Il film del "Tredicesimo piano" - Recensione



Un film poco conosciuto ma che in realtà dice moltissimo, in maniera fantasmagorica e ricercata ma estremamente calzante, sulla manipolazione a cui l'essere umano è soggetto in questo piano di realtà ad opera di poteri occulti (e di chi interpreta il loro volere materialmente).

Innanzitutto va rimarcato che nel mondo anglosassone (il film è americano) il tredicesimo piano negli edifici non esiste, si passa direttamente dal dodicesimo al quattordicesimo.

Qui nel film su questo piano è collocato un enorme sistema informatico sperimentale che consente all'utente di calarsi in forma simulata ma al tempo stesso reale (infatti, come nel film Matrix, chi "parte" rimane nella realtà come in catalessi, in animazione sospesa) in altri luoghi e altre epoche, agendo tramite una sorta di "avatar" cioè una sua presenza che ha una identità ben precisa nella realtà simulata ma in modo che l'utente è al tempo stesso cosciente di tutto ciò.

Si tratta però di una realtà multilivello, perchè si scopre che anche gli utenti della simulazione sono a loro volta delle simulazioni ad opera di un piano superiore di realtà, un po' come in un gioco di scatole cinesi.

Tutte le persone delle simulazioni,ad ogni livello, sono del tutto "vive"e senzienti, dei software perfettamente programmati, e alcuni di loro cominciano a capre, a ribellarsi, e , tramite il macchinario, a interagire coi livelli superiori, intersecando le loro realtà. 

Il protagonista, in maniera spettacolare scopre la verità sul suo mondo fittizio - un po' come in "Truman show" e riesce nell'impresa impossibile: la sua mente riesce a scalare di livello fino a coincidere con quella del suo "controllore" nel piano superiore.

L'escalation gli riesce non già dalla sua realtà di partenza, bensì, paradossalmente, sprofondando nelle simulazioni inferiori (Visita Interiora Terrae) per poi innescare il processo di ritorno. E', se vogliamo,un simbolo dell'operazione alchemica del visitare le "viscere della terra" personale,cioè sondare le profondità del proprio io per recuperare quella materia prima da sgrezzare e trasformare in oro. 

Assolutamente da vedere- una parabola davvero aderente al tipo di realtà in cui siamo calati.

Simon Smeraldo

La donna è "debole" nel buddismo - Nel cristianesimo invece è ancora a livelli sub umani

 "Chi dice donna dice dharma" (Saul Arpino)


Così come il Budda all'inizio della sua predicazione aveva escluso le donne dal Sangha, anche il Cristo aveva chiaramente enunciato il suo rapporto con la donna fin dall'inizio della sua missione: infatti alla Madre che alle nozze di Cana gli chiedeva di intervenire perché mancava il vino, aveva risposto: "Donna che ho a che fare io con te?" - "Non è arrivata ancora la mia ora!" - Sapendo bene che compiere un segno in quel momento equivaleva ad accettare la soddisfazione di una volontà inferiore: quella della donna, che in un prosieguo di tempo lo avrebbe portato anche alla testimonianza suprema: la morte in croce. Perché il Cristo si abbandona a questa volontà inferiore? La risposta non può essere che la stessa data dal Budda all'ingresso della donna nella comunità del Sangha: il male minore. Ecco, il morire in croce è il male minore. Questo significa accettare di dare un segno tangibile della propria missione trascendente proprio nelle condizioni peggiori.

E' vero che la Chiesa ha imposto il celibato per tutti i preti soltanto nel 1530 con il Concilio di Trento, ma questo non ha ancora risolto il problema. Ovvero: o le cose sono state ormai compromesse, dati i 1500 anni di lassismo, oppure è diventato un problema insolubile.
Così il Budda aveva dichiarato che dato l'ingresso delle donne nella comunità del Sangha la religione sarebbe durata 500 anni di meno: vale a dire, il Dharma sarebbe stato accolto nella sua integrale purezza dall'umanità fino a 500 anni, riducendolo in durata di 500 anni. C'è da dire che lo stesso Sangha maschile si è corrotto: infatti nel prosieguo delle speculazioni e manomissioni umane si è arrivati a comunità in cui perfino i monaci avevano una compagna, con la possibilità che falsi monaci facessero il loro mondano comodo.

E' chiaro che non è sul piano mondano che occorre accogliere l'istanza di Karuna, amorevolezza e compassione, per unirla alla Prajna o Saggezza, ma è nella mente dell'uomo. E' chiaro che chi abbraccia la trascendenza deve rinunciare alla donna: ne va della sua realizzazione effettiva e della possibilità stessa della sua missione in questo mondo.
Accenno al problema dei preti pedofili per dire quanto sia difficile mantenersi in un ambito di correttezza e integrità senza cedere alla componente sessuale. Insomma: chi cede al sesso dimostra di non aver ancora capito dove sta il problema umano nella sua interezza. L'apostolo Pietro dopo una conversazione con il Cristo, a proposito della situazione umana, gli diceva: "Se le cose tra uomo e donna stanno così, non conviene ad un uomo prendere moglie".

L'ideale del Tantra è reintegrare nei fatti anche la componente sessuale, cioè utilizzarla come un medicamento pericoloso, o velenoso, pur rimanendone distaccati o immuni: cioè senza cedere ad esso. L'ideale del Graal è cercare l'unione tra l’uomo e la donna per la effettiva ricostituzione sul piano terrestre dell'Archetipo umano. Dove sta la falsità di queste posizioni?

Nel Tantra, la possibilità che si metta in dubbio la serietà del ricercatore dato che inevitabilmente, nella vita di tutti i giorni dovrà scendere a compromessi. Nel caso del Graal c'è da dire che ogni uomo, maschio, rappresenta già nel piano terrestre la realizzazione dell'Archetipo Umano e quindi non c'è un'effettiva necessità di una convivenza con una compagna per realizzarlo.

Questo non significa che, per la componente di compassione, non si possa avere un rapporto con la donna, ma questo deve essere ben inteso però. Occorre sapere che è come dar da mangiare, occasionalmente, a un gatto affamato.

 Gino Taddei 
(http://centronirvana.blogspot.it/2005_07_01_archive.html)

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Mio commentino: "Fortunatamente (per lui, s'intende...) poi il Buddha ci ripensò ed aprì la "Via" anche alle donne, riconoscendo quindi la loro natura di "Buddha" (e la possibilità di partecipare al "Sangha" e al "Dharma). Per quanto riguarda, invece, la posizione femminile nel cristianesimo siamo ancora a mezza strada... appena appena venne accettata come essere umano e "munita" di un'anima (per un solo voto al Concilio di Nicea)..." 
(Paolo D'Arpini)

Isaac Newton ed il"peso" della gravità... (ed altre cosucce)



Isaac Newton è stato certamente uno degli scienziati più grandi ed influenti di tutta la storia del pensiero scientifico. Nato nel 1642 in un villaggio del Lincolnshire da una famiglia di allevatori, a 10 anni poté dedicarsi agli studi nella King’s School di Grentham grazie all’eredità lasciatagli dal patrigno. Sfuggendo alle pressioni della madre che ne voleva fare un allevatore ed agricoltore, nel 1661 riuscì ad iscriversi al Trinity College dell’Università di Cambridge. Qui, rifiutando di aderire alle idee aristoteliche ancor in voga i molti ambienti universitari, si dedicò allo studio delle opere di Copernico, Galilei, Keplero e Cartesio.

I primi successi furono ottenuti da Newton nel campo matematico per cui il grande scienziato inglese dimostrò sempre una grande attitudine. Intorno al 1665 mise a punto, tra molti altri risultati,  una formula per il calcolo delle potenze di qualsiasi ordine del binomio (“teorema del binomio”) e realizzò lo sviluppo approssimato delle serie armoniche con l’uso di logaritmi. Iniziò anche a porre i fondamenti del “calcolo infinitesimale” (o “differenziale”) relativo alle quantità infinitamente piccole, un settore della matematica che è risultato decisivo per lo sviluppo delle scienze moderne.

Progressi in questo campo erano già stati fatti nell’antichità da Archimede, ed in tempi recenti dagli italiani Torricelli e Cavalieri, dagli inglesi Wallis e Barrow (quest’ultimo fu anche insegnante di Newton a Cambridge), e soprattutto dal francese Fermat (come vedemmo nel numero a lui in precedenza dedicato). Mentre, però, Fermat aveva impostato i problemi tipici della nuova analisi matematica (come lo studio dei massimi , dei minimi e delle tangenti alle curve esprimibili con una funzione matematica, problemi risolvibili con un’operazione detta “derivazione della funzione”), ma senza comprenderne le ultime conseguenze, Newton capì che la “derivata” di una funzione matematica  era un’altra funzione, a sua volta “derivabile”. Capì inoltre che la “derivazione” era l’operazione inversa alla “quadratura” di una curva (oggi nota come “integrazione della funzione”), cioè di un’operazione che permette il calcolo dell’area sottostante la curva.

Newton, restio a pubblicare i risultati delle sue ricerche per il suo carattere sospettoso ed ombroso ed il timore di critiche, pubblicò questi risultati solo nel 1704, fatto che innescò una violenta polemica con il tedesco Leibniz, che era giunto a risultati simili per proprio conto e li aveva diffusi prima di Newton, benché Newton avesse iniziato a studiare l’argomento 10 anni prima di Leibniz. La “Royal Society”, di cui nel frattempo Newton era divenuto presidente (alla morte di Hooke), chiamata ad esaminare la questione, dette ovviamente ragione a Newton con una risoluzione del 1712 provocando l’amaro risentimento del filosofo e scienziato tedesco.

A partire dal 1670 Newton aveva iniziato a studiare anche i fenomeni relativi alla luce, dimostrando che luce naturale “bianca” era data dalla somma di raggi di diverso colore (fatto che oggi sappiamo dipende dalla “lunghezza d’onda” del singolo raggio). Sfruttando un prisma trasparente riuscì ad ottenere la “dispersione” della luce , cioè una deviazione del raggio luminoso (detta “rifrazione” e dovuta al passaggio tra aria e cristallo) differenziata però per le varie componenti del raggio complessivo, corrispondenti ai diversi colori dell’arcobaleno. I raggi di vari colori – separati dal prisma - furono poi ricomposti con una lente ridando la luce “bianca”.

Sulla base di queste esperienze Newton progettò un nuovo tipo di telescopio “a riflessione”, atto ad eliminare la cosiddetta “aberrazione cromatica” (vedi il precedente numero su Huyghens) dovuta alla dispersione della luce ai bordi delle lenti. Ciò fu ottenuto concentrando i raggi in arrivo con uno specchio concavo e poi dirigendo – con l’ausilio di uno secondo specchio piano – i raggi concentrati verso l’oculare del cannocchiale.
Il grande scienziato inglese, come abbiamo già sottolineato nei precedenti numeri, avanzò anche l’ipotesi che la luce fosse formata da una miriade di corpuscoli (teoria “corpuscolare”). Queste idee, espresse nelle opere “Opticks” e poi “Ipotesi sulla luce” del 1675, furono criticate dal collega Robert Hooke, sostenitore della teoria “ondulatoria” di Huyghhens (secondo cui la luce era un’onda sferica). Ne seguì una polemica che durò decenni fino alla morte di Hooke. Come già sottolineammo nel numero dedicato alle teorie sulla luce, la fisica moderna ha mostrato che entrambe le teorie sono sostanzialmente valide, essendo ormai dato per scontato che tutta la materia ha una doppia natura di onda-particella.
Il settore della fisica che ha dato il maggiore contributo alla gloria di Newton è stata la meccanica cui lo scienziato si dedicò tra la fine degli anni ’70 e gli anni ‘80. Anche in questo caso Newton esitò nel pubblicare i risultati delle sue ricerche finché l’astronomo Halley (scopritore della famosa cometa che porta il suo nome) lo forzò a pubblicare nel 1687 quello che è considerato il suo capolavoro, coprendo anche tutte le spese editoriali: “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” (Principi Matematici della Filosofia Naturale).

Nell’opera il geniale scienziato inglese, sfruttando la sua formidabile conoscenza matematica, esponeva innanzitutto in maniera estremamente chiara e rigorosa i tre principi fondamentali del meccanica:
-il primo principio, o principio di inerzia,  era già stato studiato da Galilei e Cartesio: ogni corpo tende a mantenere il suo stato di quiete o di moto rettilineo ed uniforme se non interviene una causa esterna a cambiarne il moto.
-Il secondo principio, o principio fondamentale della dinamica, era stato messo a punto interamente da Newton con l’introduzione dei nuovi concetti di “massa” e di “forza” : un corpo subisce una variazione di velocità (o “accelerazione”) proporzionale alla forza che lo sollecita. Nella formula matematica corrispondente:  F = ma (una delle più famose di tutta la fisica) compaiono la forza (F), l’accelerazione (a) ed anche una grandezza che Newton riteneva caratteristica e costante per ogni corpo, la massa (m), che rappresenterebbe la quantità di materia contenuta nel corpo.
-Infine si deve a Newton anche il terzo principio: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

Il genio di Newton si manifestò soprattutto nel passo successivo: quello di applicare il principio della dinamica alle leggi sulla caduta dei corpi pesanti sviluppate da Galilei. Newton suppose che ciò fosse dovuto ad una forza di reciproca attrazione tra i corpi, la forza di gravità (dal latino “gravitas” = peso) che si esercitava a distanza anche nel vuoto. Partendo da questa ipotesi, il grande scienziato, con rigorose dimostrazioni fisico-matematiche, ricavò le leggi di Keplero sul moto dei pianeti e fece previsioni sui moti delle comete (come quella di Halley). Newton aveva quindi dimostrato che la semplice caduta di un sasso, o il moto dei pianeti e delle comete, erano regolati da un’unica legge generale: la legge di gravitazione universale, rappresentabile con la semplice formula: FG = GxmxM/r2 , dove FG è la forza di gravità, m ed M sono le due masse che si attraggono ed r la distanza a cui si trovano, mentre G è una “costante universale” che fu poi calcolata esattamente da Cavendish nel 1798. Robert Hooke (il cui contributo Newton non volle mai riconoscere) aveva intuito il principio di attrazione tra i corpi (inversamente proporzionale al quadrato della distanza), ma, non avendo la preparazione matematica né la capacità sintetica di Newton, non era stato in grado di giungere ad un principio universale. Si ritiene invece che Newton volle riconoscere il contributo decisivo di Galilei e Keplero quando affermò: “ho visto più lontano, perché mi trovavo sulle spalle di giganti”.

Nel prossimo numero esamineremo le idee generali di Newton sullo sviluppo della scienza e l’eredità da lui lasciata alle successive generazioni di scienziati e filosofi.

Vincenzo Brandi - brandienzo@libero.it

La ballata del Samurai


La ballata del Samurai




Non ho genitori: ho fatto del Cielo e della Terra i miei genitori.
Non ho casa: ho fatto dell’accuratezza la mia casa.
Non ho vita né morte: ho fatto dei flussi del respiro la mia vita e la mia morte.
Non ho poteri divini: ho fatto dell’onestà il mio potere divino.
Non ho intermediari: ho fatto della comprensione il mio intermediario.
Non ho segreti magici: ho fatto del carattere il mio segreto magico.
Non ho corpo: ho fatto della sopportazione il mio corpo.
Non ho occhi: ho fatto dei lampi di luce i miei occhi.
Non ho orecchie: ho fatto della sensibilità le mie orecchie.
Non ho arti: ho fatto della prontezza i miei arti.
Non ho strategia: ho fatto della liberazione dall’offuscamento la mia strategia.
Non ho progetti: ho fatto dell’afferrare al volo l’opportunità il mio progetto.
Non ho miracoli: ho fatto della giusta azione il mio miracolo.
Non ho principi: ho fatto dell’adattabilità a tutte le circostanze il mio principio.
Non ho tattiche: ho fatto della pienezza e della vacuità le mie tattiche.
Non ho talenti: ho fatto dell’attenzione il mio talento.
Non ho amici: ho fatto della mia mente il mio amico.
Non ho nemici: ho fatto dell’indifferenza il mio nemico.
Non ho armatura: ho fatto della benevolenza e della rettitudine la mia armatura.
Non ho castello: ho fatto della coscienza inamovibile il mio castello.
Non ho spada: ho fatto dell’assenza dell’ego la mia spada.

(Giappone XIV secolo)