Beatitudine in assenza dell'identità - Lo stato del realizzato nella concezione buddista


“E' possibile essere felici senza essere “qualcuno”? Che valore viene attribuito, dal Buddhismo, al ruolo sociale e all'azione? I paradossi di una filosofia in cui la felicità è praticabile nell'assenza di "identità"…


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Il passato che non passa

La parola Karma, ormai entrata nel nostro lin­guaggio comune, viene per lo più associata alla parola "reincarnazione", ovvero al concetto di viaggio dell'a­nima attraverso vite diverse. Tuttavia il termine Karma, nelle filosofie orientali e in quella buddhista in partico­lare, ha un'accezione ben più complessa: esprime l'idea che ciò che siamo in questo momento è una somma esponenziale di tutti i momenti di esistenza del nostro passato, anche antecedenti alla nostra venuta in questo mondo. Una lettura estremamente rigorosa della legge di causa ed effetto, quindi. 


Trasportata sul piano indivi­duale, questa legge fa sì che una continuità progressiva di tendenze, pensieri, azioni e volizioni produca poi una condizione di "status quo" riconoscibile come l'attuale stato di esistenza della persona. Il fatto che ognuno di noi si trovi in una determinata sfera sociale, culturale, politica e lavorativa o addirittura in una precisa condi­zione psicofisica sarebbe quindi il frutto delle azioni svolte sia in questa che in altre vite precedenti, vissute magari sotto altre forme e con destini diversi. 

Già al momento della nascita, secondo la visione buddhista, ci sarebbero dei "contenuti" - memorie, desi­deri - che condizionano la persona nella quale l'anima si è "incarnata". Il ruolo che assumiamo, quindi, rap­presenta il coagulo di questi contenuti, ma diventa a sua volta "produttore" di contenuti che influiscono sulla nostra vita attuale e futura. E' possibile, cioè, che il livello in cui la nostra mente attualmente si trova possa condizionare quasi totalmente la nostra vita attuale, ma anche che a sua volta la mente possa essere condizio­nata dal ruolo che, di conseguenza, assumiamo. E’ anche possibile che lo stato di manifestazione attuale sia uno stato di attesa, una condizione di limbo, in cui la nostra potenzialità mentale, magari molto elevata, aspetti soltanto una situazione particolare, una fulminea maturazione di una causa pre-esistente, per far emer­gere, da uno stato, per così dire, ibernato o congelato, una straordinaria capacità di Autocoscienza.

Il potere dell'identificazione

La legge di causa ed effetto influisce anche sul rap­porto tra il ruolo nel quale siamo identificati e il nostro "sostrato" interiore. Quanto maggiore sarà l'identifica­zione nel ruolo, tanto meno saremo capaci di ricono­scere "ciò che siamo realmente". La nostra essenza uni­versale, chiusa in un involucro, non riuscirà a manifestarsi alla coscienza. Ciò che il Buddha chiama "ignoranza" è proprio questa forma di imprigionamento della coscienza nei contenuti mentali: saremmo tutti potenziali Buddha se non fossimo vittime di un primordiale errore (peccato originale?) che ci impedisce il riconoscimento della nostra vera natura. Attraverso l'esperienza nella vita in questo mondo si sono formati, nella nostra mente, dei parametri di appartenenza a questo o quel "normotipo". Noi ci vediamo e ci sentiamo come maschi o femmine, gio­vani od anziani, italiani o stranieri, maestri o discepoli, intelligenti o incapaci, ricchi o squattrinati, socialmente arrivati o ansiosi di arrivare. Insomma, nella nostra manifestazione socio-antropologica, ci autorappresen­tiamo attraverso delle categorie di appartenenza e ci identifichiamo in queste.

Nella visione buddhista dell'esistenza, al contrario, a queste categorie viene riconosciuto un valore mera­mente convenzionale o relativo dato che, dal punto di vista assoluto o ultimo, nessuna qualità risulta immuta­bile o permanente ed ogni cosa viene considerata solo in relazione al suo opposto. Il metodo buddhista, basato sull'attenta osservazione di ciò che nel mondo fenome­nico accade, conduce alla puntuale constatazione che, nel tempo, ogni cosa si trasforma nel suo opposto: il piacere nel dolore, il bene nel male, la gioventù in vec­chiaia. L'aspirazione allla evoluzione della coscienza porta naturalmente a non considerare come punto di riferimento il mondo delle forme in divenire. Di conse­guenza, più vi è crescita a livello interiore e più si perde interesse verso i ruoli sociali e una posizione di potere.

La libertà di non essere

Tutto ciò può essere esemplificato dalla proverbiale indifferenza dei "saggi" e degli "illuminati" nei riguardi del loro ceto di appartenenza. Lo stesso Buddha, che al suo tempo era conosciuto col nome di Siddharta Gotama. era figlio di un re ma non ci pensò due volte a gettare le sue vesti di principe. Quando poi, dopo il suo lungo training di purificazione, Siddharta Gotama arrivò a concepire la sua natura ultima e diventò il Buddha (l’Illuminato), non alimentò nessun rimpianto verso il luccichìo della reggia patema e visse come un asceta e monaco vagabondo insieme ad altri "miserabili" com­pagni. 


Anche nella tradizione cristiana, San Francesco è un altro esempio radicale e addirittura "scandaloso" di questa indifferenza. Ma ci sono stati pure casi di uomini di umili condizioni che, seppur trovandosi fortuitamente ad occupare posti di estremo prestigio, non si sono lasciati sedurre dal fascino del potere. Famosa è, nel Buddhismo Zen, la figura di Hui Neng, cuoco analfa­beta, che vivendo serenamente come un "buddha in incognito" viene scelto dal Quinto Patriarca come suo successore, senza che ciò muti il suo atteggiamento umile e compassionevole.

Tuttavia è pur vero che, anche volendo abbandonare ogni "gloria mondana", si può incappare nella più insidiosa ricerca di "gloria spi­rituale". Potere spirituale e potere temporale hanno camminato per secoli di pari passo. Essere in un posto di comando e per lo più avere il prestigio di rappresen­tare dio in terra è stato (e forse è ancora) il sogno ambi­zioso di molti uomini di religione, sia in Oriente che in Occidente. Vi è poi un'altra forma più sottile e più occulta di "scalata spirituale", quella che spinge molti individui, in cerca di una identità valorizzata, a gettarsi con fanatico fervore nelle vie spirituali per poter dichiarare un'appartenenza a qualcosa (un gruppo, un'idea), per lo più, un quaJcosa di "molto elevato". Questa adesione dell’ immaginario alle "cose spiri­tuali" è una forma di identificazione che non facilita affatto l'incontro e il senso di unione con l'altro.

Naturalmente il vero ricercatore spirituale conosce questa eventualità e parte del suo lavoro interiore consiste proprio nel sorvegliare tutte quelle tendenze che lo spingerebbero ad usare per scopi egoistici i poteri mentali acquistati attraverso le pratiche meditative.

La felicità senza desideri

La mente, come asserisce il Dalai Lama, è la "fonte di tutte le felicità, la creatrice di tutti i buoni propositi, oppure, se mal usata, la generatrice di tutte le disgrazie". Nell'ottica buddhista, il giudizio non è la somma facoltà, e la mente che lo produce non è il ‘principio ultimo’. Dietro alla mente esiste uno sguardo neutrale, privo di giudizio, che osserva l'incessante movimento del pensiero. La pratica spirituale consiste nel cercare di mettere a fuoco la realtà dal punto di vista di quello sguardo neutro.

In questo stato di pura attenzione, la stessa immagine che abbiamo di noi, cristallizzatasi negli anni attraverso una scansione abitudinaria di pensieri/azioni può mutare ai nostri occhi. La nostra persona, il ruolo che occupa nella società, possono assumere infine la proporzione di semplici accadimenti. La ricerca di identità sociale può estinguersi per lasciare spazio, a poco a poco, a una ricerca di Identità (o non-identità) Assoluta, al di là dei nomi e delle forme. Una volta cessata la corsa alla "gloria", al prestigio e all'attenzione degli altri, è possi­bile trovare una felicità senza desideri nella consapevo­lezza di essere non solo una persona, ma di essere con­temporaneamente la Vita di tuttigli uomini.

Al cuore della filosofia buddhista non c'è la pro­messa della visione di un Paradiso fantastico o della realizzazione dei propri "sogni". Al contrario, il mondo delle immagini (e quindi delle illusioni) deve svuotarsi, a poco a poco, per lasciare spazio ad una beatitudine spoglia di oggetti o contenuti. Per questo il Buddhismo, nel suo messaggio autentico, si diffonde tra gli "incre­duli". C'è infatti una incredulità costruttiva, che può assurgere a vera e propria pratica di vita: incredulità rispetto a valori come immagine, potere, prestigio; incredulità nella possibilità di poter contrastare questi valori con una ideologia.

In un'epoca di deserto idealistico, il Buddhismo è diventata una filosofia di azione per chi si sente stretto nel suo ruolo ed è consapevole di non poter risolvere questo senso di non-identità creandosi un'altra rappre­sentazione di sé e del mondo. Come sostiene Aurobindo, contem­poraneo filosofo indiano, l' "uomo ordinario" con la forza della pura motivazione può diventare consapevole della sua natura divina semplicemente non rivolgendo "attenzioni" al proprio ego, vorace e distruttore, ma praticando l'atten­zione per registrare e osservare i propri stati mentali.

Ciò implica un graduale cammino di liberazione dai rapporti di causa/effetto, ovvero dalla legge karmica. In questa ottica di liberazione, il pensare e l'agire nel mondo diventano necessari strumenti obbligatori. Infatti, se è vero, secondo la dottrina buddhista, che noi siamo il frutto di ciò che siamo stati, ciò non significa che non possiamo dare una direzione volontaria al nostro destino. Al con­trario, secondo questa visione, abbiamo la possibilità di annullare completamente il propagarsi delle cause delle vite precedenti e modificare la nostra condizione, colti­vando pensieri e azioni diverse, irradiando il nostro stato di libertà (dalle cause) nel mondo con azioni spas­sionate, senza tornaconto personale. Ed è così che l'in­differenza verso il proprio ruolo sociale si traduce, nell'adesione alla filosofia buddhista, in una pratica sociale disinteressata, attiva, intesa come "servizio" agli altri e alla Vita.

Alberto Mengoni  




(Dalla Rivista “OLIS”- Novembre 1994)



“Tutti gli uomini sono Buddha

tutti gli uomini hanno mille occhi singoli…

occhio vivido, occhio acuto, occhio intelligente,

occhio scrutatore, occhio presbite, occhio miope,

occhio astigmatico, occhio strabico, occhio del desiderio,

occhio stanco di guardare, occhio ipercritico, occhio superficiale,

occhio rapace, occhio supplice, occhio invidioso, occhio rabbioso,

occhio calmo, occhio profondamente pensoso, occhio indagatore,

occhio amoroso, occhio generoso, occhio benigno, occhio compassionevole,

solo occhi compassionevoli, in tutto fanno centotredici.

Chi osa guardare i mille occhi è preso dal capogiro e da vertigine

guardandone i 999 dolorosi come il fuoco, dolorosi come la montagna

proprio sopra l'altopiano, che bollendo troppo a lungo

fa aprire sulla fronte il primo dei mille occhi…

grande saggezza, grande stupidità, grande gioia

grande volta celeste,grande miseria.

Così disse in uno sguardo

(Tratto da: Wang Meng, Pensieri vaganti nel Tibet, Scheiwiller, Milano 1987)

Memoria di quando ero "ragazzo padre e casalingo" a Calcata


Paolo D'Arpini ed Antonio D'Andrea in cucina a Treia

CALCATA - Si sono riuniti, coltello e forchetta, per annunciare: ciao
maschio, è nato il maschio nuovo. Allegri e contenti, di buon umore
per il vino rosso e il menù vegetariano, (ceci biologici, riso
integrale e pomodori dell'orto), un gruppetto di "neo-maschi" si è
dato appuntamento ieri a Calcata, borgo molto alternative nelle valli
dell'Alto Lazio, per celebrare il pranzo d' addio all'uomo
virile-per forza, al maschio vincente-per legge, al lui con i muscoli
sempre-in forma, al marito-amante che non fallisce mai. "Oh, no -
dicono i neo-maschi - noi ci siamo stufati di essere il sesso forte,
noi non vogliamo vincere, ci piace stare a casa, guardare i bambini e
cambiare i pannolini, saremmo felici, insomma, di fare i casalinghi".


Davvero? Sembra di sentire il sospiro di sollievo planetario di
qualche miliardo di donne alle prese con la culla, l'orologio, il
senso di colpa e i surgelati...Beh, non si tratta di un desiderio
impossibile, né del sogno di una notte di mezza estate. Perché il
movimento dei casalinghi esiste davvero, ha circa 15.000 simpatizzanti
in tutta Italia, e quest' anno si è dato appuntamento nel piccolo
borgo di Calcata, con sottofondo di asini che ragliano, mosche, cani
randagi e musica indiana, per quattro giorni di riflessione sui lavori
domestici, con simposi incentrati sul "lavaggio dei panni a mano",
"cucina naturale", "rammendo e cucito".


A Calcata ieri c' erano i primi delegati dalle varie regioni, oltre ai
due fondatori del movimento, Antonio D' Andrea e Paolo D'Arpini, che
senza falsi pudori affermano: "Noi siamo per il ritorno del
matriarcato". E se non fosse per l' aria un po' da comune agricola,
post freak e vagamente pecorino-Zen il decalogo per gli uomini che
vogliono scoprire la loro casalinghitudine potrebbe anche essere
adottato tra le tante e bizzarre terapie di fine millennio che cercano
di curare la Grande crisi di identità del maschio. "Tra i nostri soci
- spiega Antonio D' Andrea, casalingo per scelta, con una compagna
Maura che fa la guida turistica e lo mantiene - ci sono disoccupati,
cassintegrati, uomini che si sono trovati a dover restare a casa per
forza mentre le mogli lavoravano, ma la maggior parte è costituita
invece da ex professionisti che un bel giorno hanno detto addio alla
corsa per la carriera e il successo e hanno deciso di tornare a casa,
ad accudire mogli e bambini...". Il risultato di questa
calinghitudine, a giudicare dal pranzo preparato da Paolo, è di certo
notevole. Ma non sarà mica una fuga dalle responsabilità, in questo
luogo tra il bucolico e l' esotico (colonizzato da una schiera di
variegati ex ed ecologisti della prima ora) dove un gruppetto di
maschi è in giardino a fare le bottiglie di pomodoro, altri si
dedicano alla marmellata, altri ancora, di pomeriggio, andranno al
fiume "ad imparare cosa vuol dire fare davvero un bucato a mano".


Paolo rievoca commosso: "Io sono stato un ragazzo padre, mi ricordo lo
schifo che provavo nel cambiare i pannolini, insomma la m...è m...,
anche se è quella di tuo tuo figlio, lavoravo in una ditta di
materiale elettronico, ho cambiato vita e attività per stare con lui".
Incalza Alex Marenghi, 31 anni, antiquario di Vicenza: "Io sono super
nelle pulizie. In campeggio ho avuto un' esperienza bellissima. In
quattro o cinque amici, tutti uomini, spesso decidevano di andare
tutti insieme a fare il bucato. E lì, mentre strofinavamo i panni,
parlavamo, facevamo pettegolezzi su questa o quella ragazza appena
conosciuta. Ho capito un pezzo in più della vita delle donne". Ehi,
verrebbe da esclamare, ma hanno inventato la lavatrice, e chi l' ha
detto che le donne piuttosto che strofinare bucato a mano non amino
invece la solitudine metropolitana di una lavanderia a gettone?.


Figuriamoci. I neo-casalinghi, sesso-forte pentito, non ci stanno.
"Noi qui - aggiunge Antonio D' Andrea con aria ieratica - abbiamo
deciso di scrivere un decalogo per aiutare gli uomini. Stiamo cercando
di creare in tutta Italia dei centri, dei Tiasi, dal nome greco delle
comunità saffiche, dei luoghi dove i maschi possano imparare a fare i
casalinghi e le loro compagne possano rilassarsi. Lo scopo è quello di
riequilibrare i rapporti insegnando agli uomini quello che le donne
fanno da millenni"...

Stralcio di un articolo di Maria Novella De Luca, da Archivio la
Repubblica.it - 29 agosto 1997



Calcata: Sede del Circolo Vegetariano VV.TT. a quel tempo

Allucinazioni pre e post mortem nel Bardo Thodol (o Thodrol) e attraverso le droghe psichedeliche



Un'esperienza psichedelica è un viaggio in nuovi reami della
coscienza. Lo scopo e il contenuto dell'esperienza sono illimitati, ma
le sue rappresentazioni caratteristiche sono la trascendenza dei
concetti verbali, delle dimensioni spazio-tempo, e dell'ego o
identità. Queste esperienze di coscienza espansa possono avvenire in
una varietà di modi: privazione sensoriale, esercizi yoga, discipline
di meditazione, estasi mistiche religiose o estetiche, oppure
spontaneamente. Più di recente, esse sono divenute disponibili a
chiunque, attraverso l'ingestione di certe sostanze psichedeliche come
LSD, psilocibina, mescalina, DMT, ecc. [Qui si asserisce una
situazione più o meno virtuale, e non reale, presente nel 1964. Negli
Stati Uniti le droghe psichedeliche sono classificate come droghe
"sperimentali". Cioè, esse non sono disponibili in base a
prescrizione, ma solamente per investigatori qualificati. La Federal
Food and Drug Administration ha definito come "investigatori
qualificati" quegli psichiatri che lavorano in una struttura
ospedaliera di cure mentali, la cui ricerca è patrocinata da agenzie
statali o federali.]

Naturalmente, una dose di droga non produce l'esperienza trascendente.
Essa agisce soltanto come una chiave chimica - apre la mente, libera
il sistema nervoso dalle sue strutture e modelli ordinari. La natura
dell'esperienza dipende quasi totalmente dalla quantità e dalla
disposizione. La disposizione denota la preparazione dell’individuo,
inclusa la sua struttura di personalità ed il suo umore del momento.
Poi, c’è l’ambientazione fisica - il tempo, l'atmosfera della stanza;
- le sensazioni sociali delle persone presenti, l'un verso l'altro; e
culturali – i prevalenti punti di vista riguardo a ciò che è reale. È
per questa ragione che i manuali o libri-guida sono necessari. Il loro
scopo è di abilitare una persona a capire le nuove realtà della
coscienza espansa, e servire come mappe per i nuovi territori
interiori che la scienza moderna ha reso accessibile.

Esploratori diversi disegnano mappe diverse. Tutti gli altri manuali
potranno essere scritti in base a modelli diversi - scientifico,
estetico, terapeutico. Il modello Tibetano su cui è basato questo
manuale, è progettato per istruire la persona a dirigere e controllare
la consapevolezza in modo tale da giungere a quel livello di
comprensione variamente chiamata liberazione, o anche illuminazione.
Se si legge il manuale diverse volte prima che sia tentata una
sessione, e se là vi è una persona fidata a ricordare e rinfrescare la
memoria del viaggiatore durante l'esperienza, la coscienza sarà
liberata dai giochi che comprendono la "personalità" e dalle
allucinazioni positivo-negative che spesso accompagnano gli stati di
consapevolezza espansa. Il Libro Tibetano dei Morti fu chiamato nella
sua propria lingua il ‘Bardo Thodrol’ che significa "La Liberazione
nell’Udire il Livello Dopo-la-Morte". Il libro enfatizza continuamente
che la coscienza libera deve solo ascoltare e ricordare gli
insegnamenti per essere definitivamente liberata.

Il Libro Tibetano dei Morti è presumibilmente un libro che descrive le
esperienze che bisogna aspettarsi al momento della morte, durante una
fase intermedia che dura quaranta-nove (sette volte sette) giorni, e
durante la rinascita in un altra struttura corporea. Tuttavia questa è
solo la struttura esoterica che i Buddisti Tibetani usavano per
nascondere i loro insegnamenti mistico-esoterici. Il linguaggio e il
simbolismo dei rituali di morte del Bon, la tradizionale religione
pre-buddista Tibetana, furono abilmente mescolati con concezioni
buddiste. Il significato esoterico, come è stato interpretato in
questo manuale, è che la morte e la rinascita che è descritta non è
quella del corpo. Lama Govinda indica chiaramente questo nella sua
introduzione quando lui scrive: "È un libro per chi vive, tanto più
per chi muore". Il significato esoterico del libro è spesso celato
sotto diversi strati di simbolismo. Non fu inteso per una lettura
generale. Esso fu progettato per essere compreso solo da chi doveva
essere iniziato personalmente da un guru nelle dottrine mistiche
buddiste, nell’esperienza ‘pre-mortem-morte-rinascita’. Queste
dottrine sono state tenute strettamente protette e segrete per molti
secoli, per tema che un’applicazione ingenua o spensierata facesse
danni. Nel tradurre tale testo esoterico, perciò vi sono due passi:
uno, la traduzione del testo originale in Inglese; e due,
l’interpretazione pratica del testo per il suo uso. Nel pubblicare
questa interpretazione per l’uso nella sessione di droghe
psichedeliche, noi stamo in un certo senso rompendo la tradizione
della segretezza, e quindi contravvenendo agli insegnamenti dei
Lama-guru.

Comunque, questo passo è giustificato dal fatto che il manuale non
sarà capito da chiunque non abbia avuto un’esperienza di
coscienza-espansa, e che vi sono segni che gli stessi Lama, dopo la
loro recente diaspora, desiderano rendere i loro insegnamenti
disponibili ad un pubblico più vasto. Seguendo poi il modello
Tibetano, noi distinguiamo tre fasi dell’esperienza psichedelica. La
prima fase (Chikhai Bardo) è quella della totale trascendenza - oltre
le parole, oltre lo spazio-tempo, oltre il sé. Non ci sono visioni,
nessun senso di sé, niente pensieri. C'è solamente pura consapevolezza
e la libertà estatica da ogni gioco e coinvolgimento biologico.
[Questi "Giochi" sono sequenze comportamentali definite da ruoli,
regole, rituali, mète, strategie, valori, lingua, caratteristiche
ubicazioni di spazio-tempo e caratteristici modelli di movimento.
Qualunque comportamento che non abbia queste nove caratteristiche è
non-gioco: questo include i riflessi fisiologici, l’essere spontanei e
la consapevolezza trascendente].

La seconda lunga fase riguarda il ‘sé’, o la realtà dei giochi esterni
(Chonyid Bardo) – nell’acuta e squisita chiarezza o sotto forma di
allucinazioni (apparizioni karmiche). Il periodo finale, o terza fase
(Sidpa Bardo) comporta il ritorno ai giochi di routine della realtà e
del ‘sé’. Per la maggior parte delle persone, il secondo stadio
(estetico o allucinatorio) è il più lungo. Per gli iniziati, il primo
stadio dell'illuminazione dura di più. Per i non-preparati, i
maldestri giocatori di ruolo, per coloro che si aggrappano
ansiosamente al loro ego e per coloro che prendono le droghe in
un’ambiente non idoneo, lo sforzo per riguadagnare la realtà comincia
presto prima e di solito dura fino alla fine della loro sessione.
Queste parole, tuttavia, sono statiche, mentre l'esperienza
psichedelica è fluida ed è sempre in mutamento. Tipicamente, la
coscienza del soggetto scatta con rapide oscillazioni dentro e fuori
questi tre livelli. Lo scopo di questo manuale è abilitare la persona
a riottenere la trascendenza del primo Bardo ed evitare prolungati
intrappolamenti in modelli di giochi allucinatori o dominati dall’ego.

Fondamentali Fiducia e Credenza.  Voi dovete essere pronti ad
accettare la possibilità che vi sia una illimitata quantità di
consapevolezza per la quale ora non abbiamo termini con cui indicarla;
quella consapevolezza può espandersi oltre la portata del vostro ego,
il vostro ‘sé’, la vostra identità familiare, oltre tutto ciò che
avete imparato, oltre le vostre nozioni di spazio e tempo, oltre le
differenze che di solito separano le persone l’una dall'altra e dal
mondo circostante.

Dovete ricordare che in tutta la storia umana, milardi di individui
hanno già fatto questo viaggio. Alcuni (che noi chiamiamo mistici,
santi, o buddha) hanno fatto permanere questa esperienza e l'hanno
comunicata ad uomini loro amici. Dovete anche ricordare che
l'esperienza è sicura (al massimo, potrete smettere di essere la
stessa persona che cominciò l'esperienza), e che tutti i pericoli a
cui potrete andare incontro sono non-necessarie produzioni mentali. Se
sperimentate il paradiso o l’inferno, ricordate che è la vostra mente
a crearli entrambi. Evitate di attaccarvi al primo per abbandonare
l'altro. Evitate di imporre i giochi dell'ego sull'esperienza.

Voi dovete tentare di mantenere la fede ed avere fiducia nella
potenzialità del vostro cervello e nel processo della vita vecchio di
miliardi di anni. Lasciando dietro le spalle il vostro ego, voi ed il
vostro cervello non potrete sbagliare. Cercate di ricordarvi di un
amico fidato o di una persona rispettabile che possa servire come
vostra guida e protezione. Abbiate fiducia nella vostra parte divina,
abbiate fiducia nella vostra mente, abbiate fiducia nei vostri
compagni. Nel caso aveste dei dubbi, spegnete la vostra mente,
rilassatevi, siate calmi nel flusso.

Dopo aver letto questa guida, la persona preparata dovrebbe essere
capace, all’inizio della sua esperienza, di muoversi direttamente a un
stato di estasi e di rivelazione profonda di non-gioco. Ma se non
siete ben preparati, o se c'è una situazione di distrazione intorno a
voi, troverete che vi state lasciando di nuovo cadere. Se accade
questo, allora le istruzioni in Parte IV dovrebbero aiutarvi a
riguadagnare e mantenere la liberazione.

"Liberazione, in questo contesto, non implica necessariamente (specie
nel caso della persona media) la Liberazione del Nirvana, ma
principalmente la liberazione del 'flusso-della-vita' dall' ego, in
modo tale che si permetterà la maggior consapevolezza coscienziale
possibile e la felice rinascita conseguente. Eppure, per la persona
esperta ed estremamente efficiente, il processo esoterico [stesso] di
Trasferimento della Coscienza può essere, secondo i Lama-guru,
impiegato per prevenire qualunque blocco nel flusso di coscienza, dal
momento della perdita dell’ego, al momento di una rinascita
consapevole (otto ore più tardi). A giudicare dalla traduzione fatta
dal Lama Kazi Dawa-Samdup di un vecchio manoscritto Tibetano che
contiene direzioni pratiche per gli stati dell’ego-perdita, la
capacità di mantenere un'estasi di non-gioco nell’intera esperienza è
posseduta solamente da persone addestrate nella concentrazione o
focalizzazione mentale, in tale alto grado di abilità da essere capaci
di controllare tutte le funzioni mentali ed escludere le distrazioni
del mondo esteriore." (Evans-Wentz, p. 86, nota 2). [I lettori
interessati ad una più particolareggiata discussione del processo di
"Trasferimento" sono rinviati allo ‘Yoga Tibetano e le Dottrine
Segrete’, redatto da W. Y. Evans-Wentz, Oxford University Press,
1958.]

Questo manuale è diviso in quattro parti. La prima è la parte
introduttiva. La seconda è una descrizione passo-passo di
un'esperienza psichedelica basata direttamente sul Libro Tibetano dei
Morti. La terza parte contiene suggerimenti pratici su come potersi
preparare a condurre una sessione psichedelica. Infine, la quarta
parte contiene passaggi istruttivi adattati dal Bardo Thodrol, che
possono essere letti al viaggiatore durante questa sessione, per
facilitare il movi-mento della coscienza. Nel resto di questa sezione
introduttiva, mostriamo tre commentari sul Libro Tibetano dei Morti,
pubblicati nell’edizione di Evans-Wentz. Essi sono l'introduzione da
Evans-Wentz stesso, distinto traduttore-redattore di quattro trattati
sul misticismo Tibetano; il commentario di Carl Jung, il psicanalista
svizzero; e di Lama Govinda, iniziato di uno del principali ordini
Buddisti del Tibet.



UN TRIBUTO A W. Y. EVANS-WENTZ

"Il Dott. Evans-Wentz, che sedette letteralmente ai piedi di un Lama
Tibetano per anni, al fine di acquisire la sua saggezza... mostra non
solo un profondo e comprensibile interesse in quelle dottrine
esoteriche così caratteristiche del genio dell’Oriente, ma similmente
possiede la facoltà rara di renderle più o meno intelligibili al
laico". [Citato in un libro-rivista di Antropologia, sul dorso
dell'Edizione del Libro Tibetano dei Morti, dell’Oxford University
Press.].

W. Y. Evans-Wentz è un grande studioso che dedicò la sua vita adulta
nel ruolo di ponte tra il Tibet e l'Occidente: come una molecola di
RNA che si attiva con il messaggio in codice dello stesso RNA. Nessun
tributo poteva essere maggiore per il lavoro di questo liberatore
accade-mico che quello di basare il nostro manuale psichedelico sui
suoi insight e citare direttamente i suoi commenti sul "messaggio di
questo libro".

Il messaggio è, che l'Arte di Morire è totalmente importante come
l'Arte di Vivere (o di Venire a Nascere) di cui è il complemento e la
somma; che il futuro dell’essere è, forse, completamente dipendente da
una morte precisamente controllata, come enfatizza la seconda parte di
questo volume che espone l’Arte di Reincarnarsi.

L'Arte di Morire, come indicata dal rito della morte, associata con
l’iniziazione ai Misteri dell'Anti-chità, e riferita da Apuleius, il
filosofo Platonico che era egli stesso un iniziato, e da molti altri
illustri iniziati, e come anche Il Libro Egiziano dei Morti
suggerisce, sembra essere stata molto più nota ai popoli antichi che
abitavano i paesi del Mediterraneo, che non ora, dai loro moderni
discendenti di Europa e America. Per coloro che erano passati
attraverso la segreta esperienza di morte pre-mortem, il corretto
morire è l’iniziazione, poiché conferisce, come fa l’iniziatorio rito
della morte, il potere per controllare consapevolmente il processo di
morte e rigenerazione.

(Evans-Wentz, p. xiii-xiv)

Lo studioso di Oxford, come il suo grande predecessore Tibetano
dell'undicesimo secolo, Marpa (detto "Il Traduttore"), che tradusse i
testi buddisti Indiani in Tibetano preservandoli con ciò
dall'estinzione, vide l'importanza vitale di queste dottrine e le rese
accessibili a molti. In questo mkodo, il "segreto" non è più nascosto:
"l'arte di morire è totalmente importante come l'arte di vivere."



UN TRIBUTO A CARL G. JUNG

La psicologia è il tentativo sistematico di descrivere e spiegare il
comportamento umano, sia consapevole che non-consapevole. Lo scopo
dello studio è vasto- poiché copre l’infinita varietà dell'attività e
dell’esperienza umana; ed è profondo- poiché va all’indietro
attraverso la storia dell'individuo, attraverso la storia dei suoi
antenati, indietro attraverso le vicissitudini evolutive e i trionfi
che hanno determinato lo status corrente della specie. Ancor più
difficile, lo scopo della psicologia è complesso, poiché tratta con
processi che sono sempre in cambiamento. Nessuna meraviglia quindi che
gli psicologi, di fronte a tale complessità, si rifugino in una
riservatezza e specializzazione quasi parrocchiale.

La psicologia è basata sui dati disponibili e sulla abilità e volontà
degli psicologi per utilizzarli. Il comportamentalismo e lo
sperimentalismo della psicologia occidentale del ventesimo-secolo sono
così accurati da essere quasi sempre perfino banali. La coscienza è
eliminata dal campo di indagine. L’applicazione ed il significato
sociale è trascurato grandemente. Un curioso ritualismo è messo in
atto da un contesto sacerdotale che cresce rapidamente in potere e in
quantità.

La psicologia orientale, per contrasto, ci offre una lunga storia di
particolareggiata e sistematica osservazione della coscienza umana
insieme con una vastissima letteratura di metodi pratici per
controllare e modificare la coscienza. Gli intellettuali occidentali
tentano di rifiutare la psicologia Orientale. Le teorie sulla
coscienza sono viste come occulte e misticheggianti. I metodi
investi-gativi dei cambiamenti della coscienza, come la meditazione,
lo yoga, il ritiro monastico, e la de-privazione sensoriale sono visti
come qualcosa di alieno all’investigazione scientifica. E agli occhi
degli studiosi Europei, più dannoso di tutto, è la presunta noncuranza
delle psicologie Orientali per gli aspetti comportamentali pratici e
sociali della vita. Tale critica tradisce i limitati concetti e
l'incapacità di trattare coi dati storici disponibili ad un livello
significativo. Le psicologie Orientali hanno sempre trovato
applicazioni pratiche nella gestione dello stato, nella gestione della
vita quotidiana e della famiglia. Esiste una ricchezza di guide e
manuali: il Libro del Tao, gli Annali di Confucio, la Bagavad-Gita,
l'I-Ching, Il Libro Tibetano dei Morti, per menzionare solamente i più
famosi.

La psicologia Orientale può essere giudicata in termini di uso
dell’evidenza disponibile. Studiosi ed osservatori di Cina, Tibet, e
India andarono così lontano quanto i loro dati lo permisero. Ad essi
mancarono le scoperte della scienza moderna e così le loro metafore
sembrano vaghe e poetiche. Però questo non nega il loro valore.
Infatti, le teorie filosofiche orientali datate di ben quattromila
anni all’indietro si adattano velocemente alle più recenti scoperte
della biochimica, della fisica nucleare, della genetica, e
dell'astronomia. Il compito maggiore di ogni psicologia del giorno
d’oggi - orientale od occidentale - è di costruire una struttura di
riferimenti abbastanza vasta da incorporare le recenti scoperte delle
scienze dell’energia, in un revisionato ritratto dell’uomo.

Giudicati contro il criterio di uso del fatto disponibile, i più
grandi psicologi del nostro secolo sono William James e Carl Jung.
[Per paragonare propriamente Carl Jung con Sigmund Freud dovremmo
guardare ai dati disponibili che ciascun uomo approntò per le sue
esplorazioni. Per Freud c’era Darwin, le termodinamiche classiche, il
Vecchio Testamento, la storia culturale del Rinascimento, e
maggiormente, la chiusa atmosfera surriscaldata della famiglia Ebrea.
Il più ampio spettro dei materiali di riferimento di Jung assicura che
le sue teorie troveranno una più grande congenialità coi recenti
sviluppi nelle scienze dell'energia e le scienze evolutive]. Però,
entrambi questi uomini evitarono gli stretti sentieri del
comportamentalismo e sperimentalismo. Entrambi lottarono per
preservare l’esperienza e la coscienza come area della ricerca
scientifica. Entrambi si aprirono alle anticipazioni della teoria
scientifica ed entrambi rifiutarono di chiudersi alla considerazione
della cultura Orientale.

Jung usò per la sua fonte di dati la sorgente più fertile – quella
interiore. Egli riconobbe il ricco significato del messaggio
orientale; reagì a quel grande test che è il Tao Te Ching, e scrisse
poi brillanti e percettive prefazioni all'I-Ching, al Segreto del
Fiore d’Oro, e si sforzò col significato di Il Libro Tibetano dei
Morti. "Per anni, mai pubblicato prima di allora, il Bardo Thodrol è
stato il mio continuo compagno, ed a lui io devo non solo molte mie
stimolanti idee e scoperte, ma anche molte intuizioni fondamentali…La
sua filosofia contiene la quintessenza della Critica psico-logica
Buddista; e, come tale, si può veramente dire che essa sia di una
superiorità inaudita."

Il Bardo Thodrol è al più alto livello psicologico nella sua visione
prospettica; ma la filosofia e la teologia sono, per noi, ancora nello
stadio pre-psicologico medioevale, dove solo le asserzioni sono
ascoltate, spiegate, difese, criticate e disputate, mentre l'autorità
che le fa, per generale beneplacito, è stato posto fuori dallo scopo
della discussione.

Tuttavia, le asserzioni metafisiche sono asserzioni della psiche, e
perciò sono psicologiche. Per la mente Occidentale che compensa i suoi
ben-noti sentimenti di risentimento con un servile riguardo per le
spiegazioni "razionali", questa ovvia verità sembra tutta perfino
troppo ovvia, altrimenti è vista come una inammissibile negazione
della "verità" metafisica. Ogni qualvolta l'Occidentale sente la
parola "psicologico", a lui suona sempre come "solamente psicologico."

Jung utilizza le concezioni Orientali della coscienza per ampliare il
concetto di "proiezione":

Anche le divinità "pacifiche", non solo quelle "irate", sono concepite
come proiezioni samsariche della psiche umana, un'idea che sembra
anche troppo ovvia all'Europeo illuminato, perché gli ricordano le sue
stesse banali semplificazioni. Ma benché l'Europeo possa facilmente
spiegare queste divinità come proiezioni, allo stesso tempo egli
sarebbe alquanto incapace di impostarle come reali. Il Bardo Thodrol
può farlo, perché, in certe sue premesse metafisiche più essenziali,
l’Europeo illuminato così come il non-illuminato, ha uno svantaggio.
L’assunto onni-presente e non-detto del Bardo Thodrol è il carattere
anti-nominale di tutte le asserzioni metafisiche, ed anche l'idea
sulla differenza qualitativa dei vari livelli di coscienza e delle
realtà metafisiche da esse condizionate. Lo sfondo di questo insolito
libro non è il gretto "uno o l’altro" Europeo, ma un magnificamente
affermativo "l’uno e l’altro". Questa asserzione può apparire
opinabile al filosofo Occidentale, perché l’Occidente ama la chiarezza
e la non-ambiguità; di conseguenza, un filosofo si aggrappa alla
posizione, "Dio c’è", mentre un altro in modo ugualmente fervente si
aggrappa alla negazione, "Dio non c’è".

Jung chiaramente vede il potere e la grandezza del modello Tibetano ma
occasionalmente non afferra il suo significato e applicazione.
Inoltre, Jung era limitato (come lo siamo tutti noi) dai modelli
sociali della sua tribù. Egli era uno psicanalista, il padre di una
scuola. Psicoterapia e diagnosi psichiatrica erano le due
specializzazioni che più naturalmente gli erano confacenti. Egli manca
il concetto centrale del libro Tibetano. Questo non è (come Lama
Govinda ci ricorda) un libro sui morti. È un libro sul morire; cioè a
dire, un libro per i vivi; è un libro sulla vita e come vivere. Il
concetto dell’effettiva morte fisica fu una facciata esoterica
adottata per adeguarsi in Tibet ai pregiudizi della tradizione Bon.
Lungi dall'essere la guida di un imbalsamatore, il libro è un
resoconto dettagliato di come perdere l'ego; come interrompere la
personalità in nuovi reami di coscienza; e come evitare gli
involontari limitanti processi dell'ego; come far durare l'espe-rienza
di espansione della coscienza - nella susseguente vita quotidiana.
Jung, su questo punto, ha qualche difficoltà. Egli vi arriva vicino,
ma non lo ribadisce mai in un modo completo. Nella sua struttura
concettuale, egli non aveva niente che poteva dare un senso pratico
all’esperienza della perdita dell'ego.

Il Libro Tibetano dei Morti, o ‘Bardo Thodrol’, è un libro di
istruzioni per il morto e il morente. Come Il Libro Egiziano dei
Morti, esso intende essere una guida per il morto durante il periodo
della sua esistenza nel Bardo... In questa citazione, Jung definisce
l’esoterico e però lo manca. In una citazione successiva, sembra
andargli più vicino:

“… l'istruzione data nel Bardo Thodrol serve per richiamare il morto
all'esperienza della sua iniziazione e agli insegnamenti del suo guru,
perchè quell’istruzione è, in fondo, nient’altro che un'iniziazione
del morto alla Vita di Bardo, proprio come l'iniziazione del vivente
non era che una preparazione per l’Aldilà. Tale era il caso, almeno,
con tutti i culti del mistero nelle antiche civiltà fin dai tempi dei
misteri dell'Egitto e di Eleusi. Nell’iniziazione del vivente,
comunque, questo "Aldilà" non è un mondo oltre la morte, ma
un'inversione delle intenzioni e della visione della mente, un "Oltre"
psicologico o, in termini Cristiani, una "redenzione" dalle pastoie
del mondo e del peccato. La ‘Redenzione’ è la separazione e la
liberazione da una precedente condizione di oscurità e
inconsapevolezza, che porta ad una condizione di illuminazione e
liberazione, cioè alla

vittoria e trascendenza su tutto ciò che è "determinato".”

Questo è il Bardo Thodrol, così come anche il Dott. Evans-Wentz lo
sente, un processo iniziatico il cui scopo è ripristinare nell'anima
la divinità che essa perse alla nascita.

In un altro passaggio, Jung continua lo sforzo, ma di nuovo lui lo perde:

“…L'uso psicologico che facciamo di esso (il Libro Tibetano) non è una
cosa qualsiasi, ma una secondaria intenzione, benché uno sia
possibilmente sanzionato dal costume Lamaista. Il vero scopo di questo
singolare libro è il tentativo che, all'erudito Europeo del ventesimo
secolo, deve sembrare molto strano, di illuminare il morto nel suo
viaggio attraverso le regioni del Bardo. La Chiesa Cattolica è l'unico
luogo nel mondo dell'uomo bianco dove qualunque provvedimento è preso
per l’anima del trapassato”.

Nel sommario dei commenti di Lama Govinda che seguono, noi vedremo che
il commentatore Tibetano, liberato dai concetti Europei di Jung, puntò
direttamente al significato esoterico e pratico del libro Tibetano.
Nella sua autobiografia (del 1960) Jung si coinvolge completamente
nella visione interiore, la saggezza e la superiore realtà delle
percezioni interne. Egli si mosse finalmente in questa direzione nel
1938 (allorché scrisse il suo commentario Tibetano), ma in modo cauto
e con le ambivalenti riserve del psichiatra un po’ mistico.

Il moribondo deve disperatamente resistere ai dettami obbligati  della
ragione, come li sentiamo noi, e rinunciare alla supremazia dell’ego,
considerata sacrosanta dalla ragione. Ciò che questo siggnifica in
pratica è la completa capitolazione agli obiettivi poteri della
psiche, con tutto ciò che questo comporta; un tipo di morte simbolica,
corrispondente al Giudizio del Morto nel Sidpa

Bardo. Significa la fine di tutta la consapevole, razionale,
moralmente responsabile, condotta di vita, ed una volontaria resa a
quello che il Bardo Thodrol chiama "illusione karmica". L'illusione
Karmica sorge dal credere in un mondo visionario di una natura
estremamente irrazionale, che non si accorda con, né deriva dai nostri
giudizi razionali, ma è solamente l’esclusivo prodotto di una
disinibita immaginazione. È puro e semplicesogno o "fantasia", ed ogni
ben-intesa persona ci metterà immediatamente in guardia contro di
essa; infatti uno a prima vista non può vedere qual’è la differenza
tra le fantasie di questo tipo e la fantasmagoria di un lunatico.
Molto spesso già soltanto un leggero livello di abbassamento mentale
fa aver bisogno di sguinzagliare questo mondo di illusione. Il terrore
e l'oscurità di quel momento ha il suo equivalente nelle esperienze
descritte nelle sezioni che aprono il Sidpa Bardo. Ma i contenuti di
questo Bardo rivelano anche gli archetipi, le immagini karmiche che
prima appaiono nella loro terrorizzante forma. Lo stato di Chonyid è
equivalente ad un lenta psicosi deliberatamente indotta… .

La transizione, poi, dallo stato di Sidpa allo stato di Chonyid, è una
pericolosa inversione degli scopi ed intenzioni della mente
consapevole. È un sacrificio della stabilità dell'ego ed una resa
all'estrema incertezza di ciò che deve sembrare come una caotica
insurrezione di fantasma-goriche forme. Quando Freud coniò la frase
che l'ego era "il vero posto dell'ansia", stava dando voce ad un'assai
vera e profonda intuizione. La paura dell'auto-sacrificio è radicata
nel profondo di ogni ego, e questa paura spesso è solamente la
richiesta scarsamente controllata delle forze inconsce per scoppiare
fuori con piena forza. In questo pericoloso passaggio non è
risparmiato nessuno che lotti per il proprio ‘sé’ (l'individualità),
perchè ciò che è temuto appartiene anche all'interezza del ‘sé’ - il
sub-umano, o super-umano, mondo di "dominanti" psichici da cui l'ego
si è originalmente emancipato con enorme sforzo, e poi solo
parzialmente, per lo scopo di una più o meno illusoria libertà. Questa
liberazione è certamente un’impresa molto eroica e necessaria, ma non
rappresenta niente di finale: è semplicemente la creazione di un mero
soggetto che per trovare compimento, deve ancora essere confrontato
con un oggetto. Questo, a prima vista, sembrerebbe essere il mondo che
è gonfiò di proiezioni per quello stesso scopo. Qui cerchiamo e
troviamo le nostre difficoltà, qui noi cerchiamo e troviamo il nostro
nemico, qui noi cerchiamo e troviamo quello che ci è caro e prezioso;
ed è confortante sapere che tutto il male e tutto il bene sarà
scoperto là fuori, nell'oggetto visibile, dove può essere conquistato,
punito, distrutto o goduto. Ma poi la natura stessa non permette che
questi paradisiaci stati di purezza possano continuare per sempre. Vi
sono, e vi sono sempre stati, coloro che non possono dare aiuto ma
possono vedere che il mondo e le sue esperienze sono nella natura del
simbolo, e che riflette realmente qualcosa che giace nascosto nel
soggetto stesso, nella sua propria trans-soggettiva realtà. È da
questa profonda intuizione, secondo la dottrina Lamaista, che lo stato
del Chonyid deriva il suo vero significato, e così ecco perché il
Chonyid Bardo è intitolato "Il Bardo dello Sperimentare la Realtà."

La realtà sperimentata nello stato di Chonyid è, come l'ultima sezione
del corrispondente Bardo insegna, la realtà del pensiero. Le
"forme-pensiero" appaiono come realtà, la fantasia assume la forma
reale, e poi comincia il terrificante sogno evocato dal karma e
proiettato dai "dominanti" dell’inconscio.

Jung non sarebbe stato sorpreso dall’antagonismo professionale ed
istituzionale alle droghe psichedeliche. Lui chiude il suo commentario
Tibetano con una acuta parte politica:

“Il Bardo Thodrol cominciò con l’essere un libro "chiuso", e così è
rimasto, non importa che tipo di commentari possono essere stati
scritti su  di esso. Perché è un libro che si aprirà solamente alla
comprensione spirituale, e questa è una capacità con cui nessun uomo è
nato, ma che si può acquisire solamente attraverso uno speciale
addestramento ed esperienza. È un bene che esistano tali libri
"inutili a tutte le intenzioni e scopi". Essi hanno un significato per
quelle "strane persone" che non collezionano più gli usi, scopi, e
significati di questa attuale "civiltà."

Offrire un "addestramento speciale" per la "esperienza speciale"
fornita dai materiali psichedelici è lo scopo di questa versione di Il
Libro Tibetano dei Morti.



UN TRIBUTO A LAMA ANAGARIKA GOVINDA

Nella sezione precedente fu fatto il punto che la filosofia e la
psicologia Orientale - poetica, indeterministica, esperienziale,
che-guarda-all’interno, del tutto libera e vagamente evolutiva,- è più
facilmente adatta alle scoperte della moderna scienza che non la
sillogistica, sperimentale, sicura, esteriorizzante logica della
psicologia occidentale. Quest’ultima imita gli irrilevanti rituali
delle scienze dell'energia, ma ignora i dati, significati e
implicazioni della fisica e della genetica.

Anche Carl Jung, il più penetrante degli psicologi occidentali, tardò
a capire la filosofia di base del Bardo Thodrol.

Del tutto in contrasto sono i commenti sul manuale Tibetano del Lama
Anagarika Govinda. La sua asserzione di apertura ad un primo sguardo
farebbe sbuffare di impazienza uno psicologo Giudaico-Cristiano. Ma
un'occhiata ravvicinata a queste frasi, rivela che esse sono
l'asserzione poetica della situazione genetica come descritto
attualmente dai biochimici e dai ricercatori del DNA. Si può disputare
che nessuno può parlare della morte con l’autorità che ha colui che è
non morto; e poiché nessuno apparentemente è mai ritornato dalla
morte, come potrebbe qualcuno sapere che cosa è la morte, o quello che
accade dopo di essa?

Il Tibetano risponderà: Non c'è nessuna persona, infatti, nessun
essere vivente, che non sia ritornato dalla morte. In effetti, noi
tutti siamo morti molte volte, prima di rientrare in questa
incarnazione. E quella che noi chiamiamo nascita è soltanto il lato
inverso della morte, come uno dei due lati di una moneta, o come una
porta che da fuori noi chiamiamo "ingresso", e da dentro una stanza
"uscita"." Il Lama prosegue poi col fare un secondo commento poetico
sulle potenzialità del sistema nervoso, sulla complessità del computer
corticale umano.

E’ invero assai più stupefacente che nessuno ricordi la sua morte
precedente; e molte persone, a causa di questa mancanza di memoria,
non credono che vi sia stata una morte precedente. Ma, similmente,
esse non ricordano neppure la loro recente nascita - eppure non
dubitano di essere recentemente venute al mondo. Esse dimenticano pure
che la memoria attiva è soltanto una piccola parte della nostra
normale coscienza, e che la nostra memoria subconscia registra e
conserva tutte le impressioni e l’esperienze passate che la nostra
mente di veglia non riesce a richiamare. Il Lama procede poi a
ritagliare direttamente il significato esoterico del Bardo Thodol -
quel significato centrale che infatti Jung e molti Orientalisti
Europei non sono riusciti ad afferrare.

Per questa ragione, il Bardo Thodol, il libro Tibetano che concede la
liberazione dallo stato intermedio tra la vita e ri-nascita, - che gli
uomini chiamano ‘morte’, - e che è stato messo giù in linguaggio
simbolico. È un libro che è sigillato coi sette sigilli del silenzio,
- ma solo perché la sua conoscenza sarebbe malinterpretata e, quindi,
tenderebbe a fuorviare e danneggiare quelli che non sono abilitati a
riceverlo. Ma è venuto il tempo per rompere i sigilli del silenzio;
perché la razza umana è arrivata alla giunzione in cui deve decidere
se contentarsi del soggiogamento al mondo materiale, o sforzarsi per
la conquista del mondo spirituale, liberandosi dei desideri egoistici
e trascendendo le limitazioni auto-imposte.

Il Lama successivamente descrive gli effetti delle tecniche di
espansione della coscienza. Egli qui sta parlando del metodo che
conosce lui– lo Yoga -ma le sue parole sono ugualmente applicabili
all'esperienza psichedelica. Vi sono quelli che, in virtù della
concentrazione ed altre pratiche yogiche, sono capaci di portare il
subconscio nel reame della coscienza discriminativa e, quindi, di
utilizzare il tesoro senza restrizioni della memoria subconscia, dove
non solo è immagazzinato la registrazione delle nostre vite passate ma
anche la registrazione passata della nostra razza, il passato
dell’umanità e di tutte le forme di vita pre-umane, se non della
stessa coscienza che rende possibile la vita in questo universo. Se,
attraverso qualche trucco della natura, le porte del subcosciente di
un individuo fossero improvvisamente aperte, la mente non preparata
può esserne sommersa e schiacciata. Perciò, le porte del subconscio
sono controllate, da tutti gli iniziati, e nascoste dietro al velo di
misteri e simboli.

In una sezione successiva della sua prefazione il Lama presenta una
più dettagliata elaborazione del significato interiore del Thodrol. Se
il Bardo Thodrol fosse considerato come basato soltanto sul mero
folclore o come consistente di religiosa speculazione sulla morte e su
un ipotetico stato di dopo-morte, avrebbe interesse solamente per gli
antropologi e studenti di religione. Ma il Bardo Thodrol è qualcosa di
più. Esso è una chiave ai più profondi recessi della mente umana, e
una guida per gli iniziati, e per quelli che stanno cercando il
sentiero spirituale della liberazione.

Anche se attualmente il Bardo Thodol è ampiamente usato in Tibet come
breviario, da leggere o recitare in occasione della morte, - ragione
per cui esso è stato propriamente chiamato "Il Libro Tibetano dei
Morti" - non si dovrebbe dimenticare che originalmente fu concepito
non solo per servire come guida per il moribondo ed il morto, ma
soprattutto per il vivente. E qui sta la giustificazione per aver reso
Il Libro Tibetano dei Morti accessibile ad un pubblico più vasto.

Nonostante gli usi e le credenze popolari che, sotto l'influenza delle
tradizioni di antica origine pre-buddista, sono cresciute intorno alle
profonde rivelazioni del Bardo Thodrol, esso ha valore solamente per
quelli che lo praticano e realizzano il suo insegnamento durante la
loro durata-di- vita. Ci sono due cose che hanno provocato dei
malintesi. Una è che gli insegnamenti sembrano essere indirizzati al
morto o al morire; l'altra che il titolo contenga l'espressione "La
Liberazione attraverso l’Udire" (in Tibetano, Thos-grol). Da ciò è
derivata la credenza che sia sufficiente una lettura o la recita del
Bardo Thodrol in presenza di una persona morente, o anche di una che
sia appena morta per effettuare la sua liberazione.

Tale malinteso poteva sorgere solamente fra quelli che non conoscono
che esso è una delle più antiche e più universali pratiche per
l’iniziato di superare l'esperienza della morte prima di poter essere
spiritualmente rinato. Simbolicamente, egli deve morire al suo
passato, ed al suo vecchio ego, prima di poter prendere il suo posto
nella nuova vita spirituale in cui egli è stato iniziato. Il morto, o
la persona morente, è indirizzato nel Bardo Thodrol principalmente per
tre ragioni: (1) il serio praticante di questi insegnamenti dovrebbe
considerare ogni momento della sua vita come se fosse l'ultimo; (2)
quando un seguace di questi insegnamenti sta davvero morendo, lui o
lei dovrebbe essere rammentato dell’esperienza al momento
dell’iniziazione, o delle parole (o mantra) del guru, specialmente se
la mente del morente manca di prontezza durante il critico momento; e
(3) uno che è ancora incarnato dovrebbe tentare di circondare la
persona morente, o appena morta, con amore e pensieri utili, durante i
primi stadi del nuovo stato di esistenza, o subito dopo la morte,
senza permettere che l'attaccamento emotivo interferisca o generi uno
stato di leggera depressione mentale. Di conseguenza, la funzione del
Bardo Thodrol appare più quella di aiutare coloro che devono adottare
il corretto atteggiamento verso il morto e verso il fatto della morte,
che non per assistere i morti i quali, secondo la credenza buddista,
non devieranno dal loro proprio sentiero karmico... Questo prova che
noi dobbiamo farlo qui con la vita stessa e non semplicemente con
tutti quei morti, a cui il Bardo Thodrol fu ridotto nei tempi
successivi... Sotto le sembianze di una scienza di morte, il Bardo
Thodrol rivela il segreto della vita; ed in ciò sta il suo valore
spirituale ed il suo appello universale.

Qui poi vi è la chiave di un mistero che è andato avanti per oltre
2,500 anni – l’esperienza di espansione della coscienza – la morte
pre-mortem ed il rito della rinascita. I grandi saggi Vedici
conoscevano il segreto; gli iniziati di Eleusi lo conoscevano; i
Tantrici lo conoscono. In tutti i loro scritti esoterici essi
suggeriscono il messaggio: è possibile andar oltre la coscienza
egoica, accordarsi sui processi neurologici che balenano alla velocità
di luce, e diventare consapevoli dell’enorme tesoro di conoscenza
dell’antica razza umana, saldata nel nucleo di ogni cellula del vostro
corpo.

I moderni prodotti chimici psichedelici offrono una chiave per questo
dimenticato reame della consapevolezza. Ma proprio come questo
manuale, senza la consapevolezza psichedelica, non è  nient’altro che
un accademico esercizio in Tibetologia, così, anche la potente chiave
chimica è di poco valore senza la guida e gli insegnamenti.

Gli Occidentali non accettano l'esistenza di processi consapevoli per
i quali essi non hanno un termine operativo. L'atteggiamento più
comune è: - se non si può identificarlo, e se è oltre le nozioni
correnti di spazio-tempo e personalità, allora non è aperto per
l’investigazione. Così noi vediamo l'esperienza di perdita-dell’ego
confusa con la schizofrenia. Così noi vediamo gli attuali psichiatri
pronunciare solennemente che le chiavi psichedeliche producono
pericolose psicosi. -

I nuovi prodotti chimici visionari e l’esperienza di
pre-mortem-morte-rinascita possono ancora una volta essere spinti
nelle ombre della storia. Guardando indietro, noi ricordiamo che
durante gli ultimi tremila anni, ogni governante medio-orientale ed
europeo (con l’eccezione di certi periodi in Grecia e Persia), si è
affrettato a varare leggi contro qualunque emergente processo
trascendente, come la sessione di pre-mortem-morte-rinascita, i suoi
adepti, e qualunque nuovo metodo di espansione di coscienza.

Il momento presente nella storia umana (come Lama Govinda indica) è
assai critico. Noi, per la prima volta possediamo, ora, i mezzi per
procurare l’illuminazione a qualunque volontario che sia ben
npreparato. (ricordiamo che l’illuminazione viene sempre in forma di
un nuovo processo di energia, come evento fisico e neurologico). Per
queste ragioni noi abbiamo preparato questa versione psichedelica de
Il Libro Tibetano dei Morti. Il segreto ancora una volta è rilasciato,
in un nuovo dialetto, e noi ci mettiamo quietamente seduti ad
osservare se l’uomo è pronto a muoversi in avanti e ad avvalersi dei
nuovi strumenti procurati dalla scienza moderna.



(Fonte: Centro Nirvana)