Tarocchi - La forza de “La Forza”



Tarocchi - LA FORZA - ARCANO XI
Questo Arcano è, si può dire, la controparte del Bagatto., l'Arcano I.
In primo luogo perché questa carta è l'inizio della seconda serie di
dieci come il Bagatto lo era della prima.


Poi notiamo che questa immagine (e se ci badate è femminile, cioè il
complementare del maschile Bagatto) ha lo stesso copricapo a forma di
otto coricato, cioè dell'Infinito.


Allora questa fase rappresenta come un nuovo inizio: se il Bagatto
poteva essere riferito a una prima nascita, quella in cui l'essere si
presenta in questo mondo con tutte le potenzialità ancora intatte e
messe un po' alla rinfusa davanti a lui che deve dare loro un ordine
(questa è la sua priorità) seguendo il suo progetto di vita e
adeguandovi gli strumenti che ha a disposizione, la Forza rappresenta
una nuova nascita, una rinascita cioè spirituale, uno slancio in
elevazione per colmare la distanza che la separa dalla meta.
Il gesto che esprime, quello di domare una bestia feroce bloccandone
le fauci , è la conquista del dominio su di sè: la bestia sono le
passioni umane, che se lasciate non imbrigliate distruggono l'essere
(e se notate la testa di questo animale è collocata in corrispondenza
del pube della donna - come sempre la sessualità è LA passione per
antonomasia).


Questo controllo di sè viene effettuato con serafica calma, come
traspare dall'espressione della ragazza e dal suo atteggiamento di
nonchalance, come se stesse spezzando un fuscello, e questo è
chiaramente simbolico dell'autocontrollo: non inteso come repressione
della propria parte umana, ma come impiego delle proprie risorse
interiori, a cui si può attingere una volta acquisite certe capacità.


E' un potere,per così dire magico: il Bagatto lo aveva in forma
elementare (e infatti era rappresentato da una specie di
prestigiatore, di mago da fiera). La Forza è avvolta nel mantello, che
denota una classe superiore, dunque come un salto di qualità rispetto
al Bagatto per quanto riguarda le sue capacità di agire "magicamente"
(cioè con un potere superiore) sulla materia . Nell'antichità il
mantello era anche simbolico del potere spirituale.


Infine il fatto che la figura è femminile ben concorda con la
rappresentazione della "potenza" dell'anima, che è, come abbiamo visto

la "shakti" dell'induismo, la potenza che da progettuale (Bagatto)
diventa operativa.

Simon Smeraldo


L'infausto Paradiso Terrestre di San Brandano



Le voyage de Saint Brendan (“Il viaggio di San Brandano”) è un poemetto anglonormanno, databile all’inizio del XII secolo. È il volgarizzamento della Navigatio sancti Brendani (VIII sec. circa). Il poeta Benedeit, nel riadattare quell’opera nata in ambiente monastico, pensa al palato di una corte. Insiste sul lusso favoloso dei luoghi e sulle avventure, riducendo leggermente gli aspetti devozionali. Ma, anche in questo modo, il poemetto resta un documento del modo in cui si cristianizzò l’Irlanda.

Il genere a cui esso si richiama, infatti, è quello degli immrama ( = navigazioni), narrazioni tipiche della letteratura celtica che ruotavano attorno a un viaggio per mare, solitamente alla ricerca dell’Altro Mondo. L’abate Brandano, per l’appunto, si dirige verso il Paradiso Terrestre. Né la sua avventura è senza rimandi storici. 

Una pratica tipica dei primi monaci irlandesi era l’ailithre o peregrinatio (pro Dei amore): s’imbarcavano su navi prive di remi o timone, con pochissime provviste, e si abbandonavano alla corrente come alla volontà divina. Fu così che le isolette dei mari britannici si popolarono di anacoreti. Anche la famosa Avalon non è priva di richiami all’Aldilà celtico e a questi eremi.

La ricca sopravvivenza della cultura precedente all’interno del cristianesimo irlandese è dovuta alla transizione pacifica dalle antiche religioni a quella “nuova”. L’evangelizzatore San Patrizio, nel V secolo, poté contare sul modo in cui il clero precristiano era organizzato: ai druidi, massime autorità sacerdotali, era sottoposto l’ordine sacerdotale dei filid. Questi trovarono la propria autonomia convertendosi e divenendo abati. Non per questo persero il patrimonio mitologico di cui erano depositari. Anzi, esso fu messo per iscritto proprio negli scriptoria monastici. La dea madre Brig divenne santa Brigida d’Irlanda e ne conservò anche i simboli: il fuoco e il cigno.

A una “cristianizzazione morbida” furono sottoposti anche i simboli religiosi. Così nacque, per esempio, la famosa croce celtica. È davvero un’ironia della sorte che, in Italia, questo segno di sincretismo e pacifica transizione culturale sia percepito come un simbolo d’intolleranza.

Per tornare alla trama del nostro poemetto, essa può essere così riassunta. L’abate irlandese Brandano ha un forte desiderio di visitare il Paradiso Terrestre. Domanda per questo la benedizione divina; ottenutala, s’imbarca con un gruppo selezionato di monaci. All’ultimo momento, tre ferventi confratelli supplicano di essere aggiunti all’impresa. Ma ciò costerà loro un’infausta sorte.

I monaci vanno così incontro a peripezie all’insegna del romanzesco e del provvidenziale: castelli lussuosissimi ma disabitati, isole mobili che si rivelano grandi pesci, mostri marini e di terra, porti naturali fatti apposta per la loro nave, messaggeri che risolvono ogni cosa, angeli. Non manca l’aspetto “dantesco”: la nave di san Brandano attraversa l’Inferno, coi suoi mostruosi diavoli e con gli articolati supplizi che spettano a Giuda Iscariota. Nonostante la propria profonda dannazione, questi chiede all’abate di impetrargli la tregua d’una notte e la devozione del santo gliela ottiene.

Il Paradiso Terrestre è di una bellezza davvero terrestre, fatta di alberi e fiori, frutti e aromi, oro e pietre preziose, clima primaverile.
Il viaggio d’andata dura sette anni; quello di ritorno, per grazia divina, solo tre mesi. Alla propria morte - afferma il poeta - Brandano “ritorna”. Non c’è così distinzione fra il Paradiso terrestre e quello celeste.

Il poemetto è un viaggio attraverso le allegorie e i suoi pericoli sono soprattutto spirituali: nel castello ricco e disabitato, i monaci apprendono una lezione di autocontrollo e sobrietà; davanti alla paura dei mostri marini, imparano a scacciare la vigliaccheria e a non nascondere la fede. Ma è anche un anticipo dei romanzi cavallereschi, letteratura di corte piena d’avventure per amore del meraviglioso in sé. Né è una vicenda soltanto medievale. Il buon Brandano, secondo la leggenda, sarebbe nato in Irlanda alla fine del V secolo: si chiamava Mobi, soprannominato Broen Finn (Bianca Rugiada), a causa dell’aurora boreale che avrebbe accompagnato la sua nascita. Mobi, il colore bianco, un pesce insidioso e grande come una balena… Non serve molto altro per pensare a Moby Dick.


Erica Gazzoldi

Fonte: Benedeit, Il viaggio di San Brandano, a cura di Renata Bartoli e Fabrizio Cigni, Parma 1994, Nuova Pratiche Editrice. 

Fonte Secondaria: Uqbar Love 177

Il Ramayana aveva ragione?... Scoperto il ponte leggendario che unì Rameswaram a Sri Lanka



La scoperta,  fatta attraverso fotografie satellitari dalla agenzia NASA, riguarda un ponte leggendario realizzato nel Treta Yuga, Età dell'Argento, (epoca precedente al Dvapara Yuga, Età del Bronzo, che avrebbe invece visto l'espansione di Atlantide descritta da Platone), che il Dio Hanuman utilizzò per far passare il suo esercito di uomini-scimmia in aiuto al Signore Supremo Sri Rama, a cui il demone Ravana, aveva rapito e tenuta prigioniera nel castello della sua isola situata nello Sri Lanka, la sua sposa, Sita. 

Questa la storia descritta nel celebre poema vedico "Ramayana";
ma la cosa ancora più sbalorditiva, per chi è incantato dalla visione
progressista che tende a farci credere che noi discendiamo da una
sorta di cavernicoli primitivi e pelosi, è come è stato realizzato
questo ponte. A quel tempo nell'India antica, la scienza e
l'architettura erano molto avanzate, ben oltre la nostra comprensione.


La recente scoperta della NASA mostra infatti come questo ponte di
trenta chilometri, non sia poggiato su nessun pilastro, né sia stato
costruito con del cemento o del ferro. Le pietre sembrerebbero
"sospese" sull'acqua e ciò quindi farebbe pensare a degli interventi
di ingegneria gravitazionale molto avanzati. Se invece volessimo
credere per una volta ai sacri Testi Vedici, la realizzazione di
questo ponte deriverebbe da alcuni mantra molto potenti, recitati e
pronunciati da Rishi autorizzati, che avevano il potere manifesto di
incidere sulla realtà materiale permettendo così alle pietre di poter
"galleggiare" tranquillamente sull'acqua, alchimizzata per ottemperare
a quella precisa funzione.


Fantascienza? No Leggenda... quindi più facilmente Verità!

Riccardo Oliva





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Articolo collegato: http://www.gaudiya.it/dettaglio_home.asp?t=h&id=12

Wu wei, agire senza agire...



Wu wei, letteralmente, in cinese, "non-agire", base della filosofia del
Taoismo ma un po' emblematico della mentalità orientale in genere.
Quanto lontano dal nostro occidentale stressante "fare, fare, fare,
correre di qua e di là, competere, lottare a destra e a sinistra,
sgomitare per arrivare ...."  Dove? Beh, in genere a scavarsi la fossa
coi denti.


Sia ben chiaro che il "non-agire" non implica passività, assolutamente
no, ma colloca l'azione là dove conta veramente, cioè nel mondo delle
cause e non degli effetti,là dove sposta veramente quelle energie che
poi fluiscono nel nostro mondo delle apparenze: e dato che possiedono
un più elevato livello vibratorio guidano l'azione sui nostri "piani
bassi" (se si sa come fare). E' sempre ciò che sta sopra ad influire
su ciò che sta sotto, mai il contrario.


Quindi, niente spaccare le montagne come un novello Rodomonte, ma
spostarle leggermente di lato: basterebbe , come sosteneva il buon
Gesù, "dire a quel monte: spostati di là ed esso obbedirebbe".
Grande mistero della vita, riservato a chi comprende che le chiavi
della nostra realtà risiedono sul piano , se vogliamo,"magico" o per
meglio dire metafisico, trascendente, e non quello razionale e
terreno, che ne è solo il capolinea . Quest'ultimo piano, quello
materiale, indica solo le modalità in cui un dato evento si pone sul
nostro piano di esistenza, entrando così a far parte della realtà
fisica e quindi sottoposto alle sue leggi. Ma i cinesi sapevano che
bisogna agire sulla realtà prima che essa entri a far parte del piano
materiale: nel suo "divenire", nel suo trasformarsi, nel suo
plasmarsi.


Chi ha visto il film Matrix ricorderà che, nella trasposizione da un
piano all'altro dei "ribelli" , quando costoro entravano sul piano
della Matrix, cioè la simulazione virtuale che occupava tutto il
mondo, se venivano uccisi, la morte aveva effetto anche sul loro piano
reale. Secondo me questa è un'ottima parabola di come l'uomo,
immedesimandosi completamente e sintonizzandosi totalmente sulla
realtà materiale, non fa che morire a livello spirituale. Chi
sopravvisse erano quelli che riuscivano ad "andare e venire" senza
problemi,simbolico di chi pure essendo "nel mondo", purtuttavia non è
"del mondo" (per parafrasare di nuovo il Vangelo)cioè non vi
appartiene. La sua vera casa,la sua vera essenza, non è qui.

Simon Smeraldo


Sattva, Rajas e Tamas - Le tre Guna (o "qualità energetiche") che muovono il mondo



Il 26 settembre del 2013, la mattina presto, mi telefonò  Caterina, di servizio al macello dei polli, per chiedermi alcune delucidazioni sul significato delle tre “guna” (qualità energetiche), perché mentre stava lì ad assistere alle “esecuzioni” leggeva qualche pagina della Baghavadgita, per trarne spunto al discorso introduttivo da tenere  l'indomani al Concilio della Spiritualità Laica  di Monteorsello, e voleva inquadrare meglio il significato di queste “forze” che agiscono nel mondo. 

In verità queste tre spinte energetiche non appartengono soltanto alla tradizione indiana, sono presenti anche in tutte le altre filosofie e cosmogonie elaborate in varie culture. Ma in India da tempo immemorabile i cercatori della verità hanno cercato di comprendere il “funzionamento” della vita e perciò lo studio sulle varianti energetiche che creano e sostengono e distruggono il mondo sono state profondamente analizzate. 

In verità le tre guna rappresentano i tre aspetti del divino, dove “rajas” (moto) rappresenta la spinta creatrice, Brahma, che irradia la vita, una sorta di Big Bang in espansione; “tamas” (stasi) simboleggia Shiva che ferma la ruota del divenire per infine riscoprire la verità dietro le forme, insomma le “distrugge” (come si dice in gergo); mentre “sattva” (armonia), che è l’emblema di Vishnu, sta a significare l’equilibrio instabile tra le spinte energetiche di azione ed inerzia che consente alla vita di esprimersi nella mutevolezza. 

Questi tre aspetti, in varie gradazioni trasformative, creano i cosiddetti cinque elementi che avviano il processo esistenziale. Ovvero: sattva puro rappresenta l’Etere (lo spazio vuoto, la coscienza); mescolato con rajas diventa Aria (la mente sottile nel suo potenziale concettuale); rajas da solo significa il Fuoco (la mente che crea le forme mentali); il mescolamento di rajas e tamas produce l’Acqua (in cui le immagini e le forme mentali assumono una sembianza definita ma fluida); ed infine tamas in solitario rapprende le forme pensiero che si trasformano in energia materica, ciò che è fisico. 

Da queste trasformazioni e dall’interconnessione costante delle tre guna si svolge lo spettacolo dell’esistente, le tre guna sono la causa prima della vita e del divenire, allo stesso tempo esse sono inseparabili e quindi nella disciplina spirituale del “ritorno a casa”, ovvero della conoscenza reale della propria natura, queste guna sono considerate spinte funzionali a proiettare l’illusione (maya) e che agiscono per “trattenere” lo spirito nel sogno cosmico. 

Beh, mi sono accorto, che il discorso è diventato veramente lungo (per l’azione delle stesse guna)… e Caterina mi aveva chiesto solo due righe di spiegazione… mi fermo qui!

Paolo D'Arpini


Memoria su Pier di Damiano, monaco di grande valore



Pier di  Damiano, il protagonista del ventunesimo canto del Paradiso,
nacque a Ravenna nel 1007 e morì a Faenza nel 1072.
Monaco camaldolese dal 1035 e poi priore (eremo di Santa Croce) a
Fonte Avellana sul monte Catria (fra Pergola e Gubbio), collaborò con
Leone IX alla riforma della Chiesa.


Scrisse il “gomorranius” (Gomorra fu celebre nell’antichità per la
dissolutezza dei costumi) contro le colpe che inquinavano la vita del
clero nel suo tempo.


Collaborò con Vittore II e Stefano IX che lo creò CARDINALE vescovo di
Ostia. Poi con Niccolò II e Alessandro II (allora i pontificati erano
brevi).


Nel 1039 fu inviato a MILANO per il problema delle ordinazioni
simoniache (simonia è mercanteggiare cose sacre), nel 1063 a Cluny
(sede di una celebre abbazia francese) per i privilegi della
congregazione benedettina, nello stesso anno a Firenze per indagare
sul vescovo Pietro, nel 1069 a Magonza per impedire il divorzio di
Enrico IV…


Con un paragone blasfemo fu il “CANTONE” dei suoi tempi. Se la Chiesa
aveva un problema, il papa regnante mandava lui ad occuparsene. Con
risultati migliori dell’attuale fustigatore(?) della corruzione.
Insieme al monaco Ildebrando (poi GREGORIO VII) di cui fu amico e
ammiratore è la figura più appassionante dell’XI secolo. Sulla sua
tomba fece scrivere “Ciò che tu sei, io fui; ciò che sono, sarai. Non
ti attaccare a questi esseri; sai che dovranno perire. Sono fantasmi
(un nulla) che precedono il vero, il reale. Vivendo ricordati della
morte, così potrai vivere per sempre. Tutto ciò che oggi è, deve
passare; ciò che dovrà restare per sempre si avvicina. Preferisci le
cose celesti alle terrene, le eterne alle caduche. Per favore,
ricordati di Pietro. Prega, piangi e dì:”Signore, perdonatelo”.
Fu fatto santo per acclamazione popolare (si festeggia il 21 febbraio).
Dante ammirò in Pietro Damiano la veemenza della parola e della sua
azione contro le deviazioni e le colpe, l’eccezionale “vis polemica”
animata dal desiderio del rinnovamento (quello auspicato da Dante nel
XXI canto).


Il pontefice Stefano IX nel 1057 dovette minacciarlo di scomunica se
non avesse accettato di diventare cardinale. In quell’occasione egli
scrisse ai “colleghi”:”Le sentinelle che custodiscono gli accampamenti
si chiamano, spesso, a vicenda nella notte per tenersi deste.
Chiamato, mio malgrado, a fare la parte della sentinella e a vegliare
nel corpo della Chiesa, vi scrivo non certo per svegliarvi, ma
piuttosto per scuotere me stesso. Il mondo intero precipita verso la
rovina…la disciplina ecclesiastica è quasi ovunque negletta.
Poiché da ogni parte della terra si accorre in folla al Laterano, è
necessario che lì, più che altrove, la condotta sia sempre retta e che
una disciplina severa mantenga i buoni costumi….”


Che San Pier di  Damiano ci guardi dal cielo! Ce n’è tanto bisogno.

Luigi Caroli