La persona ed il viaggio dell'io verso l'Io



"Chi sono io?" - Il falso io è associato con gli oggetti della mente; l'ego stesso è il suo proprio oggetto. Oggettivazione è falsità. Il soggetto è Realtà. Non confondere te stesso con un oggetto, ovvero il corpo, la mente... Questa identificazione fa sorgere il falso io e conseguentemente il mondo ed i suoi movimenti in esso, causa di ogni sofferenza. Non considerare te stesso come questo e quello, così e cosà, tale e talaltro. Semplicemente lascia da parte il falso e la Realtà si rivelerà da per se stessa. Le Scritture affermano che Dio, la Coscienza Assoluta, è eternamente presente, come può esserci separazione od ignoranza? Tu sei quello sempre! (Liberamente tratto da un discorso di Ramana Maharshi tenuto il 12 aprile 1935)


Premessa: 

Ho tenuto lo scritto che segue  nel cassetto, come si dice, per farlo decantare e renderlo quindi più solido e comprensibile. Non che abbia cambiato qualche parola, no, è assolutamente lo stesso di quando l'ho lasciato lì a riposare ... ma credo che quella sosta nel limbo della memoria sia stata sufficiente per renderlo più intellegibile, soprattutto a me stesso. Dico così perché in verità non so bene nemmeno io quello che esce da questa tastiera, a volte i pensieri e le parole vengono trascritte ma mi sono sconosciute, le conosco solo nel momento in cui appaiono davanti sullo schermo.

Lo scopo dello scritto era quello di mettere in chiaro alcuni concetti base su ciò che io chiamo "Spiritualità Laica" che non è certo una nuova filosofia, assolutamente no! Semplicemente è un modo di esprimere qualcosa che c'era già, nella mia via personalizzata del ritorno a casa.

Per una sorta di simpatia che percepisco verso tutte le persone con le quali riesco a condividere emozioni e sentimenti ho pensato che potesse essere utile (per me e per loro) a chiarire alcuni aspetti dell'auto-conoscenza che ancora si rivolgono alla persona. Poiché (comunque) dalla persona dobbiamo partire in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva. Non voglio perciò sminuire il valore di questa persona, e come "questa" anche tutte le altre che pazientemente seguono e precedono.

Elaborazione:
Conoscere le caratteristiche incarnate, saper individuare le pulsioni che contraddistinguono la nostra persona, è sicuramente utile per non farci imbrogliare dalla mente, per non cadere nella trappola della falsa identità. Infatti tutto ciò che può essere descritto non può essere “noi” ma solo la struttura funzionale del corpo/mente (nella quale ci riconosciamo). Questo apparato psico-fisico è il risultato della commistione di forze naturali (od elementi) e di qualità psichiche (che degli elementi sono espressione). Nella multiforme interconnessione di queste energie gli infiniti esseri prendono forma…. Anche se –in verità- non si tratta di “forze” né di “esseri” bensì di una singola forza e di un solo essere che assume vari aspetti durante il suo svolgersi nello spazio-tempo.
Ma qui occorre descrivere la “capacità separativa” (maya – yin e yang) che produce l’illusione della diversità. Essa è il primo concetto che si forma nella mente (in effetti è la mente stessa) contemporaneamente all’apparire del pensiero “io”. Attenzione non si tratta dell’Io Assoluto, l’Essere ed esserne coscienti aldilà di ogni identificazione, si tratta invece del primo riflesso cosciente (di tale Io) nella mente e che consente l’oggettivazione e la percezione dell’esteriorità attraverso i sensi. In tal modo si attua il meccanismo dissociativo di “io sono questo” e quel che viene osservato “è altro”.  Così il dualismo assume una sembianza di realtà e viene corroborato dalla causalità consequenziale alle trasformazioni che si srotolano nello spazio/tempo. Il processo formativo duale è di facile individuazione da parte dell’accorto intelletto (nel  senso di attento) ma questa considerazione è ancora all’interno del riflesso speculare della mente, per cui dal punto di vista della Conoscenza Assoluta anche questa spiegazione (o comprensione) è futile, forse innecessaria e magari addirittura fuorviante… (a causa della tendenza appropriativa del pensiero speculare) e qui ritorno alla necessità di conoscere la propria mente per non rimanere ingannati dalle sue elucubrazioni empiriche, tese cioè a dimostrare una realtà oggettiva.
La coscienza individuale è in costante movimento ed evoluzione, seguendo i diversi modi di sviluppo della società od i periodi storici nei quali si manifestano le vicende umane. Ogni transizione assomiglia al superamento di un livello d’apprendimento, un po’ come succede nella spirale del DNA. La coscienza, in questo caso meglio definirla mente, si muove dalle espressioni più semplici a quelle più complesse. Una sorta di testimonianza-memoria dei vari processi sofisticati della vita.   
Qualcuno potrebbe chiedersi a questo punto: “…Allora perché scrivere tutto ciò? Perché leggerlo?” – Ma la risposta è banale, talvolta prima di gettare l’immondizia sentiamo il bisogno di esaminarla in ogni particolare in modo da non aver poi rimpianti… Purtroppo in anni ed anni di volo basso abbiamo sviluppato un forte attaccamento alla zavorra…!
Paolo D'Arpini
(Pasqua e Pasquetta del 2009)

Chiudi gli occhi e vedrai con chiarezza...



"Chiudi gli occhi e vedrai con chiarezza
Smetti di ascoltare e sentirai la verità.
Resta in silenzio e il tuo cuore potrà cantare.
Non cercare il contatto e troverai l'unione.
Sii quieto e troverai l'onda dello spirito.
Sii delicato e non avrai bisogno di forza.
Sii paziente e compirai ogni cosa.
Sii umile e manterrai la tua integrità."

(Meditazione Taoista)

Le qualità, le sensazioni, le attrazioni e repulsioni che appaiono nel campo della coscienza, sono proiezioni come lo sono i sogni che appaiono al sognatore. Tutto si risolve nella stessa realtà, unica ed indivisibile, inspiegabile perché non vi è nessuno a cui poterla spiegare….

La nostra mente  è  il risultato di una combinazione psichica e energetica delle forze combinate dalla natura in questo caleidoscopio che è la coscienza individuale.  In effetti nulla ci appartiene (se inteso specificatamente) oppure tutto ci appartiene (se inteso come la totalità del conosciuto)... Cosa volete che sia una bella parola proferita in silenzio od una brutta parola urlata al vento? Andiamo avanti perché tornare indietro è impossibile... nel senso che non si  può correggere nulla degli eventi vissuti (nel passato) possiamo solo osservare con maggiore attenzione gli eventi che si presentano davanti ai nostri occhi nel presente...

Qualcuno allora potrebbe chiedersi come sia possibile modificare ciò che è già descritto nel destino.  Eppure nel pensiero c'è già una leva di movimento, se un chiaro intento si manifesta nel pensiero   possiamo scoprire che le ispirazioni che tu hai avuto su qualsiasi argomento innovativo vengono poi seguite a ruota da una messe di interventi nello stesso filone... 


Sincronicità? Onda? Nel bioregionalismo si chiama "il grande flusso",  e la funzione dei precursori è appunto quella di avviare un processo evolutivo dell'intelligenza umana... per questo è importante che i precursori non assumano su di sé una specifica "laurea" o "copyright" il loro lavoro è solo quello di preparare il terreno, seminare e procedere (come  Jonny seme di mela)... Ognuno comincia a qualche punto e poi prosegue e lascia il suo percorso come esempio.

Paolo D'Arpini





La Festa dei Precursori del 2016 si tiene a Treia dal 23 al 25 aprile 2016: 



Dibattito fisico-filosofico sulla natura della luce (e della materia) - di Vincenzo Brandi



Il grande dibattito iniziato nel ‘600 sulla natura della luce, prolungatosi fino all’inizio del ‘900, è un argomento talmente importante per la storia del pensiero scientifico da meritare un capitolo a parte.

Già nell’antichità, e poi nel medioevo e all’inizio dell’era moderna – in particolare ad opera dell’arabo Alhazen e del polacco Vitellione - era stata studiata l’ottica geometrica, cioè l’andamento delle traiettorie dei raggi luminosi relativamente ai fenomeni della riflessione della luce negli specchi e della rifrazione, cioè la caratteristica deviazione subita dai raggi quando passano da un mezzo (ad es. aria) ad un altro mezzo (ad es. acqua o vetro). Non erano state però avanzate ipotesi sulla natura fisica di questi raggi. Solo il grande filosofo atomista Democrito, illustrando la sua teoria della visione, aveva avanzato l’ipotesi che la luce fosse formata da una miriade di atomi più leggeri che si staccherebbero dai corpi luminosi, o illuminati, per poi colpire gli occhi dell’osservatore. Democrito può quindi essere considerato come l’iniziatore della “teoria corpuscolare della luce”, che avrà come suo massimo esponente Newton.

All’inizio del ‘600 anche Keplero compì importanti studi di ottica geometrica, interessandosi in particolare della teoria del cannocchiale, uno strumento basato sulla rifrazione dei raggi causata nel caso più semplice da due lenti (dette “obiettivo” ed “oculare”). Anche Keplero non si interessò però della natura dei raggi. Successivamente una serie di ricercatori cercò di determinare la legge che regola le deviazioni che si verificano nella rifrazione. Vi riuscì il fisico ed astronomo olandese Snell (1580-1626) che stabilì circa nel 1621 che il rapporto tra i cosiddetti “seni”(1) degli angoli formati dal raggio luminoso, prima e dopo del passaggio da un mezzo all’altro, con la perpendicolare alla superficie di separazione tra i due mezzi (ad es. aria e vetro) era un rapporto fisso per ogni coppia di mezzi, pari al rapporto tra due valori caratteristici per ogni mezzo detti “indici di rifrazione” . In effetti già gli antichi fisici ellenistici, come abbiamo visto in precedenti numeri, erano riusciti a calcolare molti di questi indici per molte sostanze trasparenti.

Cartesio giunse, indipendentemente da Snell, alla stessa legge, che ha assunto il nome di legge di Snell-Cartesio, ma si interessò anche della natura della luce. Secondo lui i raggi luminosi erano dovuti ad una trasmissione meccanica rettilinea di impulsi tra una grande quantità di minuscoli corpi elastici invisibili che avrebbero formato un fluido leggerissimo - chiamato “etere”- che avrebbe occupato tutto lo spazio, e sarebbe stato presente anche negli ambienti apparentemente vuoti. Come già abbiamo detto in un altro numero, la teoria dell’etere resisterà fino alla fine dell’800 quando sarà smentita dall’esperimento di Michelson e Morley. Cartesio ritenne erroneamente che questa trasmissione di impulsi meccanici fosse istantanea (cioè che la velocità della luce fosse infinita). 

Questa asserzione fu contestata da Fermat, che ritenne giustamente che la deviazione subita dai raggi da un mezzo all’altro fosse invece dovuta alla differenza della velocità della luce nei due mezzi (si può infatti dimostrare che il rapporto tra gli indici di rifrazione dei due mezzi è pari al rapporto tra le velocità della luce nei due mezzi). Ne nacque una lunga polemica (tra il 1636 ed il 1658 circa) tra Fermat, Cartesio e i cartesiani, di cui già abbiamo riferito parlando dell’opera di Fermat. Anche Galilei, convinto che la luce avesse una velocità finita, aveva realizzato degli esperimenti per calcolarne il valore. Gli esperimenti fallirono per la mancanza di strumenti adatti alla misura di una velocità enormemente grande (circa 300.000 Km/sec).

Finalmente una rigorosa teoria fisico-matematica sulla propagazione della luce fu impostata (a partire dal 1676) da Huyghens, ribadita nel famoso “Trattato della Luce” del 1690. Il modello di Huyghens prevedeva una serie di urti elastici tra particelle di etere come in Cartesio, ma il grande scienziato olandese riteneva che la perturbazione luminosa si propagasse con velocità finita secondo onde sferiche in analogia a quanto avviene su una superficie d’acqua quando vi scagliamo una pietra, o a come avviene la trasmissione delle vibrazioni sonore nell’aria. Ogni punto della superficie avanzante dell’onda diveniva a sua volta una fonte di una nuova onda sferica. L’inviluppo di tutte le singole onde sferiche diveniva a sua volta un’onda sferica complessiva.

Il vantaggio della teoria di Huyghens – che viene considerata come la prima coerente “Teoria ondulatoria della luce”- era che, non solo riusciva a dimostrare con rigorosi ragionamenti matematici le leggi della riflessione e della rifrazione, ma riusciva a spiegare anche lo “strano” fenomeno della “diffrazione” scoperto da un intelligente astronomo e fisico bolognese, il gesuita Francesco Maria Grimaldi (1618-1663), autore dell’opera “De Lumine” (“Della Luce”), nota anche a Newton. 

La diffrazione si verifica quando, ad es. , si fa passare la luce attraverso una fessura sottile (ma lo stesso succede se si frappone un ostacolo sul cammino dei raggi). L’immagine della fessura (o dell’ostacolo) proiettata su uno schermo successivo non è netta (come ci si aspetterebbe se la luce si diffondesse solo in linea retta) ma si moltiplica in una serie di linee (o macchie) alternativamente illuminate e in ombra. Ciò è dovuto al fatto, come sottolineato da Huyghens, che la fessura (o il bordo dell’ostacolo) funziona a sua volta come fonte secondaria di luce e le nuove onde riescono ad “aggirare l’ostacolo” diffondendosi anche in linea non retta rispetto alla fonte di luce primaria. Inoltre le onde secondarie interferiscono con quelle primarie creando zone dove le onde tra loro sfasate si annullano e altre zone dove si sommano, come succede se buttiamo contemporaneamente due pietre in uno stagno creando due serie indipendenti di onde (fenomeno detto di “interferenza”). Questo crea l’effetto di righe e zone illuminate e righe e zone in ombra.

Huyghens riuscì anche a calcolare la velocità della luce, sfruttando la scoperta dell’abile astronomo danese Romer (1644-1710), che aveva osservato che il satellite Io di Giove si ripresentava in ritardo, dopo aver girato dietro il pianeta, quando Giove era più distante dalla Terra. Romer capì che il ritardo era dovuto alla velocità finita della luce. Sulla base dei dati di Romer, Huyghens calcolò un valore della velocità della luce di 214.000 Km/sec, che non era esatto, ma dava un’idea precisa dell’enorme valore della velocità.

Intorno al 1672 era comparsa però una teoria completamente diversa sulla natura della luce ad opera di un giovane fisico inglese, Isaac Newton. Egli riteneva, come Democrito, che la luce fosse formata da una miriade di corpuscoli luminosi che procedevano in linea retta. La “teoria corpuscolare” spiegava bene i fenomeni della riflessione e della rifrazione (anche se Newton riteneva – erroneamente - che la velocità della luce fosse maggiore nei corpi più densi a causa della maggiore forza di gravità che attirava le particelle). Tuttavia la teoria non riusciva a spiegare la “diffrazione” e fu criticata da Hooke, che aderiva alla visione ondulatoria di Huyghens. Ciò causò una forte inimicizia tra Newton e Hooke che doveva durare decenni essendosi estesa anche alla rivendicazione di chi avesse scoperto per primo l’attrazione gravitazionale (si dice che alla morte di Hooke, Newton – quale nuovo segretario della Royal Society – fece sparire tutti i ritratti ufficiali di Hooke!).

A difesa di Newton bisogna sottolineare che in nessuno dei suoi scritti egli negò che la luce potesse avere anche una natura ondulatoria. Egli inoltre (a differenza di Hooke che riteneva che la luce bianca fosse l’unica luce “naturale”) affermò giustamente che i diversi colori della luce (separabili con un prisma di vetro: fenomeno detto “dispersione della luce”) corrispondevano a diversi tipi di corpuscoli e che i vari tipi di luce, sovrapposti, producevano la luce bianca. Newton provò questo facendo ruotare velocemente un disco su cui erano presenti spicchi di tutti i colori dell’arcobaleno, con l’effetto di ottenere la luce bianca (esperimento già eseguito dagli antichi fisici ellenistici, come ricordato in precedenti numeri).

Nei secoli successivi la teoria ondulatoria sembrò prevalere, in particolare all’inizio dell’800 con l’inglese Young ed il francese Fresnel. Nella seconda metà dell’800 il geniale fisico scozzese Maxwell dimostrò che le onde luminose erano di origine elettromagnetica e che esistevano molti altri tipi di onde della stessa natura: onde radio che possono trasmettere i segnali radio e TV; onde infrarosse che trasmettono il calore; raggi ultravioletti che ci abbronzano sulle spiagge; raggi X, ed infine i micidiali raggi “gamma”, capaci di infliggere gravissimi danni biologici, prodotti nelle disintegrazioni radioattive degli atomi e nelle esplosioni atomiche.

La teoria corpuscolare sembrava definitivamente tramontata, ma nel 1905 uno sconosciuto giovane fisico, Albert Einstein, dimostrò in un suo studio sul cosiddetto “effetto fotoelettrico” che esistevano veri e propri atomi di pura energia luminosa (poi battezzati come “fotoni” dall’antico greco “fos”, cioè “luce”), privi di massa, ma capaci di colpire come proiettili gli elettroni (piccolissime particelle, cariche di elettricità negativa, presenti nelle strutture atomiche) mettendoli in movimento e causando una corrente elettrica.

La scoperta di Einstein (che gli valse il Nobel) significava che le teorie ondulatorie erano errate? La questione fu risolta dall’ipotesi rivoluzionaria (rivelatasi esatta) di un altro giovane brillante fisico francese, De Broglie: non solo la luce, ma tutta la materia aveva una doppia natura, corpuscolare ed ondulatoria. Questa assunzione, come vedremo negli ultimi numeri di questa rubrica, sarà una delle colonne portanti della “fisica quantistica” contemporanea.

Vincenzo Brandi - brandienzo@libero.it



  1. Il “seno” è una funzione matematica “trigonometrica” che cresce al crescere dell’angolo (fino al valore di 90 gradi) e per piccoli angoli coincide approssimativamente con lo stesso angolo.

Fonte: La VOCE - ON LINE 

Osho e la meditazione attiva - Una memoria di Akarmo



A metà degli anni ’90 ero a Pune con migliaia di amici, tantissimi dei quali italiani, che come me passavano i mesi invernali in India nell’allora Osho Commune, oggi Osho Meditation Resort. Quell’anno, credo che fosse il 1995, passavo molto tempo insieme a una coppia di italiani, lui sannyasin e lei no. Lui felicissimo di essere lì e lei che non perdeva occasione per lamentarsi di qualcosa. Allora come oggi, alla sera, un po’ prima delle 19,00, la Comune cessava ogni attività e chiudeva i cancelli, e l’intera comunità di sannyasin si riversava come un fiume festante nella grande Buddha Hall per il discorso di Osho e la meditazione serale, che era per tutti il culmine della giornata. Prima di sedersi in silenzio questa meditazione prevede una ventina di minuti di danza che sale fino a picchi esplosivi di coinvolgimento… In quei 20 minuti è ancora possibile per la gente entrare e trovare il suo posto, ma quando la musica finisce non è più possibile e si deve rimanere fuori. Una sera, ricordo che l’energia era particolarmente travolgente, proprio quando i musicisti stavano per iniziare a suonare, vidi il mio amico arrivare e sedersi verso il fondo della hall. La musica iniziò.

Arrivò anche lei, già un po’ in ritardo e visibilmente incazzata per qualche contrattempo. Dopo nemmeno 2 minuti la vidi uscire di nuovo: aveva dimenticato qualcosa. Poi la persi di vista, preso dalla mia danza, ma più tardi mi raccontò: “Ero agitatissima. Rischiavo di non poter più entrare perché ero troppo in ritardo. Poi, trovato dopo alcuni sforzi ciò che cercavo, sono tornata dentro di corsa, in stato di super stress emotivo e molto nervosa, infilandomi da una porticina laterale. Ero di nuovo in Buddha Hall, furente e agitata, a ballare con tutti gli altri che in quel momento erano al picco della danza. Ero molto arrabbiata, infelice, stressata… Non so come, ma ho messo tutta quell’energia distruttiva nella festa che mi ha letteralmente travolto… L’onda di rabbia è come montata e... CLICK! Saltavo e ballavo sorretta dalla mia rabbia che come per miracolo è mutata, senza soluzione di continuità, spontaneamente, in un’onda anomala di gioia e estasi. 'Ma cos’è sta cosa?’ ho pensato. Lacrime di beatitudine mi rigavano il viso, un’esplosione di luce nel mio cuore... Osho! Osho! Osho!!!”. 

Il giorno dopo è diventata sannaysin, ha ricevuto un nuovo nome e l’inizio di una nuova vita. Che mistero l’energia… Come dice Osho di per sé l’energia è neutra. Può prendere la forma di rabbia, di gioia, di amore, di odio, ma in fin dei conti è solo energia. In un momento di totalità l’energia vissuta sotto una specifica forma, può girare e – magicamente – trasformarsi! È il principio applicato in tutte le Meditazioni Attive di Osho: con la totalità le cose cambiano da sole!  



Jagadish Chandra Bose e la sensibilità nel mondo inorganico e organico

Jagadish Chandra Bose (1858 - 1937)

Jagadish Chandra Bose nasce a Mymensingn, , il 30 novembre 1858, nel distretto di Bikrampur nel Bengala indiano, dal 1947 Bangladesh, fisico e botanico è uno dei più importanti scienziati indiani. Suo padre, deputato, magistrato, uomo di grande cultura e amante delle scienze spingerà suo figlio verso la carriera di scienziato e dottore. J.C.Bose, nel 1869, frequenta il Collegio di S. Saverio a Calcutta (Kolkata dal 2001) presieduto da Padre Eugene Lafont, noto per una raffinata capacità didattica che influenzerà non poco l’attitudine alla ricerca del giovane. Nel 1879 J.C.Bose supera l'esame di laurea in Fisica a Calcutta e se, per andare in soccorso alle necessità finanziarie del padre, inizialmente rinvia la partenza per l’Inghilterra, in seguito, dopo aver abbandonato il suo piano di studiare medicina, vi giunge e tra 1881 e il 1885 consegue a Cambridge i diplomi in, Fisica, Chimica e Botanica, mentre a Londra quello in Scienze Naturali.

Al ritorno in India insegnerà Fisica presso il Collegio della Presidenza fino al 1916, ma già dal 1894 decide di dedicarsi alla ricerca scientifica, e in una piccola stanza del Collegio impianta il suo laboratorio. Inizia così una prolifica serie di esperienze: si interessa alle onde hertziane, costruisce un nuovo generatore d’onde, individua per primo le microonde e nel 1895, nel municipio di Calcutta mostra come queste possano essere inviate non solo attraverso l'aria, ma anche le pareti e perfino i corpi delle persone; perviene alla costruzione di un ricevitore di onde radio, il‘coherer’ (coesore), più efficiente del modello di Edouard Branly, si tratta in realtà di un diodo a semiconduttore, che chiama ‘radiometro universale’, brevettandolo in seguito senza mai sfruttarne i diritti (US Patent No. 755.840), sperimenta così 2 anni prima di Marconi la trasmissione senza fili; finisce per dedicare la sua vita alle indagini su l’elettrofisiologia delle piante.

Una menzione particolare va riservata all’invenzione del crescografo, uno strumento talmente sbalorditivo che varrà allo studioso il titolo di Sir, capace di ingrandimenti fino 10.000.000 di volte (a fronte dei 1000-2000 dei microscopi dell’epoca) e valido per mostrare in diretta la crescita delle cellule nei tessuti vegetali e la loro reazione ai vari stimoli esterni, quali la temperatura, i suoni, il metallo, le onde radio, i fertilizzanti; è evidente che questo strumento mostrando in diretta l’azione, ad esempio, delle sostanze sui vegetali può risultare utile per un’enormità di applicazioni.

Presto il genio di J.C.Bose viene riconosciuto, nonostante la sua permanenza a Londra sia spesso rabbuiata dall’atteggiamento ostile di una parte della comunità scientifica, nel 1903 riceve il titolo di Comandante dell'Ordine dell'Impero indiano a Delhi dal governo britannico, nel 1912 quello di comandante della Stella di India e nominato Cavaliere dal governo britannico nel 1916. Nel 1917 fonda il Bose Institute a Calcutta, nel 1928 diventa un Fellow della Royal Society di Londra.

Pubblica: ‘Risposta nel vivente e Non vivente’ nel 1902 e 'Il meccanismo nervoso delle piante' nel 1926 e vari altri saggi di fisica e fisiologia; ma curiosamente si mostra scrittore di talento, in lingua bengalese, anche nel filone della fantascienza. Muore il 23 novembre 1937 a Giridih in Bihar, nel Bangladesh britannico. Più autori si sono occupati della sua biografia, Pete Geddes con “The life and work of Sir Jagadis C. Bose” e D. P. Sengupta e altri con “Remembering Sir J C Bose”, sicchè sono conosciute buona parte delle vicende private e professionali dello scienziato.
Su tutte svetta un episodio memorabile, ossia la celebre dimostrazione tenutasi a Londra nel maggio 1901 nella sala centrale della Royal Society stracolma di ospiti e scienziati, dove J.C.Bose esegue il famoso esperimento nel quale mostra le variazioni elettriche a cui va incontro una pianta immersa in un recipiente contenente una soluzione di bromuro, un veleno. Lo strumento che registra la corrente, tramite un punto luminoso, indica le variazioni elettromagnetiche e descrive il lento morire della pianta, un pulsare sempre più flebile fino ai sussulti finali seguiti da un brusco arresto. Questo esperimento susciterà molta impressione, così di fatto J. C. Bose dimostra ad un vasto e qualificato pubblico, che le piante sono sensibili agli stimoli esterni, al calore, al freddo, ai suoni ecc.

Ancora più toccante è il resoconto dell’esperimento su una pianta di felce, reso vivido dall’immagine prodotta col crescografo durante la visita presso il suo laboratorio, nel Bose Institute, da parte di Paramahansa Yogananda, il quale ricorda: ‘Fissavo con grande aspettativa lo schermo che rifletteva la sagoma ingrandita della felce. Ora si distinguevano tenui movimenti di vita; la pianta cresceva lentamente dinanzi ai miei occhi incantati. Lo scienziato toccò la sommità della felce con una barretta di metallo: i movimenti si arrestarono bruscamente, per riprendere il loro sintomatico ritmo appena la barretta fu allontanata. “Avete visto come la più piccola interferenza esterna sia nociva a questi sensibili tessuti”, commentò Bose. “Osservate: ora somministrerò alla pianta del cloroformio e subito dopo un antidoto”. Il cloroformio arrestò la crescita; l’antidoto la riattivò. Il susseguirsi delle immagini sullo schermo era per me più avvincente della trama di un film. Il mio compagno, che ora impersonava la parte del cattivo, trafisse la felce con uno strumento affilato. Spasmodiche contrazioni indicarono l’intensità del dolore. Quando egli affondò nel gambo la lama di un rasoio, la sagoma si agitò convulsamente, poi si acquietò nell’arresto finale della morte’.

Va sottolineato che il rilancio critico della sua figura di J.C.Bose, specie in Occidente, è dovuto proprio al capitolo a lui dedicato in ‘Autobiografia di uno Yogi’ da parte di Paramahansa Yogananda.

Ma cerchiamo di capire perché J.C.Bose orienta la propria ricerca verso la sensibilità delle piante, tutto nasce da un osservazione che compie sulla singolarità del comportamento degli elementi di metallo posti all’interno del suo radiometro universale, il‘coherer’, infatti dopo un uso prolungato, questo sembra mostrare segni di affaticamento, tanto che dopo un po' di riposo riacquista la sensibilità iniziale, il comportamento risulta proprio simile a quello degli esseri viventi, ciò fa pensare a J.C.Bose che la materia possa avere una sorta di sensibilità e che ciò possa valere anche, ad esempio, per le piante.

E’così che, nel piccolo laboratorio di Calcutta, inizia l’indagine sulle reazioni nei viventi e non viventi e sulle proprietà fisiologiche dei tessuti vegetali e sulla somiglianza del loro comportamento con quello dei tessuti animali. Di fatto verifica sperimentalmente come determinati stimoli provochino nei metalli, nei tessuti delle piante e in quelli animali, le medesime reazioni; queste reazioni vengono rilevate attraverso il fluire di una corrente, dall’intensità e dalla forma della curva di risposta. L’attenzione in particolare alla sola risposta elettrica, quale manifestazione fondante della sua teoria sulla sensibilità della materia inorganica e organica, e quale indicatore principale della reazione agli stimoli, è ispirata, al nostro autore, dal fisiologo Auguste Desiré Waller e ai suoi studi sull’elettrofisiologia, studi dai quali J.C.Bose prende spunto e che approfondisce con la sperimentazione.

Quindi vediamo come stimoli meccanici, termici elettrici, chimici producano risposte elettriche sia nei sistemi organici che inorganici, come a mostrare una indistinta sensibilità propria della materia. Questa sensibilità secondo J.C.Bose ha la sua causa fisica in un fenomeno elettromagnetico dovuto all’alterarsi e ricomporsi degli equilibri molecolari, equilibri che perturbati dagli stimoli, all’atto del ristabilirsi generano un flusso elettromagnetico, misurato dagli strumenti appunto come corrente.

Alla luce delle conoscenze attuali potremmo spiegare più nel dettaglio questo fenomeno considerando i flussi eterici, ma per il nostro fisico, più macroscopicamente tutto dipende dall’energia che si sposta per ristabilire la condizione di equilibrio persa, a causa del disequilibrio molecolare.
In questa sede prescinderemo dagli ambiti applicativi delle scoperte di J.C.Bose, che sono innumerevoli e in buona parte misconosciuti in Occidente, e che possono essere dedotti dalle stesse considerazioni in calce ai vari esperimenti illustrati nell’opera, resta invece da speculare sulla natura di questa attitudine alla sensibilità della materia, sensibilità che rimanda ad una fascinosa immagine di un universo vitale pregno di un’intelligenza che non trascura nessuna sua, seppur minima, parte.
Come interpretare quindi queste reazioni agli stimoli presenti nell’organico e nell’inorganico, se non come presenza di una vitalità, che facilmente associamo agli esseri viventi e non certo all’inorganico? Ossia è sensato asserire che il mondo inorganico al pari di quello organico possieda un’anima senziente, ossia una coscienza, oppure in maniera più riduttiva pensare che per entrambi l’intelligenza che più o meno dimostrano di possedere sia in realtà la manifestazioni di dinamiche proprie della sola fisicità della materia?

Personalmente non me la sento di cavalcare l’ultima ipotesi, ricadendo in un sordo materialismo, quando ormai anche la stessa fisica quantistica, seppur timidamente, va riconoscendo i principi per i quali la materia e le sue manifestazioni nell’universo sono governati da un‘Intelligenza che tutto regola.

E’ ora di superare i preconcetti filosofici del recente passato che hanno dedicato a questa idea uno spazio sempre più ristretto se non addirittura nullo, nella visione di una separazione forzata tra spirito e scienza, più marcatamente dal dopoguerra, grazie al positivismo, al materialismo e ad un esacerbato ateismo; mentre in precedenza, a cavallo dei primi del 900, la fisica indagava sulla sostanza che compone la materia e i fenomeni dell’universo come materia sulla quale operava in ultima istanza un che di ineffabile riconducibile ad una concezione spirituale, diremmo divina.
Accordando una vitalità alla materia, in senso lato, che sia vivente o meno, si sposta con l’indagine il limite della ricerca dal mondo fisico verso quello metafisico, ambito quest’ultimo piuttosto delle idee o meglio dello spirito, per il quale forse le parole e ancor più i numeri, più vi ci si inoltra, più rischiano di non chiarire.

Questa diatriba è presente anche nel dibattito che il lavoro di J.C.Bose suscita, del resto non poteva essere altrimenti essendo il nostro originario di una terra dove è fortissima la componente spirituale, anche le scoperte proposte da un fisico non possono non diventare oggetto di disquisizioni filosofiche, avendo con queste indagini invaso proprio il campo della metafisica. A tal proposito proprio al termine del volume viene rigettata la teoria dei vitalisti che assegnano ad una fantomatica ‘forza vitale’ la causa dei fenomeni di sensibilità nel mondo organico, sia per la sua inconsistenza sperimentale e sia perché inadatta a spiegare la sensibilità nell’inorganico.
Piuttosto il J.C.Bose fisico, pur ponendosi la domanda riguardo quale sia il limite tra fisico e fisiologico, spinto dalla sua cultura spiritualista, inquadra i fenomeni in una visione unitaria, ove attraverso l’universalismo scompare la differenza tra vivente e non vivente e i confini tra i due mondi diventano qualcosa di indefinito.

Restando fedeli al primo assunto, ossia che tutto in quest’universo ha una coscienza, forse il compito dell’indagine in fisica può essere quello di capire quale può essere la natura materiale della coscienza, come sia fatta fisicamente, per rintracciare la sua appartenenza anche nel mondo inorganico; mentre più in generale, deve restare chiaro che se da una parte esiste una materia grossolana o sottile dall’altra c’è un Principio che la permea e la governa.

Questo contributo di indagine, oltre alla schietta sperimentazione fisica, invade l’astratto campo della metafisica per cercare di svelarne una parte di quell’inconoscibile che la fonda; senza però la pretesa di ridurre ad idea meccanicista questa materia dello spirito, l’operazione piuttosto è finalizzata alla figurazione di come l’universo funzioni, senza dimenticare che quello che osserviamo è un’emanazione della coscienza di ognuno, e universalmente della Coscienza in cui le fenomenologie fisiche e metafisiche si fondono.

Va ricordato che tantissimi ricercatori, a torto obliati, avevano già costruito sin dal finire XIX secolo e poi in quello a seguire, un sapere scientifico a riguardo delle energie sottili; oggi la ricerca su queste realtà fisiche ha reso palesi certe conoscenze attraverso le certezze sperimentali, un esempio su tutti, apparentemente fuori tema, quello delle ricerche sulla memoria dell’acqua di Masaru Emoto, che ci dimostra che l’acqua è sensibile, che ha memoria, ricorda e quindi riceve informazioni e così le rimanda, e questo come vale per l’acqua vale per tutta la materia, come non considerare quindi che questa non abbia coscienza; continuare a pensare che l’universo possa essere ridotto ad un puro schema meccanico razionale è diventato un assurdo, anche presso i filosofi e gli scienziati dell’occidente.

In ultimo, in onore alla antica e profonda cultura spirituale indiana, all’onesta etica ed intellettuale di tanti suoi concittadini, e in omaggio alla saggezza che essi ci hanno tramandato vale la pena di citare cosa dice il saggio Vasistha a riguardo delle relazioni tra mondo vegetale, animale e inorganico, in una parola nell’universo: Tutto è Braham, tutto è Coscienza, essa è Una e pervade l’intero Creato, ogni sua parte ne è parzialmente o totalmente consapevole.

Giuseppe Moscatello 
pep65@tiscali.it


Modello di Crescografo presso il Bose Institute

Indirizzo testo in pdf:





Necessità del credere e libertà del non credere - Dialogo fra un credente ed un miscredente




"La grande Via è del tutto piana, eppure la gente preferisce le vie traverse" (Tao Te Ching) 

Si dice che la via della autoconoscenza richieda un grande sacrificio ed un grande coraggio. La prima cosa alla quale dobbiamo rinunciare per conoscere noi stessi è l'accettazione della conoscenza empirica. Tale conoscenza empirica non è soltanto l'immagine che abbiamo di noi stessi,  è anche il conosciuto attraverso le fedi, la scienza, le religioni, le filosofie... insomma tutto ciò che accettiamo perché fa parte della cultura e del nostro "credere". Essere se stessi richiede l'abbandono delle idee precostituite e la rinuncia al conforto di sentirci accettati dagli altri, e persino  il rifiuto alla rivolta ed  all'autoaffermazione. Non ci ribelliamo al mondo né al pensiero corrente ma nemmeno li prendiamo per veri, per come ci appaiono o per come ci vengono descritti. Il mondo sta lì e noi, in quanto osservatori, stiamo lì. Ma perché dovremmo uniformarci ad una "descrizione"? Ad un giudizio?   
In fondo l'autoconoscenza è qualcosa di molto semplice che non richiede spiegazioni né giustificazioni ed in verità non richiede nemmeno sacrificio o coraggio. Non chiede nulla...

Per meglio esplicitare questo mio sentire vi sottopongo un breve dialogo, riguardo alla "necessità" del credere ed alla "libertà" del non credere



Antony Flew,  filosofo ateo,  ora crede che Dio esiste. Sostenitore e propugnatore per decenni dell'ateismo filosofico, nel 2004 ha annunciato pubblicamente la rinuncia ad esso: https://www.youtube.com/watch?v=45-8yRwRzxk&feature=youtu.be


Commenti

Saul Arpino -  ...di solito succede quando subentra la paura di morire

Livio Cech -  posso capire la condizione emozionale dell'uomo di
strada, ma le argomentazioni del filosofo hanno del razionale più che
dell'emotivo.

Saul Arpino -  Filosofo o uomo di strada sono uguali di fronte
all'estrema nemica (o vera amica, come la chiamava  Totò: la livella)

Livio Cech  -  ...sono dell'idea che il Filosofo sia meglio armato per
combattere l'omologazione che temeva il De Curtis!

Saul Arpino -  Come si può essere armati o resistere di fronte
all'inevitabile? O si accetta la morte come un aspetto della vita e
quindi la si accoglie come un'innamorata, come una nascita, oppure si
teme il giudizio di dio e la filosofia serve a poco, anzi è un peso
maggiore della beata ignoranza dell'illetterato.

Livio Cech -  Armati,  di pensiero filosofico, di virtù come la
giustizia. Eppoi dove è certificata l'inevitabilità cui accenna? Per
quanto riguarda Dio occorre capire che se lo si rispetta si è nella
condizione di essere aiutati, ma se non Lo si rispetta ci si condanna
al fallimento. Ma il problema è solo uno: Lo devi sentire dentro, e se
non Lo senti ... sei un zombie!

Saul Arpino -  Honni soit qui mal y pense

Livio Cech  - Non è tanto il pericolo di essere maledetto, quanto
quello di essere incapace, inetto, deficiente (qui deficit).

Saul Arpino -  Infatti come pendent ho utilizzato l'immagine di Ulisse
di fronte alle sirene... dell'illusione

Livio Cech  - Si, ma recuperiamo un preciso senso dell'essere! E chi è
miscredente è condannato al nulla, orgogliosamente!

Saul Arpino - Il vuoto del miscredente è pieno di Sé

Livio Cech  - Poveraccio, ce fà ppena!

Saul Arpino "Le persone farebbero qualunque cosa, per quanto assurda, pur di evitare di affrontare la propria coscienza: praticare lo yoga, osservare diete, imparare teosofia a memoria, ripetere meccanicamente testi mistici della letteratura mondiale. Tutto perché non sanno stare con se stessi, e non credono minimamente di poter tirar fuori qualcosa di utile dalla  loro coscienza." (C.G. Jung)

Livio Cech - E  dovrebbe conoscere la mia religione, quella bahà'i,
per sapere cosa è la gioia dell'esserci con la coscienza della propria
potenzialità di essere altro dalle proprie esperienze e dalla loro
gabbia psicologica.

Saul Arpino  - Credere, obbedire, combattere?




Paolo D'Arpini

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Articolo in sintonia:
http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2014/10/spiritualita-senza-etichette-un.html