Le radici della "finta democrazia" esportata nel mondo

Se dovessimo rivolgere lo sguardo a quei movimenti politici che oggi si ammantano di libertà e democrazia scopriremmo che le loro radici storiche, politiche e culturali – mai rinnegate – affondano nel sangue e che nel loro passato sono presenti crimini e nefandezze.
Partiamo dei movimenti liberal progressisti che traggono ispirazione da quella immensa carneficina che fu la rivoluzione francese dove tra teste mozzate, terrore giacobino e genocidio della cattolica Vandea si inneggia ipocritamente alla libertà per portare al potere la borghesia illuminata. Robespierre fa bella mostra nel loro album di famiglia.
La sinistra, che fino a non pochi decenni fa inneggiava alla Russia comunista (lo stesso ex Presidente Napolitano nel ’56 applaudì ai carri armati sovietici che soffocarono nel sangue la primavera ungherese) non ne esce certo bene. Stendiamo poi un pietoso velo su massacri partigiani durante e dopo la fine della guerra.
L’America, che tanto piace alla destra e non dispiace alla sinistra (che ha capito da che parte gira il vento), ipocritamente rappresentata dalla statua della (loro) libertà nasce massacrando l’intera popolazione pellirossa e riducendo in schiavitù oltre 14 milioni di neri trattati alla stregue di animali domestici su cui esercitare diritto di vita e di morte. La discriminazione razziale è rimasta in vigore nella “più grande democrazia del mondo” fino ai primi anni sessanta.
I partiti cattolici fanno riferimento alla Chiesa la quale per mille anni ha esercitato un potere a dir poco dispotico macchiandosi di crimini indicibili. Basti pensare alla santa inquisizione con il suo corollario di donne al rogo, torture e giudizio di Dio, alle crociate con il massacro di Gerusalemme e di come ha evangelizzato le Americhe al seguito dei conquistadores. 
Quanti dei responsabili dello sfacelo in cui si trova oggi l’Italia, governata da “tecnici” che nessuno ha eletto, stanno pagando per la loro incapacità, interesse personale e bramosia di potere?
Gianfredo Ruggiero

Vedere verde - Il discorso di fine anno di Felix D'Arpini



Verde ... vedere . . . Verde vedere 
Praterie in Irlanda mosse dal vento , foreste in Brasile .. Il verde dei più bei occhi nella memoria.
Acque verdi di mari senza un nome .....
Verdura fresca, salata e inasprita da un limone .... anche lui verde.
Inverdito di muschio il muro che pochi anni fa è stato eretto. 
Il verde di un daltonico che nel rosso vede il verde e nel sangue linfa, che osserva aurore in ogni tramonto o alba. 
Il verde immaginato da un bambino eschimese che non lo ha mai veduto.
Il verde che il cieco conosce solo come odore, sapore, sensazione ... rumore.
Sinestesia vestita di verde ....
Un amore che si colora di emozioni nel momento in cui l'amante dona una verde giada a colei che ama. Un pesce attaccato ad un amo si dimena ed il verde argento delle squame resta impresso nei ricordi di un disabile che di rado vede il mare, il sole.
Ossido di rame che protegge la vigna e le dona il colore che crea ripetizione in questo testo.
Seta, raso, tende... tutto verde in una casa con finestre che guardano il verde. In una galassia dietro casa di un mio amico splende un sole verde fatto di cartone, la mattina a volte lo vado a trovare e ci divertiamo a scriverci sopra .... - " sai i soli sono grandi e c'è spazio per scriverci sopra una vita".
Questo amico è fatto di pura consapevolezza e le sue risate sono come bolle di sapone ma di tutte le forme e con tutti i nomi e io mi diverto a fargli il solletico sulla pancia con una piuma di fenice che immancabilmente si incendia e ci fa scoppiare in risate infantili e piene gioia.
Quando le idiosincrasie mi vengono a trovare andiamo insieme a fare la spesa e non manca mai il nostro appuntamento con lo zucchero filato e il giretto al parco dove diamo il pane ai piccioni e alle papere . Qualità particolari di mix emozionali mi inducono a tatuarmi ed essendo io l'unico che conosco che usa la tecnica da me utilizzata mi auto tatuo in compagnia del mio amico fatto di pura consapevolezza e ridiamo per il limitato spazio su cui disegnare e le infinite idee che partorisce la mente.
-"è risaputo che sui soli verdi di cartone si può disegnare un eternità ma sugli esseri umani soli si può disegnare solo il desiderio fatto immagine dal narcisismo un essere che vede se stesso come limite di separazione tra un dentro e un fuori "- 
Allora per rendere infinito il tappeto della mia pelle è sufficiente non sentirmi solo ma un sole . Anche se limiti apparenti si presentano ripenso alle parole del mio maestro e ripongo fiducia in esse . Le sue parole sono come un ponte, mi diceva: " tu sei".
Si presentano limiti sotto forma di spazio e tempo ma ormai vedo la loro inconsistenza e non ne sono più toccato . Lo spazio/tempo si manifestano tra le varie cose come emozioni e ricordi , essi non sono miei perché non ho un esistenza mia ; sono di questo corpo che scrive , un corpo vivo che scrive , eppure sono appartenenti a me in quanto " io sono " e tutto è me.
Con la cenere delle piume di fenice ho riempito un vaso ed è nata una pianta che si chiama universo. La sua natura è estendere se stessa tramite l'immaginazione e la creatività ed ha la virtù di essere instancabile.


Felix D'Arpini

Ariani versus giudei e lotta per la supremazia fra Mitra e Gesù



Mitra era un dio-guerriero di origine  ariana  indo-iranica. Era anche il dio che custodiva i patti. Questi due aspetti lo rendevano oggetto di particolare venerazione tra i legionari romani. La divinità era anche collegata a particolari culti solari: ora come aiutante del dio Apollo ora personificazione del sole (il Sol invictus). 

Nella tradizione più antica, indo-iranica appunto, il dio combatteva accanto al dio del Bene, Ahura Mazda, nella guerra cosmica contro il dio del Male, Ahriman. La sua dimora sarebbe sulla catena montuosa dell'Erbuz: più esattamente sul monte Damavand, il più alto vulcano del pianeta (oltre 5.600 metri), considerato il "monte Olimpo" dell'Iran. Dove pure, secondo le leggende popolari, abiterebbe, incatenato all'interno di una spelonca, un terribile demone che un giorno si libererà e distruggerà la vita sulla Terra.

Il culto di Mitra arrivò a Roma intorno alla metà del I Secolo d.C. Tra il II e III secolo d.C. esso era talmente diffuso che, secondo l'opinione quasi unanime degli storici, se il mondo antico non fosse diventato cristiano sarebbe stato mitraista. 
Chissà come sarebbe cambiata l'Europa se avesse trionfato questa forma di monoteismo guerriero, ma tollerante e sincretico, erede della tradizione culturale classica (nella forma del Neoplatonismo) e senza compromissioni con quel mondo abramatico che generò l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam. 

Posso dire per certo che ciò avrebbe reso più semplice l'assimilazione delle popolazioni germaniche migrate all'interno dei confini tra il 370 e il 405 d.C. , che erano tutte pagane e guerriere con l'eccezione di qualche decina di migliaia di Goti (le popolazioni germaniche si convertiranno in massa al cristianesimo, nella forma ariana, solo durante il V secolo).


I progressi scientifici nel ‘600.. favoriti dallo sviluppo della strumentazione


 

Le grandi scoperte scientifiche del ‘600 furono favorite dal grande sviluppo della strumentazione scientifica, a sua volta favorito dai notevoli progressi della tecnica, ad esempio nel campo della molatura delle lenti da vista, già usate nel Medioevo. A questi progressi parteciparono sia grandi scienziati, come Galilei, Keplero, Torricelli, Huyghens, Hooke, Newton, sia semplici artigiani semisconosciuti.

Nel 1609 fu perfezionato e presentato dallo stesso Galilei alle autorità veneziane il cannocchiale  basato sull’accoppiamento di due lenti (una convessa, l’obiettivo, ed una concava, l’oculare). Lo strumento era già stato inventato da artigiani olandesi accoppiando delle lenti, ma ebbe il suo vero battesimo scientifico ad opera del grande scienziato pisano. Anche Keplero, nella sua opera “Dioptrica”, aveva presentato un suo progetto di cannocchiale perfezionato, realizzabile con due lenti entrambe convesse. Questo tipo di cannocchiale, con opportune modifiche,  fu il più diffuso nel ‘600.

Huyghens, ed altri, cercarono di eliminare i difetti tipici delle lenti dei cannocchiali, come l’aberrazione “sferica”, dovuta alla forma curva della lente, che provocava immagini confuse. Furono realizzati cannocchiali con uso di lenti meno curve e di forme non sferiche (come meglio vedremo quando ci interesseremo dell’opera del grande scienziato olandese), ma necessariamente molto più lunghi e meno maneggevoli per l’aumento della distanza focale. Newton cercò di eliminare un’altra aberrazione delle lenti, quella “cromatica” (dovuta al fenomeno della rifrazione differenziata delle varie componenti della luce naturale) introducendo tra le due lenti uno specchio concavo.

Microscopi  basati sull’uso di una coppia di lenti furono realizzati per l’ingrandimento di piccoli oggetti. Il più famoso fu quello realizzato dallo scienziato inglese Robert Hooke.

Un efficiente microscopio, basato su una sola lente e su un efficiente sistema di tre viti regolatrici per la corretta messa a fuoco dell’oggetto da osservare, fu invece perfezionato dall’olandese Leeuwenhoek, la cui vicenda scientifica ed umana merita una particolare menzione.

Antony Van Leeuwenhoek (1632-1723) proveniva infatti da una famiglia di piccola borghesia olandese. Era privo di preparazione matematica e capace di parlare solo l’Olandese, per cui non era in grado di leggere le pubblicazioni internazionali e di comunicare con i maggiori scienziati dell’epoca. Benchè sia rimasto tutta la vita a lavorare nella sua città di Delft, come commerciante di tessuti, ispettore dei lavori pubblici e controllore di vini importati, la fama delle sue eccezionali osservazioni sperimentali eseguite  nel tempo libero con il suo strumento capace di 270 ingrandimenti (che egli si rifiutò sempre di porre in commercio) si sparse per tutta l’Europa.
Egli, applicandosi con grande metodo ed abnegazione alla sua attività scientifica sperimentale, seguendo la via tracciata da Bacone e Galilei, studiò la struttura di vari insetti e piccoli parassiti come i pidocchi; studiò la struttura dei tessuti animali; scoprì i vasi capillari sanguigni dando un contributo decisivo alle teorie del medico inglese Harvey sulla circolazione del sangue; individuò i globuli del sangue e gli spermatozoi; registrò la presenza di microorganismi nell’acqua e altri fluidi precedendo la moderna batteriologia. Alla fine, in riconoscimento dei suoi meriti, fu nominato nel 1680 membro della Royal Society e nel 1699 collaboratore dell’Accademia di Francia. Il suo laboratorio fu visitato dallo zar Pietro il Grande durante il suo famoso viaggio in Olanda, teso ad aprire la Russia  alla scienza e alla tecnologia occidentale.

Tra i più importanti strumenti di misura sviluppati nel ‘600 si possono ricordare anche i termometri per la misura della temperatura, basati sull’espansione di un fluido dovuto all’aumento della stessa temperatura. Termometri ad aria furono messi a punto anche da Galilei. I successivi utilizzarono l’acqua ed infine l’alcool. Questi ultimi furono chiamati “fiorentini” in quanto sviluppati dall’Accademia del Cimento a Firenze, ed ebbero grande diffusione in Europa. Comparvero anche i primi termometri a mercurio.
Infine la messa a punto di efficienti pompe da vuoto permise di fare il vuoto in volumi chiusi, smentendo – come già si è scritto a proposito del barometro di Torricelli – la presunta impossibilità del vuoto sostenuta dagli aristotelici e rivalutando l’affermazione sulla realtà del vuoto fatta da Democrito e dagli antichi atomisti.

Il primo importante produttore di un’efficiente pompa a vuoto fu il tedesco Otto Von Guericke (1602-1680), singolare figura di scienziato e di politico, che fu anche eletto sindaco di Magdeburgo. Grazie alla sua pompa Von Guericke riuscì a realizzare una delle più note ed originali esperienze nella storia della fisica. Essendo riuscito a realizzare il vuoto nello spazio compreso tra due semisfere di bronzo accostate tra loro, fece tirare - di fronte ad una massa di autorità e di curiosi - le semisfere in direzioni opposte da due squadre di sei robusti cavalli che non riuscirono a staccarle a causa della differenza di pressione tra l’esterno (pressione atmosferica) e l’interno (vuoto). Von Guericke, che aveva studiato nelle università di Lipsia, Jena e Leida, dimostrò anche che la luce poteva muoversi nel vuoto (risultato fondamentale in relazione alla teoria ondulatoria della luce, messa a punto per la prima volta in quegli anni da Huyghens), ed infine costruì un apparato capace di isolare le cariche elettriche, dimostrando che le cariche elettriche dello stesso segno si respingono (risultato molto importante nel campo dell’elettrostatica).

Altra famosa pompa a vuoto fu realizzata da Robert Hooke in collaborazione con Boyle.


Infine, una grande importanza  ebbero le nuove apparecchiature per la misura esatta del tempo, come gli orologi a molla (messi a punto anche da Hooke e Huyghens) e a pendolo, perfezionato dallo stesso Huyghens.

Vincenzo Brandi - brandienzo@libero.it

Unità d'Italia rivisitata e distruzione morale economica e politica del centro-sud



Il 5 maggio del 1860, un'accozzaglia di 1162 straccioni, al comando di
Giuseppe Garibaldi, che Cavour aveva coinvolto al solo scopo di
disfarsene, s'imbarca, senza munizioni né polvere da sparo, sui vapori
Piemonte e Lombardo alla volta di Marsala, dove sbarcano l'11 di
maggio. All'alba di questo infausto giorno, sarebbero bastate due
"palle" di cannone e, noi non saremmo qui a discutere, mentre i Savoia
avrebbero "pianto" i 1089 straccioni in rosso (se ne erano persi
alcuni strada facendo). Mercé i tradimenti e le inettitudini
dell'esercito borbonico e dei suoi ufficiali, senza tirarla per le
lunghe, il futuro eroe dei due mondi, il giorno 7 settembre 1861 fa il
suo "trionfale" ingresso in Napoli. Mette conto, vista la solennità
dell'evento, lasciare la parola a ben più erudite e geniali menti:
Era la sera del 27 giugno del 1860, Don Liborio mi fece uscire dal
gabbio e mi disse: - Tore, fra giorni qui a Napoli arriverà Giuseppe
Galibardo, deve trovare una città pulita ed ordinata. Io vi metto a
libertà e vi nomino responsabile della pubblica sicurezza. Voi dovete
ripulire la città dai delinquenti. Ve la sentite? - Io risposi di si,
mi misi una coccarda tricolore sul cappello e cominciai il mio nuovo
lavoro. Con Iossa, Capuano e Mele facemmo piazza pulita. Facemmo
fuori, a pugnalate, Peppe Aversano, quello era un fetentone, un infame
spia del direttore della polizia Michele Ajossa, si meritava quello e
pure altro. Quindi ce facettemo all' ispettore della Polizia Perrelli.


Veramente non fui io, ma Ferdinando Mele che gli tirò qualche
coltellate mentre l'ispettore si trovava semi svenuto su una carretta.
Infine, facemmo 'na bella mazziata all' ispettore Cioffi, che a stento
salvò la pelle. La cosa più bella, però, fu la mazziata che si buscò
l'ambasciatore francese, un certo Anatole Brenier. Neh, quello si
atteggiò pure: sono l'ambasciatore francese. Ah, si e tiè. Due colpi
di bastone in testa e la mmommora si aprì in due parti. Se non era per
Ciccio Carfora, 'o cucchiere, che lo portò in salvo, faceva 'na brutta
fine. Poi conquistammo tutti i commissariati e la gente ci dava tanti
soldi, ci pagava. Ci dovevano pagare, se no significava che erano
nemici della patria italiana, quindi mazzate e poi in galera. Il 7
settembre di quell'anno, zi' Peppe entrò in Napoli, me lo ricordo come
se fosse adesso, erano più o meno l'una. Ci fu una carovana di
carrozze. Il corteo era guidato da Michele <<'o chiazziere>>, che era
uno che ritirava le tangenti dagli ambulanti della piazza e da <<o
schiavuttiello>>. Galibardo stava sulla prima carrozza con Demetrio
Salazaro, il frate francescano Giovanni Pantaleo, Agostino Bertani e
il conte Giuseppe Ricciardi; sulla seconda c'eravamo io, il
commissario Iossa, Capuano e Mele; sulla terza mia cugina Marianna,
detta 'a Sangiuvannara, tutta agghindata come un albero di Natale, … e
poi c'erano "Rosa 'a pazza", "Luisella 'a luma 'ggiorno" e
"Nannarella 'e quatte rane" . Si può dire che abbiamo tenuto a
battesimo l'Italia, o no?.


Questo eccezionale cronista era "nientepopodimenoche" Salvatore De
Crescenzo, detto Tore 'e Criscienzo, il più grande e sanguinario
camorrista dell'epoca, che un governo frettoloso ed irresponsabile
aveva posto, quale responsabile, nei palazzi della Pubblica Sicurezza
di Napoli. Fautore di cotante scelte fu tale Liborio Romano da Patù.
Il suo curriculum: nel 1820 destituito dall'insegnamento di Diritto
Civile e Commerciale all'Università Federico II; sempre nel 1820 in
esilio all'estero; nel 1848 tornò a Napoli e lottò per la concessione
della costituzione da parte del re Ferdinando II di Borbone; poi
arrestato e rispedito al confino; nel 1860 venne nominato dal re
Francesco II prefetto di Polizia; nel luglio dello stesso anno venne
nominato ministro di polizia ma, nel frattempo, era anche
collaboratore di Cavour; nel 1861 ministro degli interni nel
provvisorio regno di Napoli perché aveva dato aiuto a Garibaldi e,
quindi, il suo contributo allo sterminio di migliaia di cittadini
napoletani; fu deputato del Regno d'Italia dal 1861 al 1865. Quando si
dice la coerenza!


Purtroppo, però, per il nostro Tore, a Napoli arrivò Silvio Spaventa e
per la camorra furono giorni duri che culminarono in uno sciopero
generale dei camorristi, esattamente il 26 aprile del 1861. A Silvio
Spaventa subentrò Filippo De Blasio, un avvocato di Guardia
Sanframondi. Divenne anche direttore del ministero degli interni di
Cialdini. Sotto Farini era già stato prefetto di polizia. Già il
governo Farini - Minghetti aveva dichiarato guerra aperta alla camorra
e, tramite Aveta, furono arrestati più di trecento camorristi. Sulla
base di questi arresti, il generale La Marmora, scrisse una lettera al
governo, nella quale sollecitava l'adozione di misure speciali per
combattere la piaga della camorra. Tra le altre cose, chiedeva la
creazione di carceri speciali e possibilmente lontano dalla città, in
Sardegna. Precedendo, in questo, di oltre un secolo la norma del 41
bis. Un anno dopo, il 15 agosto del 1863 fu approvata la legge Pica.
Di fatto, con i nove articoli di questa legge, venne introdotto il
criterio del sospetto ed il libero arbitrio, in base al quale bastava
una semplice delazione, semmai dovuta a rancori personali, per
provocare un arresto. Infatti la legge, all'articolo 5, così recitava
"Il Governo avrà inoltre la facoltà di assegnare per un tempo non
maggiore di un anno un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabodi, alle
persone sospette, secondo la designazione del Codice penale, non che
ai camorristi, e sospetti manutengoli, dietro parere di Giunta
composta dal Prefetto del Tribunale, del Procuratore del Re e di due
consiglieri provinciali"

Comunque, nel gennaio del 1861 l'Italia, parafrasando Cavour, era
"fatta". Ma era stata cosa buona e giusta? Garibaldi così si confida,
in una sua lettera ad Adelaide Cairoli, nel 1868:
"Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono
incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante
ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di
essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e
suscitato solo odio".

Ne'l libro "L'ordine nuovo" di Antonio Gramsci, del 1920, si legge che
: " Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a
ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando,
seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono
d'infamare col marchio di briganti." Potremmo liquidarla così. Ma non
sarebbe giusto. La cosa è un tantino più complessa. Non voglio
elencare qui le lodi o le infamie che, tanti storici, si sono
scomodati a tessere ora a favore dell'uno, ora dell'altro
schieramento. Briganti contro piemontesi e viceversa. Dov'è la
tragedia? La tragedia è nel mezzo. Il popolo del Sud. Gli agricoltori,
i coloni, i piccoli artigiani ed i diseredati. Ecco la tragedia. Un
popolo che era incudine del martello piemontese se aiutava i briganti
e incudine del martello dei briganti se aiutava i piemontesi. Ecco il
bollettino di guerra:

8.964 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri, 64 sacerdoti uccisi,
22 frati uccisi, 60 ragazzi uccisi, 50 donne uccise, 13.529 arrestati,
918 case incendiate, 6 paesi dati a fuoco, 3.000 famiglie perquisite,
12 chiese saccheggiate e 1.428 comuni sollevati. Giova ricordare che
il brigantaggio non era un fenomeno post unitario, ma trovava le sue
radici già nel periodo napoleonico, all'epoca di Murat e delle
repressioni del colonnello francese Manhès. Seguirono, poi, quelle di
Ferdinando I, per mano del generale inglese Church, all'indomani della
restaurazione e che videro la cattura, e la conseguente eliminazione,
di Ciro Annichiarico, detto Papa Ciro o Papa Ggiru, fucilato il 7
febbraio del 1817 a Francavilla d'Otranto. Chi erano veramente Carmine
Crocco, Vincenzo Petruzziello, Pasquale Romano, Michele Caruso e
tantissimi altri? Patrioti o squallidi delinquenti? Senza scomodare
illustri studiosi e storici, io taglio corto e dico: squallidi
delinquenti che approfittando di sentimenti patriottici, miravano al
potere ed all'arricchimento personale, incuranti delle migliaia di
vittime, tra contadini e popolani che si lasciavano alle spalle.
Questa povera gente, da secoli asservita ai ricchi proprietari
terrieri, periva in modo esponenziale o perché amici delle truppe del
generale Cialdini, e quindi trucidati dai briganti, o perché amici di
Crocco e quindi massacrati da Enrico Cialdini. Vale la pena, però
soffermarci un attimo su uno di questi personaggi: Carmine Crocco,
detto Donatelli. Per descrivere fisicamente il Crocco, ci affidiamo
allo studio del professore Pasquale Penta dell'Università di Napoli
che, nelle riviste mensili di psichiatria forense (numeri 8 e 9
dell'agosto e settembre 1901), disse ciò sul brigante:

"Alto della persona 1,75 cm, robusto, svelto, con occhio indagatore,
sospettoso, attento. Non vi è nel suo corpo di straordinario che la
grandezza e la sporgenza dei seni frontali e delle arcate orbitali, e
un cranio rispetto alla statura non molto grande (55 cm di
circonferenza massima). La circonferenza toracica è di 92 cm, la
persona è ancora dritta e resistente, dopo una vita agitata, piena di
stenti, di sofferenze, di timori e di pericoli; è una intelligenza non
ricca al certo, nè libera da superstizioni (porta il rosario al collo,
amuleti), ma chiara, ordinata e sicura. Non è andato a scuola, ma
nella sua vita di pastore, un po' da sé, un po' aiutato, imparò a
leggere e scrivere, in tal modo da poter esprimere i suoi pensieri
sulla carta e facendosi comprendere molto bene "

Carmine Crocco, detto Donatelli, nacque il 5 giugno 1830 a Rionero in
Vulture. Dalla sua attività di bracciante, in brevissimo tempo divenne
il capo e comandante incontrastato di un esercito che contava oltre
duemila uomini. Il suo valore e la sua spregiudicatezza gli avvalsero
il titolo di Generale dei briganti. Combattè, dapprima al fianco di
Giuseppe Galibardi e poi contro l'esercito sabaudo ed al fianco della
resistenza borbonica ed alla fine per se stesso. Le sue azioni di
guerriglia e scorribande durarono per oltre quarant'anni. Nell'agosto
1862, il delegato di Pubblica Sicurezza di Rionero, Vespasiano De
Luca, volle aprire una trattativa di resa con Crocco e Caruso. De Luca
promise ai briganti di evitare la condanna a morte se giudicati da un
tribunale civile, mentre per Crocco si prospettava il confino in
un'isola stabilita dal governo sabaudo. L'esito dell'accordo si rivelò
negativo. Nel marzo 1863 le sue bande (tra cui quelle di Ninco Nanco,
Caruso, Caporal Teodoro, Sacchetiello e Malacarne), attaccarono un
gruppo di cavalleggeri di Saluzzo, guidato dal capitano Bianchi, e 15
di loro furono picchiati ed uccisi. Crocco fu sconfitto sull'Ofanto
dall'esercito e dalla Guardia Nazionale inviati dal governo regio. Nei
giorno successivi tutti i paesi insorti e occupati furono
riconquistati, ristabilendo l'autorità sabauda.

Crocco e la sua banda vissero nei boschi sperando in un provvedimento
di clemenza. La sua egemonia era ormai svanita e del suo vasto
esercito ne rimase solo una manciata di uomini. Con l'arresto di
Crocco, molti uomini sotto il suo comando come Caporal Teodoro, Donato
"Tortora" Fortuna, Vincenzo "Totaro" Di Gianni e Michele "Il Guercio"
Volonnino furono giustiziati o costretti ad arrendersi, decretando la
fine del brigantaggio nel Vulture-Melfese. Carmine fu trasferito in
galera a Marsiglia, poi spostato a Paliano, a Caserta, a Avellino per
poi finire a Potenza. La sua fama era tale che, durante i suoi
passaggi da una prigione all'altra, numerose persone accorrevano per
poter vederlo di persona. Durante il processo tenuto presso la Corte
d'Assise di Potenza, il Procuratore generale Camillo Borelli accusò
Crocco dei seguenti reati: 62 omicidi consumati, 13 tentati omicidi,
1.200.000 lire di danni bellici e altri crimini come grassazioni ed
estorsioni. Carmine Crocco venne condannato a morte l'11 settembre
1872 ma la pena fu poi commutata nei lavori forzati a vita. Venne
prima assegnato al bagno penale di Santo Stefano, ove iniziò a
scrivere le sue memorie il 27 marzo 1889 (raccolte in seguito nel
libro "Come Divenni Brigante") e poi nel carcere di Portoferraio, in
provincia di Livorno, ove passò il resto della sua vita fino al 18
giugno 1905, data della sua morte.

E qui ritorna prepotente il coinvolgimento, in positivo ed in negativo
del popolo meridionale. Ecco, il popolo, quel popolo che va
rivalutato, quel povero popolo che ancora una volta pagava sua misera
condizione di povertà ed ignoranza. Gramsci, Salvemini, Pisacane e lo
stesso Cattaneo, hanno sprecato fiumi d'inchiostro sulla non
partecipazione delle masse al processo unitario. Tutto quello che è
accaduto si è svolto nella quasi totale ignoranza dei contadini, i
quali erano, artatamente, mossi ora dagli intellettuali del
Risorgimento, ora dai brigati ed in ultimo, ma non ultimo, l'intimo
convincimento che l'unità avrebbe apportato ricchezza e benessere e
non già lacrime e sangue. Il popolo del Sud, popolo di un Dio minore
che fece di tutte le pene, del martoriato Meridione, un sol fardello
che, ancora oggi, porta sulle spalle a guisa di soma. E non è detto
che questa soma debba essere sinonimo di somaro. Ma tali ci ritengono
gli "italiani". Ma quali italiani? Quelli del regno di Sardegna, del
regno sabaudo di Toscana, Emilia e Romagna? Forse quelli che Cavour
diceva di voler fare? Quali? Quale coscienza etnica? Forse quella che
fu enunciata nella dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei
Popoli tenuta a Barcellona, il 27 maggio del 1990, nella quale si
affermava che "Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad
una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un
territorio geograficamente determinato [...] costituisce un popolo.
Ogni popolo ha il diritto di identificarsi in quanto tale.

Ogni popolo ha il diritto ad affermarsi come nazione. "? No, questa
coscienza la nostra Italia non l'ha mai avuta. Gli eccidi dei
piemontesi, le scorribande di Carmine Crocco, gli studi antropologici
di Cesare Lombroso (ridicola la sua perizia sul brigante Vilella), non
fecero altro che alimentare odio da una parte e disprezzo dall'altra.
L'antropologo e criminologo veronese ma di origini ebraiche, Marco
Ezechia Lombroso detto Cesare, era assertore della tesi dell'uomo
delinquente nato o atavico. Influenzato dalla fisiognomica (disciplina
pseudoscientifica che pretende di dedurre i caratteri psicologici e
morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai
lineamenti e dalle espressioni del volto) e da Darwin, era convinto
che tutti i delinquenti presentavano caratteristiche fisiche vicine ai
primati infraumani (scimmie). Sezionò e studiò molti corpi di briganti
del Sud e moltissimi crani sono conservati nel museo, a lui
intitolato, a Torino. Se ne deduce che per il dottor Cesare gran parte
dei meridionali sarebbero stati più a loro agio nelle savane africane
piuttosto che nella civilissima ed erudita pianura padana. Molti la
pensavano così, infatti, il macellaio di stato, il generale Enrico
Cialdini, parlando del meridione e dei suoi abitanti, così si
esprimeva: " Questa è Africa! Altro che Italia! I beduini, a riscontro
di questi cafoni, sono latte e miele."

I vari governi che si succedettero provvidero, con solerzia e
diligenza, al saccheggio ed all'esproprio coatto di tutte le ricchezze
del defunto Regno borbonico. Basti pensare che all'indomani
dell'unità, l'erario del Regno delle due Sicilie contava un saldo
attivo di oltre 443 milioni, il resto d'Italia (Roma compresa) appena
225 milioni. Il nuovo governo provvide, tempestivamente,
all'unificazione del debito pubblico. Riguardo a ciò, Francesco
Saverio Nitti osservò che, mentre il Regno delle Due Sicilie presentò
un debito di circa 35 milioni, il Piemonte, molto più piccolo per
superficie e per popolazione, sia per le spese di guerra che per gli
investimenti pubblici del Cavour, ne aveva circa 61 milioni di lire,
ovvero aveva un debito che, calcolato pro-capite, era circa quattro
volte maggiore di quello del Regno delle Due Sicilie; inoltre, il 65%
di tutta la moneta circolante in Italia era del Sud. Questa gran massa
di danaro, naturalmente, sotto forma di cartolarizzazioni e nuove
imposte si trasferì al nord, con conseguente impoverimento del Sud.
Cosa restava a questo popolo martorizzato se non l'emigrazione verso
lontani lidi? Gran parte dei giovani tra i meridionali, tra i 21 ed i
50 anni, dopo essere stati deportati al nord, vennero coscritti per
lungo tempo dall'esercito piemontese, ai contadini furono negate
perfino le sementi. La fame, la miseria e l'indigenza regnavano
sovrane in quelle terre che erano state l'orgoglio di un Regno.
Scappare, emigrare, fuggire lontano, questo era il Verbo, abbandonare
la terra natia, la patria, la nazione.

Cosa intende per nazione, signor Ministro? È una massa di infelici?
Piantiamo grano ma non mangiamo pane bianco. Coltiviamo la vite, ma
non beviamo il vino. Alleviamo animali, ma non mangiamo carne. Ciò
nonostante voi ci consigliate di non abbandonare la nostra Patria? Ma
è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?
(Anonimo del XIX sec.)
Ma, se Atene piange, Sparta non ride. Anche la città di Napoli,
capitale di un Regno, culla di civiltà, teatro dell'illuminato Stupor
mundi, palcoscenico di arti drammatiche, visive e musicali; terra
natia di musicisti, intellettuali ed uomini di scienza. Terra nella
quale si suonava il violino mentre altrove si praticava la
transumanza. Le industrie del napoletano prosperavano, così come il
"made in Naples". L'alta moda era ad appannaggio dei napoletani, così
come l'architettura e l'ingegneria, la tecnologia e la cantieristica.
Napoli capitale delle culture divenne suburbio della coltura.

Intellighenzie somme hanno studiato la questione meridionale e le
cause della sua arretratezza , ora con imparzialità ora con
preconcette idee.

Giuseppe Massari e Stefano Castagnola, a capo di una commissione
parlamentare istituita tra il 1862 ed il 1863 evidenziarono, come
cause del brigantaggio, la povertà e l'indigenza, nonchè l'invasione
piemontese fossero concause dei disordini e degli eccidi. Stefano e
Leopoldo Jacini (zio e nipote) evidenziarono la necessità di creare
infrastrutture e il bisogno di creare e formare una classe di picoli
proprietari terrieri; Franchetti, in uno con Sonnino e Cavalieri, nel
1876 posero l'accento sull'ignoranza e la corruzione evidenziando,
però, l'urgenza di una riforma agraria. Gaetano Salvemini ne attribuì
le cause all'arretratezza storica; Antonio Gramsci lesse il ritardo
del sud attraverso il prisma della lotta di classe. Studiò i
meccanismi in corso nelle rivolte contadine dalla fine dell'Ottocento
fino agli anni venti, spiegò come la classe operaia fosse stata divisa
dai braccianti agricoli attraverso misure protezionistiche prese sotto
il fascismo, e come lo stato avesse artificialmente inventato una
classe media nel sud attraverso l'impiego pubblico. Auspicava la
maturazione politica dei contadini attraverso l'abbandono della
rivolta fine a se stessa per assumere una posizione rivendicativa e
propositiva, e sperava una svolta più radicale da parte dei proletari
urbani che dovevano includere le campagne nelle loro lotte. Giustino
Fortunato effettuò vari studi in materia, e pubblicò nel 1879 il più
conosciuto di essi, in cui esponeva gli svantaggi fisici e geografici
del sud, i problemi legati alla proprietà della terra, e il ruolo
della conquista nella nascita del brigantaggio.

Era decisamente ostile ad ogni tipo di federalismo, e sebbene
difendesse la necessità di redistribuire la terra e di finanziare
servizi indispensabili come scuole e ospedali, fu ritenuto da alcuni
interpreti pessimista per la sfiducia che mostrava nei confronti delle
classi dirigenti del paese nell'affrontare la questione meridionale.
Benedetto Croce rivide in chiave storiografica le vicende del
Mezzogiorno dall'Unità fino al Novecento, mettendo l'accento
sull'imparzialità delle fonti. Il suo pensiero divergeva parzialmente
da quello del suo amico Giustino Fortunato riguardo all'importanza da
attribuire alle condizioni naturali in riferimento ai problemi del
Mezzogiorno. Riteneva infatti fondamentali le vicende etico-politiche
che avevano condotto a quella situazione. Entrambi ritenevano
fondamentale la capacità delle classi politiche ed economiche,
nazionali e locali, per affrontare e risolvere la questione. La sua
Storia del Regno di Napoli, del 1923, rimane il punto di riferimento
essenziale per la storiografia posteriore, sia per i discepoli che per
i critici. Guido Dorso rivendicò la dignità della cultura meridionale,
denunciando i torti commessi dal nord ed in particolare dai partiti
politici. Effettuò esaurienti studi sull'evoluzione dell'economia del
Mezzogiorno dall'Unità fino agli anni trenta e difese la necessità
dell'emergenza di una classe dirigente locale. Rosario Romeo si oppose
alle tesi rivoluzionarie ed evidenziò le differenze esistenti, prima e
dopo il Risorgimento, fra la Sicilia ed il resto del sud. Attribuì i
problemi del Mezzogiorno a tratti culturali, caratterizzati
dell'individualismo e lo scarso senso civico, piuttosto che a ragioni
storiche o strutturali. Paolo Sylos Labini riprese tesi che vedevano
nell'assenza di sviluppo civile e culturale le origini del divario
economico. Considerò la corruzione e la criminalità come endemiche
della società meridionale, e vide l'assistenzialismo come principale
ostacolo allo sviluppo. Ma tutte queste eccelsi storici e pensatori
non alleviarono le pene degli uomini del Sud. Questi uomini, figli di
una terra teatro d'incontro di culture normanne, sveve, angioine ed
aragonesi, andavano al massacro,a guisa di masochistici schiavi, in
terre straniere, dove venivano disprezzati ed evitati come le peggiori
bestie, come reietti indegni di esistere. Questo marchio indelebile è
ancora tatuato sulla nostra pelle, così come avvenne un secolo dopo
con la martoriata popolazione ebraica.

Arbeit macht frei, questo era l'ironico messaggio che accoglieva i
deportati nei campi di concentramento nazisti durante la seconda
guerra mondiale ed è ancora questo vogliono incidere, col fuoco, sulla
pelle della stragrande maggioranza delle popolazioni del Sud. Quelle
popolazioni che col sudore del lavoro ripagano il sangue del Figlio.
Uomini che, in nome di una patria che non li vuole, anzi peggio li
detesta, si sono immolati alla libertà ed alla terra. Camorra,
Ndrangheta, Sacra corona unita, Mafia, sono figli di uno Stato
assente, anzi mai esistito. Per decenni hanno chiuso gli occhi, hanno
fatto finta di non vedere. Faceva loro comodo.

Ma, l'erba cattiva attecchisce velocemente, non ha bisogno né di
concime né di acqua, si autoalimenta, prospera e le sue propaggini si
sono estese sulle terre floride dell'inesistente padania. Ora brucia,
anche se è foriera d'ulteriore ricchezza per i figli del signore di
Giussano. I luoghi comuni assurgono a ruolo di dogma; sud,
meridionalismo e napoletano hanno conquistato il Guinnes dei sinonimi
negativi. Eè triste, ma è così. Quindi, a dispetto del conte Camillo,
l'Italia sarà pure stata fatta, ma gli italiani no e, di questo passo,
non si formeranno mai. Ed allora? Ok, se siamo indesiderati ospiti,
andiamo via. Si, andiamo via ma restituiteci il mal tolto. Cogliamo
l'occasione dei 150 anni di falsa unità per stilare un bilancio
socio-economico che dia a Cesare quel che è di Cesare, dopodiché
tornate pure alla transumanza, bestemmiatori dal rutto libero,
adoratori di un Dio inesistente al quale ogni anno santificate
ridicole ampolle d'acqua; millantatori e creatori di una terra che non
esiste, voi che praticate ostracismo e disprezzo verso le genti
meridionali. Voi indegni che, dopo aver prosciugato la vostra fonte di
ricchezza, pretendete di cambiarne il nome da Eldorado in Postribolo.

Alessandro Pellino


Fonte: http://www.segretidipulcinella.it/sdp33/temp_04.htm