafie italo-americane, che in quel momento attiravano l’odio razziale contro i nostri connazionali, i quali, comunque non venivano certo accolti in mezzo al mare né tantomeno alloggiati in alberghi a cinque stelle, ma il più delle volte vessati e sottopagati. Nessuno ricorda quasi mai, che l’unico a portare avanti passi ufficiali per salvare la vita ai nostri connazionali, fu solamente il capo del governo italiano, Benito Mussolini.
Ed ancora c’è qualcuno, in questa disgraziata ‘espressione geografica’, che pretende che noi si debba prendere lezioni di democrazia nonché di diritti umani, da coloro che hanno mandato ad una morte atroce due innocenti, non tanto perché anarchici, ma soprattutto perché erano ITALIANI, per distogliere l’attenzione dai delitti dei veri delinquenti (che prosperavano e crapulavano con i traffici legati agli alcolici durante il proibizionismo).
G. Bonconte Montefeltro – montefeltro@hotmail.it
Video  sull’enigma Sacco e Vanzetti:
https://www.youtube.com/watch?v=Rtap26G0yw4