Il Sud Africa che non c'è più... Un passato ed un futuro



Sono stato in Sud Africa tanti anni fa, di passaggio a Durban, una città moderna e pulita, era il 1973 e c’era ancora l’apartehid. Andai a pisciare in un bagno pubblico dove c’erano due reparti: quello per bianchi e quello per neri. E c’erano pure due guardiani: il guardiano bianco ed il guardiano nero.
A giudicare dall’esterno la qualità del servizio sembrava identica, stessi lavabo, stessi orinatoi, insomma si trattava di un cesso “democratico”, malgrado la separazione per razze, e soprattutto era pulito e gratuito, non c’era nessun bussolotto nemmeno per le “offerte volontarie”.
Inutile dire che avendo precedentemente viaggiato in tutta l’Africa equatoriale ed essendo appena reduce dall’India rimasi molto impressionato. Cessi così mai visti nemmeno in Italia. Durban poteva essere scambiata per una città canadese, con grandi boulevards e case non troppo alte in ottimo stato. Girai parecchio in varie zone e non riuscii veramente a capire quali fossero le aree dedicate ai bianchi e quelle ai neri e se ci fosse una reale differenza fra le due, in quanto a servizi e comodità.
Vagando immemore del luogo e del tempo, su strade linde poco trafficate e con grandi marciapiedi, ecco che ebbi l’esperienza vera del Sud Africa. Di quel che il paese sarebbe diventato… Una signora nera ben vestita avanzava dalla parte opposta verso di me, a fianco aveva una bambina, immagino fosse la figlia, anch’essa linda e pinta. Quando ci incrociammo non potei fare a meno di notare una cosa che mi sconvolse alquanto. La bambina si portava appresso al guinzaglio, trascinandola sul pavimento, una bella bambola bionda, bianca e rossa di incarnato. La strattonava, come fosse stato un cane pigro e recalcitrante, tirandola per il collo a cui era legato il guinzaglio.
Compresi che il destino del Sud Africa era in qualche modo segnato… e per capirne qualcosa di più in seguito lessi la storia di questo paese “africano” per modo di dire. Prima della conquista inglese il Sud Africa era una terra libera abitata da Boeri, i cosiddetti Afrikaners, che erano contadini olandesi lì emigrati in cerca di terre fertili da lavorare. L’Olanda, si sa è una bassa pianura spesso allagata dal mare e numerosi suoi abitanti, per fame e per cercare un futuro, emigrarono in Sud Africa e vi si stabilirono. Erano semplici contadini ed artigiani e non dovettero contendere lo spazio a nessuno, il Sud Africa era praticamente disabitato salvo qualche sparuta tribù nera di poche migliaia di individui, che comunque non praticavano l’agricoltura. E gli Afrikaners non avevano bisogno di manodopera, lavoravano in proprio la terra, com’erano abituati, con le loro mogli ed i loro figli. Poi Furono scoperte delle ricchezze minerarie e immediatamente gli inglesi – come stavano facendo in tante altre parti del mondo – pensarono bene di appropriarsene. Dichiararono guerra ai Boeri, anzi quasi li debellarono, chiudendo i superstiti in campi di concentramento (furono gli inglesi ad inventarsi i lager, non i tedeschi).
Dopo la conquista inglese e l’inizio dello sfruttamento massiccio delle risorse iniziarono a scendere in Sud Africa torme di lavoratori neri, ma non solo anche indiani e cinesi, richiamati dagli inglesi stessi a svolgere tutti i lavori più pesanti, nelle miniere, etc. allo stesso modo in cui precedentemente “attrassero” i negri in Nord America per lavorare nelle piantagioni e nelle fabbriche. In un certo senso nel Sud Africa avvenne anticipatamente quel che ora sta succedendo in Europa, con il flusso continuo di disperati in cerca di lavoro. Questo richiamo di lavoratori di varie etnie è caratteristico di tutte le ex colonie inglesi, successe la stessa cosa anche in Kenya, in Tanzania, etc.
Ma in Sud Africa fu molto più evidente, anche considerando che non esisteva una consistente popolazione autoctona.
I boeri superstiti rimasero più che altro isolati nelle loro fattorie mentre i conquistatori inglesi per meglio controllare la piazza, con il solito meccanismo del “divide et impera”, istituirono delle classi sociali basate sull’etnia. Dabbasso i negri emigrati, poi gli indiani e gli asiatici (non dimentichiamo che Gandhi iniziò la sua “carriera” in Sud Africa), poi i boeri e gli europei latini, ed in cima alla piramide i “puri” albionici.
Oggi le cose son diverse, la scala gerarchica è cambiata, anche se le lotte intestine fra i vari gruppi non si è esaurita. E la legge di causa effetto porta a ri-aggiustamenti anche violenti. Non sono rare infatti le  aggressioni verso i bianchi  tant'è che si sono creati sodalizi di auto-difesa. Il destino del Sud Africa è ancora molto nebuloso, d'altronde ove ci mettono le mani gli inglesi è inevitabile che accadano brutte cose... 
Paolo D'Arpini

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Commento/integrazione di Joe Fallisi: 
"In Sudafrica si sta compiendo un vero e proprio genocidio-pulizia etnica della popolazione bianca*. La residua discendenza dei boeri eroici, da quando alla "direzione" del Paese si sono installati gli eredi di Mandela, oltre a tutto corrottissimi e inetti, subisce una serie impressionante, da parte di criminali neri lasciati liberi di compiere i loro misfatti da un potere  altrettanto criminale, di delitti efferati... torture mostruose, scannamenti, decapitazioni, omicidi singoli e plurimi di ogni genere, e quasi sempre impuniti. I campioni sinistVi mondialisti della falsa coscienza non dicono una parola, fanno finta di nulla, tutti indaffarati nell'"accoglienza" - invasione mafiosa dei "profughi". Ma il machete, sempre più affilato, è in attesa anche del loro collo. - Vedi anche: 
https://www.youtube.com/results?search_query=south+african+white+genocide

Essai da "Io sono Quello" di Nisargadatta Maharaj




M.: Eccoti di ritorno! Dove sei stato, che cosa hai visto?
I.: Vengo dalla Svizzera, dove ho incontrato un uomo non comune che afferma di essersi realizzato. A suo tempo ha praticato molti yoga e attraversato molteplici esperienze. Oggi non vanta alcuna particolare abilità o conoscenza; la sola cosa insolita in lui sono le sensazioni; è incapace di separare l'osservatore dall'osservato. Per esempio, vede un'automobile piombare su di lui e non sa se è la vettura che travolge l'uomo, o l'uomo che cade sotto la vettura. Gli sembra di essere i due allo stesso tempo. L'osservatore e l'osservato coincidono. Qualunque cosa veda, vede se stesso. Quando gli ho posto alcune domande sul Vedanta mi ha detto: "Non posso risponderti. Non so. Conosco solo questa strana identità con le percezioni. Sai, mi aspettavo tutto tranne questo".
Nell'insieme è un uomo umile; non crea un discepolato e non si mette sul piedistallo. Parla volentieri della sua strana condizione, tutto qui.
M.: Ora sa ciò che sa. Il resto è svanito. È già molto che parli ancora. Presto potrà smettere.
I.: E che farà?
M.: L'immobilità e il silenzio non sono inattivi. Il fiore colma lo spazio di profumo; la candela, di luce. Non fanno nulla; eppure, con la loro sola presenza, tutto cambia. Puoi fotografare la candela, non la sua luce. Puoi conoscere l'uomo, il suo nome e l'aspetto, non la sua influenza. La sua stessa presenza è azione.
I.: Non è naturale essere attivi?
M.: Ognuno vuole esserlo, ma da dove sgorga l'azione? Non c'è un centro, ogni azione ne genera un'altra, all'infinito, senza motivo e con dolore. L'altalena di azione e inazione, evidentemente, non è li. Perciò anzitutto trova il centro immoto da cui origina il movimento. Come una ruota s'impernia su un mozzo cavo, così tu sta' fisso nel centro, non ruotare ai margini.
I.: In pratica come si fa?
M.: Ogni volta che un pensiero, un fremito di desiderio o di paura sopraggiungono, distoglitene.
I.: Se sopprimo i pensieri e i sentimenti provocherò una reazione.
M.: Non dico di sopprimerli. Stacca l'attenzione.
I.: Arrestare i movimenti mentali non implica uno sforzo?
M.: Lo sforzo non c'entra. Devi solo distogliere l'attenzione. Invece di badare ai pensieri, concentrati sullo spazio fra un pensiero e l'altro. Quando cammini in una folla, non ti azzuffi con ogni persona che incontri: semplicemente ti fai strada in mezzo a loro.
I.: Se uso la volontà per controllare la mente, non farò che rafforzare l'io.
M.: Naturalmente. Quando combatti, inviti alla lotta. Ma quando non resisti, non incontri alcuna resistenza. Se ti rifiuti di giocare, sei fuori del gioco.
I.: Quanto mi ci vorrà per liberarmi della mente?
M.: Diciamo un migliaio d'anni; di fatto non occorre tempo, solo una serietà assoluta. Qui la volontà diventa azione. Se sei sincero, è tua. Dopotutto è una questione di atteggiamento. Nulla t'impedisce di essere un realizzato qui-ora, tranne la paura. Temi di essere impersonale, e temi l'impersonalità dell'essere. È tutto molto semplice. Distogliti dai desideri, dalle paure e dai pensieri che esse fomentano, e sarai subito nel tuo stato naturale.
I.: Non si tratta di ricondizionare, cambiare o sopprimere la mente?
M.: Niente affatto. Basta lasciarla sola. Dopotutto la mente non è qualcosa di separato dai pensieri che fluttuano secondo leggi che sono loro, non tue. Ti dominano solo perché ti interessano. Come disse il Cristo, "Non resistere al male". Resistendogli non fai che rafforzarlo.
I.: Capisco. Basta che neghi esistenza al male e svanirà da sé. Ma non è una forma di autosuggestione?
M.: L'autosuggestione ti fa credere di essere una persona divisa tra bene e male. Ti chiedo di abbandonarla, di aprire gli occhi e vedere le cose come sono.
Ma torniamo alla Svizzera e al soggiorno con quel tuo strano amico; che cosa hai tratto dalla sua compagnia?
I.: Proprio niente. La sua esperienza non mi ha influenzato. Ho capito una cosa: che non c'è nulla da cercare. Ovunque vada, niente mi attende al termine del viaggio. La scoperta non è il risultato di uno spostamento.
M.: Sì, si diventa estranei al guadagno e alla perdita.
I.: Voi lo chiamate vairagya, abbandono o rinuncia?
M.: Non c'è nulla a cui rinunciare. Basta smettere di acquistare. Per dare devi avere, e per avere devi prendere. Meglio non prendere. È più semplice che praticare la rinuncia, che alimenta una forma pericolosa di orgoglio " spirituale ".
Tutto questo soppesare, selezionare, scegliere e barattare, appartiene a un giro di attività da mercato dello spirito, con cui mi domando che rapporti hai. E se non hai affari in corso, perché incentivare questa scelta senza fine? L'irrequietezza non ti porta da nessuna parte. Talvolta t'impedisce di vedere che non ti occorre nulla. Scova la smania e vedi quanto è falsa. È come aver ingerito del veleno e soffrire di una sete incoercibile. Invece di bere all'impazzata, perché non eliminare il veleno?
I.: Dovrò sopprimere l'io?
M.: L'"io sono", il senso di essere una persona delimitata nel tempo e nello spazio, è il veleno. In un certo senso il tempo stesso è veleno. Tutte le cose vi finiscono e nuove nascono, che saranno a loro volta divorate. Non identificarti col tempo, non incalzare: "e poi, e poi?". Balza fuori e vedi come il tempo divora il mondo. Riconosci: "È nella natura del tempo porre fine a tutto. Così sia. Ma non mi riguarda. Non sono infiammabile, né ho bisogno di raccogliere il combustibile ".
I.: Può esserci il testimone senza l'oggetto?
M.: C'è sempre qualcosa da testimoniare. Se no, è testimoniata la sua assenza. Testimoniare va da sé. Ciò che non va è la cura eccessìva, che porta all'autoidentificazione. Qualunque cosa che ti assorba, la prendi per vera.
I.: L'"io sono", è reale o no? È il testimone? E questi è reale o no?
M.: Ciò che è puro, non amalgamato, distaccato, è reale. Ciò che è inquinato, mescolato, dipendente e transitorio è irreale. Non farti sviare dalle parole: una parola può trasmettere parecchi significati anche contraddittòri. L'"io sono" che cerca il piacevole ed evita il dolore, è falso. Vede giusto l'"io sono" che riconosce l'inseparabilità di piacere e dolore. Il testimone coinvolto nella percezione è la persona; colui che sta in disparte, imperturbato, è il guardiano del reale, il punto in cui la consapevolezza del non manifestato incontra il manifestato. Il testimone e l'universo non possono esistere l'uno senza l'altro.
I.: Il tempo consuma il mondo. Chi è il testimone del tempo?
M.: Colui che è al di là del tempo: il Senza-Nome. Un tizzone incandescente, fatto turbinare, sembra un cerchio. Cessato il movimento, ritorna tizzone. Così, l'"io sono" in movimento crea il mondo. L'"io sono" immobile diventa l'assoluto. Sei come un uomo con una torcia elettrica che percorra una galleria. Puoi vedere solo ciò che è all'interno del raggio. Il resto è nel buio.
I.: Se sono io che proietto il mondo, dovrei poterlo cambiare.
M.: Certo. Ma devi cessare di identificartici, e oltrepassarlo. Allora avrai il potere di distruggere e ricreare.
I.: Voglio solo essere libero.
M.: Devi sapere due cose: da che cosa ti vuoi liberare e che cosa ti rende schiavo.
I.: Perché volete annientare l'universo?
M.: Non mi interessa l'universo. Lascia che sia o non sia. Mi basta conoscere me stesso.
I.: Se siete oltre, il mondo non sa che farsene di voi.
M.: Abbi compassione del sé che è, non del mondo che non è. Assorto in un sogno, hai dimenticato te stesso.
I.: Senza il mondo non c'è un posto per l'amore.
M.: È vero. Tutti questi attributi: essere, coscienza, amore e bellezza, sono riflessi del reale nel mondo. Senza reale non c'è il riflesso.
I.: Il mondo è pieno di cose e persone desiderabili. Come posso immaginare che non esista?
M.: Lascia le cose desiderabili a coloro che desiderano. Inverti il corso del desiderio dal prendere al dare. La passione per il dono e la partecipazione, eliminerà naturalmente dalla mente l'idea di un mondo esterno, e del dare. Rimarrà solo l'irradiazione dell'amore, al di là del dare e del ricevere.
I.: Perché ci sia l'amore bisogna essere in due.
M.: Ma se non c'è nemmeno uno, come potrebbero esserci due? L'amore è il rifiuto di separare, di distinguere. Prima che tu possa pensare all'unità, devi creare la dualità. Quando ami davvero non dici: "Ti amo"; dove c'è il pensiero c'è la dualità.
I.: Che cosa mi spinge a ritornare in India? Non credo sia solo la vita a buon mercato o il colore locale. Dev'esserci un motivo più importante.
M.: C'è l'aspetto spirituale. La minore distanza in India fra l'esterno e l'interiore. La maggiore facilità con cui qui nell'esterno si esprime l'interiore. Anche l'integrazione è più facile. La società non è oppressiva come in Occidente.
I.: È vero. In Occidente prevalgono il tamas e il rajas. In India, il sattva, che è armonia ed equilibrio.
M.: Perché ti fissi sulle tre qualità (guna), e trascegli il sattva? Sii ciò che sei ovunque tu viva, e lascia perdere i Guna.
I.: Non ne ho la forza.
M.: In tal caso l'India ti ha giovato ben poco. Ciò che possiedi veramente, non puoi perderlo. Se tu fossi ben radicato nel tuo essere, i cambiamenti di luogo non lo influenzerebbero.
I.: In India la vita spirituale è molto più facile che in Occidente, dove il peso dell'ambiente è maggiore.
M.: E perché non ti crei l'ambiente che ti è più congeniale? Il potere che il mondo ha su di te è commisurato a quello che tu gli attribuisci. Ribèllati. Va' oltre la dualità, non teorizzare una differenza tra Oriente e Occidente.
I.: Che si può fare quando si vive in un ambiente molto ostile alla spiritualità?
M.: Niente. Sii te stesso. Stanne fuori. Guarda oltre.
I.: In famiglia possono esserci grosse divergenze. È raro che i genitori capiscano i figli.
M.: Se conosci il tuo vero essere, non hai problemi. Che tu compiaccia i genitori o no, che ti sposi o no, che guadagni molto o no, per te dev'essere lo stesso. Lìmitati ad agire secondo le circostanze, in stretta adesione ai fatti.
I.: Non è uno stato molto alto da raggiungere?
M.: Oh no, è lo stato normale. Ti sembra elevato perché lo temi. Prima liberati dalla paura. Persuaditi che non c'è nulla da temere. L'impavidità è la porta che conduce al Supremo.
I.: Non c'è sforzo che potrebbe rendermi impavido.
M.: L'assenza di paura viene da sé quando t'avvedi che non c'è nulla da temere. Camminando in una strada affollata, ti limiti a scansare la gente. Qualcuno lo guardi in faccia, a qualcun altro dai solo un'occhiata, senza fermarti. È l'arresto che crea gli ingorghi. Continua a camminare! Non attaccarti ai nomi e alle forme, ignorali; la tua schiavitù è l'attaccamento.
I.: Che cosa devo fare se ricevo uno schiaffo?
M.: Reagirai a seconda del temperamento e dell'educazione.
I.: Io e il mondo, siamo condannati a rimanere quali siamo?
M.: Un orafo che volesse rammodernare un gioiello, prima rifonde l'oro riducendolo a una massa informe. Allo stesso modo, devi recuperare il tuo stato originale prima che possano emergere un nuovo nome e una nuova forma. La morte è essenziale al rinnovamento.
I.: Insistete sul bisogno di andare oltre, di stare in disparte, in solitudine. Non vi sento mai dire "giusto", "sbagliato". Come mai?
M.: È giusto essere se stessi, è sbagliato non esserlo. Tutto il resto è relativo. Ci tieni a distinguere il giusto dall'ingiusto perché ti occorre una morale per agire. L'azione è il tuo forte. Ma l'azione volontaria, fondata su una certa scala di valori, diretta a un certo risultato, è peggiore dell'inazione, perché i suoi frutti sono sempre amari.
I.: La consapevolezza e l'amore sono la stessa cosa?
M.: Naturalmente. La consapevolezza è azione, l'amore è essere. La consapevolezza è amore in azione. Di per sé la mente può attuare un gran numero di possibilità; ma se non sono suggerite dall'amore, non hanno valore. L'amore precede la creazione. Senza di esso c'è solo il caos.
I.: Come si manifesta l'azione nella consapevolezza?
M.: Il dinamismo davvero ti soggioga! Se non c'è movimento, inquietudine, agitazione, per te non è azione. Il caos è movimento fine a se stesso. La vera azione non sposta, trasforma. Un cambiamento di luogo, è un mero spostamento; un cambiamento di cuore, è azione. Ricorda, nulla che sia percepibile è reale. L'attività non è azione. L'azione è nascosta, sconosciuta, inconoscibile. Puoi solo conoscerne i frutti.
I.: Dio non è forse l'attuatore per eccellenza?
M.: Perché introduci un agente esterno? Il mondo si ricrea da se stesso. È un processo senza fine, il transitorio che genera il transitorio. È il tuo io che ti fa pensare che debba esserci un agente. Crei un Dio a tua immagine, anche se è squallida. Con il film della tua mente proietti un mondo e anche un Dio per dare al mondo una causa e uno scopo. È tutta immaginazione. Bàlzane fuori.
I.: È difficile vedere il mondo come una creazione mentale! La realtà tangibile sembra così convincente.
M.: Questo è il mistero dell'immaginazione, fino a che punto appaia reale. Puoi essere sposato o no, monaco o padre di famiglia: non è questo il punto. Sei o no schiavo della tua immaginazione? Qualunque tua decisione o attività, saranno invariabilmente basate sull'immaginazione, su ipotesi che si spacciano per fatti.
I.: Son seduto qui, di fronte a voi. Quanto c'è d'immaginario in ciò?
M.: Tutto. Anche lo spazio e il tempo sono immaginari.
I.: Significa che non esisto?
M.: Anch'io non esisto. L'esistenza è completamente immaginaria.
I.: Anche l'essere è immaginario?
M.: Il puro essere che tutto colma e trascende, non è l'esistenza, che è limitata. Ogni limitazione è immaginaria, solo l'illimitato è reale.
I.: Quando mi guardate, chi vedete?
M.: Vedo te che t'immagini di essere.
I.: Molti sono come me. Tuttavia ciascuno è diverso.
M.: La totalità di tutte le proiezioni è ciò che viene chiamato Maha-Maya, la Grande Illusione.
I.: Ma quando siete voi che vi guardate, che cosa vedete?
M.: Dipende. Quando guardo attraverso la mente, vedo il testimone. Al di là del testimone c'è l'infinita intensità del vuoto e del silenzio.
I.: Come comportarsi con la gente?
M.: Quesiti del genere mostrano che sei ansioso. Il rapporto è una cosa viva. Sta' in pace col tuo essere interno, e sarai in pace con tutti.
Renditi conto che non sei il padrone di ciò che accade, e non puoi controllare il futuro se non per questioni tecniche. I rapporti umani non si possono pianificare. Sono troppo ricchi e vari. Sii semplicemente comprensivo e compassionevole, libero dall'egoismo.
I.: Certo che non sono il padrone di ciò che accade, semmai il suo schiavo.
M.: Né padrone né schiavo. Sta' in disparte.
I.: Ossia, lontano dall'azione?
M.: Quella, non la eviti. Accade, come ogni altra cosa.
I.: Ma almeno le mie azioni, posso controllarle!
M.: Provaci! Presto vedrai che fai ciò che devi.
I.: Posso agire in accordo con la mia volontà.
M.: Conosci la tua volontà solo dopo aver agito.
I.: Conosco i miei desideri, le scelte fatte, le decisioni prese, e agisco concordemente.
M.: Allora decide la tua memoria, non tu.
I.: Dove entro in scena io?
M.: Tu rendi la cosa possibile dandole attenzione.
I.: Non esiste il libero arbitrio? Non sono libero di desiderare?
M.: Oh no, sei costretto a desiderare. In India l'idea stessa di libero arbitrio appare così ridicola che non c'è una parola per definirlo. La volontà è prigione, fissazione, schiavitù.
I.: Sono libero di scegliere i miei limiti.
M.: Prima devi esser libero. E per essere libero nel mondo devi essere libero dal mondo. Altrimenti il tuo passato decide per te, e per il tuo futuro. Sei imprigionato tra ciò che è avvenuto e ciò che deve avvenire. Chiamalo destino o karma; ma mai: libertà. Torna prima al tuo vero essere, e poi agisci dal centro dell'amore.
I.: Nell'ambito del manifestato, qual è l'impronta del non manifestato?
M.: Non c'è impronta. Appena cominci a cercare l'impronta del non manifestato, il manifestato si dissolve. Se cerchi di capire il non manifestato con la mente, improvvisamente la oltrepassi, come quando attizzi il fuoco con un bastoncino di legno e perciò lo bruci...


Tratto da "Io sono Quello" di Nisargadatta Maharaj



Uomini giganteschi sono esistiti? Alcune scoperte lo dimostrerebbero...


L’articolo  sotto riportato è assai riduttivo, serve solo ad introdurre l’argomento. Chi fosse interessato ad approfondire consiglierei sicuramente di seguire su youtube le conferenze di Biglino, se ne trovano a decine, uno studioso molto serio che documenta parola per parola tutto ciò che scrive ed afferma, una rarità nel degradato panorama culturale italiano in cui una miriade di presunti oracoli si improvvisano docenti di corsi e conferenze. 

Per integrare le molteplici carenze del sottostante articolo sinteticamente e a memoria aggiungo solo che tracce dei giganti sono state trovate ovunque non solo come scheletri ma anche impronte su basi non falsificabili e databili migliaia di anni addietro. Per quanto riguarda le tracce di giganti in Italia aggiungerei anche la Sardegna dove la civiltà nuragica conserva qualche traccia di creature giganti.

In quanto all’origine aliena dell’umanità, almeno in termini di inneschi genetici sulla specie homo, vi sono tracce in tutte le antiche culture del globo, ma proprio tutte, e che tutte quante abbiano avuto la stessa immaginazione, creatività e mitologia, e abbiano raccontato all’unisono le stesse storie con la medesima fantasia, mi sembra altamente improbabile, senza una base di verità storica fondata su avvenimenti reali.

Vi sono inoltre moltissimi studi di scienziati di tutto rispetto ma non facenti parte del mainstream (e che quindi non hanno fatto carriera e sono stati boicottati ed emarginati dall’ortodossia) che hanno smentito le teorie ufficiali sulla datazione del genere homo, essendoci state negli ultimi due secoli numerosi ritrovamenti ossei e di utensileria ossea e litica, negli stessi bacini geologici, quindi con la stessa datazione, risalente a volte a milioni di anni fa, in quasi tutto il mondo, Americhe comprese, in cui è evidente che le varie specie Homo, mi riferisco quindi all’erectus, habilis, neanderthalensis e sapiens, convivessero insieme nella stessa epoca, probabilmente in competizione alimentare.

Che la storia sia da riscrivere è una verità sacrosanta, finora ci hanno raccontato un sacco di menzogne, e non solo per ignoranza ma per convenienza, per non alterare lo status quo e minacciare il modus operandi del potere.

Claudio Martinotti Doria - claudio@gc-colibri.com



 Le evidenze archeologiche sul mito dei Giganti


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Nelle mitologie di tutto il mondo compaiono esseri dall’aspetto gigantesco, molto spesso superiore ai 3 metri, che popolavano il pianeta molto prima dell’uomo conosciuto. Dello stesso periodo dei dinosauri, queste creature possedevano una statura e una forza sconvolgente; dal passato confuso, tutte le culture parlano di un’origine extraterrestre, come se fossero figli delle stelle. Gli stessi Nephilim, di cui parla indirettamente la Bibbia dell’Antico Testamento (sesto libro della Genesi), vuol dire (al plurale): “coloro che vengono dalla costellazione di Orione”.

Nel folclore popolare, queste creature sono spesso associati alle storie delle origini, frutto dell’incontro sessuale tra i figli degli Elohim uomini e i figli degli uomini (cioè il loro stesso prodotto d’ingegneria genetica).

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In maniera arguta e senza troppo parafrasare il discorso, lo studioso italiano Mauro Biglino, ridisegna l’universo conosciuto della cultura delle origini, traducendo letteralmente la Bibbia alla ricerca della verità. Emergono, da qui, interessantissime novità, ponendo al centro del discorso il ruolo preminente degli Elohim (che tradotto non vuol dire Dio ma “quel gruppo”), quali autori della creazione umana. Sottolinea a gran voce che nessuno può affermare con certezza che quel termine abbia come significato il sostantivo “Dio”, già solo per il fatto che è declinato al plurale.
In fondo, i Giganti  (Elohim o meno) rappresentano buona parte dei miti di tantissime culture, tra loro lontane nel tempo e nello spazio: pensiamo alla cultura norrena (con il Gigante Ymir), alla cultura giudaico-cristiana (con i Giganti Refei e Golia), alla cultura indiana, sri lankese, thailandese, anglosassaone e greca (con Urano e Gea, i Ciclopi e i Titani), tutte espressioni insomma di una realtà che oggi ci fa sorridere e sognare.
E se i Giganti sono veramente esistiti, dobbiamo allora prendere in considerazione tutta una serie di ipotesi, che trovano nei reperti archeologici la loro chiara e cristallina espressione: non è fantasia, perciò, l’ipotesi di un’esistenza precedente agli umani con fattezze “gigantesche”. Basti ricordare i ritrovamenti recenti di scheletri umani (confermati dagli studi scientifici con l’antracite), alti dai 2,30 metri fino ai 7 metri: prima nel 1936 nel Ciad, poi nel 1992 in Ecuador, per arrivare al 2009 in Botswana e agli scavi ufficializzati dal Pravda online nel 2011.
Una miniera di conoscenze nasconde il Sud-America e l’Africa, tra le sabbie del Deserto e le costruzioni megalitiche del Perù, della Bolivia e del Libano (nell’area mediorientale e mesopotamica, con il tempio di Baal). Anche l’Italia non è nuova a queste scoperte archeologiche, come i siti in Calabria e nel Lazio.

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Ma non è tutto.
Le opere megalitiche presenti in tutto il pianeta, come le mura di cinta delle aree funerarie e le 300 piramidi, farebbero pensare ad una diffusa presenza di Giganti, spazzati via da un cataclisma, così come accadde con i Dinosauri. Tutte costruzioni tra loro simili: massi spaventosamente pesanti per essere spostati da essere umani con i mezzi dell’epoca e tecniche di costruzione senza l’uso di malta o strumenti tecnologicamente conosciuti.
E sempre di recente sono stati trovati 11mila pietre nel quale venivano raffigurati i dinosauri. Nulla di strano, se non fosse che l’arrivo dell’uomo è datato circa 61 milioni di anni dopo l’estinzione dei Dinosauri e che queste “pietre” sono datate non meno di 100 milioni di anni.
L’incongruenza temporale è chiara? Eppure sappiamo tutti che tra l’uomo che oggi conosciamo e il suo passato c’è un “buco” temporale ed evolutivo, che lo stesso Mauro Biglino esalta ricordando che non è logico pensare ad una inversione di tendenza tra l’uomo evolutivamente capace di costruire megaliti stupefacenti e l’uomo degli ultimi 2.000 anni.
Altri ritrovamenti fossili di scheletri umani con le fattezze da Giganti hanno confermato l’idea che prima dell’arrivo dell’uomo, la Terra fosse popolata da creature di cui adesso non conosciamo formalmente l’esistenza.
Serviranno altri studi approfonditi e nuove ricerche tecniche per portare alla luce l’unica verità assoluta: la nostra storia è tutta da ridisegnare

September 16, 2015

L'AltraPagina.it

Ecologia e spiritualità - "Terra Anima Società" Recensione



L’ecologia e la spiritualità sono le due facce della stessa medaglia. La religione deve lasciar andare i dogmi in modo da poter riscoprire la saggezza del mondo. 

Come dovrebbe essere una religione ecologica? Negli ultimi 300 anni l’umanità è stata coinvolta in una grande desacralizzazione del pianeta, dell’universo e della propria anima, e questo ha dato origine all’oltraggio ecologico. Saremo capaci di recuperare il senso del sacro?

La religione del futuro non sarà una religione in senso stretto del termine, dovrà imparare a lasciare andare la religione. Il Maestro Eckhart, nel quattordicesimo secolo disse, “Prego Dio di liberarmi da Dio”. Per riscoprire la spiritualità, che è il cuore autentico di ogni religione vera e fiorente, dobbiamo liberarci dalla religione. Sembra un paradosso. La spiritualità significa usare il cuore, vivere nel mondo, dialogare con il nostro sé interiore e non semplicemente vivere a un livello organizzativo esterno.

E. F. Schumacher, nel suo profetico modo di scrivere, disse, nell’epilogo di Piccolo è bello, “Dappertutto la gente chiede, ‘Cosa posso fare praticamente?’ La risposta è tanto semplice quanto sconcertante, possiamo, ciascuno di noi, mettere in ordine la nostra casa intima, interiore. Per far questo non troviamo una guida nella scienza o nella tecnologia, poiché i valori sui quali esse si poggiano dipendono sommamente dal fine per il quale sono destinate. Tale guida la si può invece ancora trovare nella tradizionale saggezza dell’umanità”.

Tommaso d’Aquino, nel tredicesimo secolo disse, “Le rivelazioni si trovano in due volumi – la Bibbia e la natura”. Ma la teologia, a partire dal sedicesimo secolo, ha messo troppa enfasi nelle parole della Bibbia, o del Vaticano o dei professori, ha messo tutte le uova nel paniere delle parole, parole umane, e ha dimenticato la seconda fonte della rivelazione, la natura!

Il Maestro Eckhart disse, “Ogni creatura è la parola di Dio e un libro su Dio”. In altre parole, ogni creatura è una Bibbia. Ma come ci avviciniamo alla saggezza biblica, alla saggezza sacra delle creature? Col silenzio. C’è bisogno di un cuore silente per ascoltare la saggezza del vento, degli alberi, dell’acqua e della terra. Nella nostra ossessiva cultura verbale, abbiamo perso il senso del silenzio. Schumacher disse, “Siamo ormai troppo intelligenti per sopravvivere senza saggezza”.

Lester Brown ha posto in una sola frase quello che un sacco di attivisti ecologisti e scienziati si stanno oggi rendendo conto: ci sono rimasti soltanto vent’anni per cambiare il nostro stile di vita su questo pianeta. Dobbiamo quindi esplorare la nostra casa interiore prima possibile. Quando usiamo il termine “casa interiore” ricordiamoci che l’anima non sta dentro al corpo. La casa interiore non è quella piccola cosa dentro la ghiandola pineale che Cartesio chiamò anima. Tutti i nostri grandi mistici – Ildegarda di Bingen, Tommaso d’Aquino e il Maestro Eckhart hanno detto che l’anima non è dentro al corpo, ma è il corpo che è dentro l’anima. Il corpo è uno strumento delle passioni, dell’angoscia, dello stupore, di quello di cui ci prendiamo realmente cura. Esplorare la casa interiore della nostra anima significa ascoltare il proprio sé profondo, e non solo il nostro, ma anche quello della comunità della quale facciamo parte, delle nostre nazioni, della nostra specie. La casa interiore non fa parte dell’individuo, anche il nostro stile di vita contiene la sua casa interiore, ed è a causa della nostra violenza interiore che l’ambiente intorno a noi sta morendo, stiamo sporcando il nido nel quale viviamo.

Dunque, l’esplorazione della nostra casa interiore ha a che fare con l’era ecologica. La parola “ecologia” significa lo studio della nostra casa. L’ecologia non è qualcosa “là fuori”, noi siamo nella natura e la natura è in noi, viviamo in un luogo sacro e il luogo sacro è in noi. La natura sacra, incontaminata, non si trova solo nei parchi nazionali, ma dentro a ognuno di noi e ci richiede attenzione, noi non siamo più in contatto con le nostre vere e genuine passioni, per questo intorno a noi c’è solo devastazione.

Ai nostri giorni la religione deve ritornare alla sua tradizione mistica. Il monaco inglese Bede Griffiths ha detto recentemente, “Se la Cristianità non recupera la sua tradizione mistica, può chiudere bottega e ritirarsi, non ha niente da offrire”. E io aggiungo, Amen. Le chiese sono vuote e l’anima dei nostri giovani disperata. Non deve comunque finire così perché possiamo ancora riprendere le nostre tradizioni mistiche, in ognuno di noi c’è il misticismo che anela a ritornare nell’universo. Quando lo si sviluppa allora tornano i profeti. Come disse il filosofo americano William Hocking, “Il profeta è il misticismo in azione” e Carl Jung affermò “La fede non sostituisce l’esperienza”.

Il mistico è ognuno di noi fiducioso di sperimentare il divino nella natura, il quale apre i nostri cuori e, quando questi sono aperti, il divino ci penetra. La fiducia nella nostra esperienza è la base di tutto il misticismo. Il salmista dice, “Prova a vedere se Dio è buono”. Il misticismo si riferisce appunto a questo assaggio, non può esserci un misticismo di seconda mano, indiretto. Il Papa non lo può sperimentare per conto nostro e nemmeno il parroco, il misticismo non lo si può noleggiare, nemmeno in California! Ci stiamo dirigendo verso un’era in cui tutti noi dovremo prenderci la responsabilità della nostra vita mistica, richiamare la saggezza dei nostri antenati e della comunità, inclusa, naturalmente la saggezza della comunità non umana che, costantemente ci sta nutrendo con la rivelazione della sua verità e insegnando che possiamo gustare e vedere che la divinità è buona.

Tommaso d’Aquino la mise sotto questo aspetto, “L’esperienza del Divino non deve riguardare gli anziani o una minoranza”. Non abbiamo bisogno di mistici professionisti, tutti noi dobbiamo risvegliare il misticismo che è in noi. Gregory Bateson, nel suo libro Steps to the Ecology of Mind (Verso l’ecologia della mente), dice, “La cosa più dura nel Vangelo è quando San Paolo, indirizzandosi ai Galilei, dice, “Non si può ingannare Dio”. Queste parole possono andar bene anche alla relazione tra l’umanità e l’ecologia, non si possono ingannare i processi ecologici. In altri termini, la Terra scrive sul suo libro mastro il livello di ozono, l’inquinamento atmosferico, la deforestazione, perché non vuole essere presa in giro e ingannata. Anche Santa Ildegarda disse, “C’è una tessuto di equità che collega l’umanità a tutte le altre creature”. Dice dunque che se gli esseri umani rompono questa trama di giustizia, Dio permette la creazione di una punizione per l’umanità. Questa punizione è già presente, con il cancro e la leucemia. Non si può ingannare la Terra. Bateson inizia allora ad analizzare le tre principali minacce alla sopravvivenza umana. La prima è il progresso tecnologico, la seconda è l’aumento demografico e la terza sono gli errori e le attitudini della cultura occidentale.

Se ci rimangono soltanto vent’anni, dobbiamo iniziare a risvegliare la massa, e la strada per tale risveglio è la tradizione mistica religiosa che si rifletterebbe nel cambiamento totale delle nostre attitudini convenzionali verso il corpo, la salute, la globalità, verso la sacralità di tutte le creature. Ci insegnerebbe la spiritualità, una maniera nonviolenta di vivere con noi stessi e quindi anche con gli altri.

Per recuperare questo tipo di sapienza religiosa, quello che dobbiamo fare è cercare nelle nostre tradizioni spirituali che sono state spesso condannate. I più grandi Santi della tradizione, Ildegarda da Bingen, fu ignorata per 700 anni, Francesco d’Assisi è stato reso patetico e messo accanto alla vaschetta dei pesci in giardino. Tommaso d’Aquino, prima di diventare santo, fu condannato per tre volte. Il Maestro Eckhart fu condannato ed è rimasto ancora adesso, da 600 anni, nella lista dei condannati. Giuliana da Norwich completamente ignorata. Il suo libro venne pubblicato dopo 300 anni dalla sua morte. Nel diciassettesimo secolo, al concilio di Whitby, ai Celti, con la loro cultura centrata sulla creazione, fu soffocato il loro naturale misticismo.

Questo popolo era impregnato di spiritualità centrata sulla creazione, una spiritualità che cominciava con una benedizione originale invece che con un peccato originale. L’idea di un peccato originale è radicalmente antropocentrica. Il peccato è vecchio quanto la razza umana. Io nego la predominanza che la Chiesa occidentale dà al peccato originale, essa ha alimentato questo antropocentrismo. È così egocentrico pensare che l’esperienza religiosa inizi con i nostri peccati.

Credo invece cha l’esperienza religiosa inizi con la solennità e la meraviglia, che sono i primi passi del viaggio spirituale. La solennità è l’inizio della saggezza, non esistono compromessi su questa verità. Oggi, il primo passo verso la rivoluzione spirituale è il recupero del senso di meraviglia e solennità, ed è un compito agevole perché la scienza stessa ci ha dato una nuova teoria sulla creazione, una nuova cosmologia sul come è giunta qui la nostra specie umana, sul come è nato questo pianeta. Nessuno può ascoltare questa storia senza sentirsi riempire di stupore e maestosità.

È spettacolare sapere che tutti gli elementi che compongono il nostro corpo provengono da una esplosione di una super-nova cinque miliardi e mezzo di anni fa, che ci unisce con tutti gli altri elementi dell’universo. È stupefacente sentire che nei primi secondi di questa sfera infuocata, diciotto miliardi di anni fa, furono prese decisioni che ci riguardavano, che la temperatura della palla di fuoco doveva essere entro certi gradi per permettere l’evoluzione di questo pianeta. Ed è ciò che accadde. Quando sentite tutte queste cose sgorgar fuori dalle bocche degli scienziati, non ci si deve stupire se sono proprio loro, oggi, a condurci verso la via del misticismo. Sento l’eco di quello che diceva Giuliana da Norwich nel quindicesimo secolo, “Siamo stati amati ancor prima dell’inizio”.

L’amore incondizionato è la prima lezione della nuova storia della creazione ed è pure la lezione di tutti i mistici. Quando poniamo insieme scienza e misticismo abbiamo fatto ribollire una nuova cosmologia. Quando gli artisti ci raccontano queste storie, sotto forma di canzoni e danze, musica e rituali, avviene una rinascita, una rigenerazione spirituale basata su una nuova visione. Tutta questa solennità è il punto di partenza per una vita spirituale. Tommaso d’Aquino affermò, “Tutte le cose sono state create per imitare la bellezza divina in qualsiasi modo possibile. La beltà divina è la causa di tutti gli stati di movimento e quiete, sia della mente che del corpo e dello spirito”.

Sono 300 anni che questa parola “bellezza” non viene più considerata come una categoria teologica. Cartesio, il padre del mondo accademico e della scienza occidentale, costruì un’intera filosofia senza mai menzionare la bellezza o l’estetica. L’ultima volta che abbiamo avuto una spiritualità cosmologica in Occidente fu nel Medioevo quando ci fu una celebrazione della bellezza del Signore. Francesco d’Assisi disse “Il Signore è Bellezza”, e d’Aquino insegnava che tutti noi condividiamo e partecipiamo alla bellezza divina. L’ecologia ci parla a un livello di base perché ci stiamo tutti innamorando della Terra. Il primo passo nel viaggio ecologico è innamorarsi della bellezza di questo pianeta, in modo da difenderlo e liberarlo quando viene offeso e abusato.

Il rabbino Heschel diceva “Il solo essere è già una benedizione. Il solo vivere è sacro”. Heschel spiega che ci sono tre modi con i quali l’essere umano risponde alla creazione. La prima maniera è di gioirsene, la seconda è di sfruttarla e la terza di accettarla con timore reverenziale. La nostra civiltà occidentale non ha mai praticata la terza via, almeno non negli ultimi secoli. La riverenza è stata tenuta fuori dall’aula perché Cartesio definì le verità come idee, dunque il nostro intero sistema educativo è modellato sulle idee. Una volta uno scienziato mi disse, “Negli ultimi ventuno anni non ho fatto altro che rinchiudermi in un laboratorio all’Università di Stamford, esaminando l’emisfero destro del cervello. Ora sono pronto a pubblicare le mie scoperte che riguardano l’emisfero destro del cervello tutto impregnato dalla paura.

Ecco perché ho smesso di seguire la teologia, in quanto totalmente inadeguata per l’era ecologica e per una rinascita ambientale. Questo modello dice che Dio è “là fuori”. Dio è un proprietario terriero assenteista, che abita lontano dalle sue terre, e che noi siamo qui a fare il lavoro del Signore. Abbiamo quindi una mentalità orientata al dovere, ma non si può stimolare le persone con il concetto del dovere, la fai sentire soltanto colpevoli, la qual cosa le stanca. Quest’idea si rifà a Kant ed è parte dell’Illuminismo. Lasciamola andare.

Tommaso d’Aquino diceva che le persone vanno cambiate con la gioia. Il modello appropriato per la teologia nell’era ecologica non è quello che rinforza il dualismo, quello giusto è il misticismo, il Cristo Cosmico e il Giardino del Cantico dei Cantici, dove ci rendiamo conto che il Divino è il Giardino, che Dio si esprime in ogni pianta, in ogni albero, in ogni animale e quando sono messi in pericolo è il Signore stesso che viene messo in croce. Quando sono forti e in buona salute, è la stessa divinità che irradia la sua doxa, la sua gloria. Il Cristo Cosmico irradia la sua gloria nella gloria della natura.

Un cambiamento nel modello etico, orientato ora al dovere, verso il misticismo e il Cristo Cosmico, è la base per una spiritualità ecologica. Questa è la casa, la “eco” nella quale viviamo, è la casa divina. “Il Signore è qui, siamo noi che siamo andati fuori per una camminata”. (Eckhart). La divinità è in ogni luogo ma i nostri occhi devo imparare a vederla nuovamente.

Un’altra dimensione della spiritualità ecologica è proprio la parola “ambiente”. Proviene dalla parola francese environ che significa “intorno”. La teologia corretta per i giorni nostri non è quella intorno a un Dio che se ne sta là fuori, da qualche parte, riguarda un Dio attorno a noi, come diceva Giuliana da Norwich, “che ci abbraccia totalmente”. Si tratta di un’immagine molto materna di Dio e, come diceva Ildegarda di Bingen, “Sei tenuto stretto dalle braccia del mistero di Dio”.

Questo è panteismo, ci insegna che ogni cosa è in Dio e che Dio è in ogni cosa. È il modo corretto di nominare la nostra relazione con il divino. Mechtild di Magdeburgo, un’attivista femminista del tredicesimo secolo, diceva che “Il giorno del mio risveglio spirituale fu il giorno in cui vidi, e seppi, vidi tutte le cose in Dio e Dio in ogni cosa”. Quello sarà il giorno in cui cresceremo spiritualmente e, se nella nostra cultura non troveremo le risorse che ci assistano in questa crescita, se non sentiremo gli insegnamenti dei mistici, allora dobbiamo andare fuori a chiedere. Lo stesso dobbiamo fare per portar via i nostri corpi dall’industria medica e le nostre anime dai preti professionisti che non stanno facendo il loro dovere, per il fatto che essi stessi sono stati feriti nei seminari e da un’educazione restrittiva.

Lester Brown usa una parola importante quando parla di “inerzia”. Nel Medioevo usavano una parola ancor più profonda, la chiamavano “accidia” che significa rifiutare di iniziare cose nuove. L’accidia comprende la depressione e la tristezza. La nostra tradizione spirituale dovrebbe chiamarla accidia, perché questo è il termine. Come svegliare la massa? Come ci risvegliamo? Paolo, rivolgendosi ai Corinti, diceva, “La tristezza nella vita è imparentata con la morte”.

Ero così consapevole di questo, quando il governo americano stimolando la gente, inviò 400.000 esseri umani in giro per il mondo insieme a una indescrivibile quantità di armi. Essi eccitarono le persone, ma per che cosa? Andare alla guerra. Non siamo riusciti a entusiasmare le persone nei riguardi della disperazione delle nostre città, riguardo al trattamento del suolo. È proprio come diceva Paolo, “La tristezza nella vita è vicina alla morte”. Ci risvegliamo per assistere alla morte come se fosse un intrattenimento. La morte fa notizia. La morte è ora la sola cosa che ci desta. Aquino diceva, “La disperazione arriva quando perdiamo la nostra fiducia nella nostra divinità e perdiamo la consapevolezza di come ci si relaziona con la divinità”.

In altre parole è la teologia delle benedizioni che è la risposta giusta all’accidia e all’inerzia. È quando diveniamo eccitati dalla divinità delle cose che siamo pronti ad agire a favore della vita e della Terra. È come divenire “innamorati”. Noi abbiamo un amore antropocentrico, pensate che sia qualcosa che fate per trovare un compagno per il resto della vostra vita, invece è molto di più di questo. Potremmo innamorarci delle galassie, potremmo innamorarci dei fiori selvatici, dei pesci, delle piante, degli alberi, degli animali, degli uccelli e delle persone. Questa capacità di essere innamorati non ha limiti e tutto ciò deriva dal fatto di sperimentare le benedizioni.

Tommaso d’Aquino disse, “Benedire significa nient’altro che parlare del bene. Benediciamo Dio e Lui ci benedice in un altro modo. Benediciamo il Signore riconoscendo la divinità”. Dunque, dobbiamo prenderci un po’ di tempo per meditare sull’intrinseca divinità delle cose, la divinità delle foreste, dell’aria pulita e salubre e dell’acqua. “Dio ci benedice e ci riempie di divinità” (Aquino). Dobbiamo prenderci tempo per meditare sulle nostre benedizioni, sul come siamo straordinariamente unici. Non c’è mai stata un’altra forma di DNA come la nostra nella storia dell’universo e ogni singola persona è l’espressione unica del Cristo Cosmico. Come dicono i mistici, ciascuno è l’unico specchio di Dio. Questo è il motivo per il quale c’è una tale diversità nella creazione, per deliziare la divinità. Questo è il motivo per cui tutte le creature sono qui per amore della gioia.

Dobbiamo lasciare andare l’ideologia del Peccato Originale, che ci ha fatto crescere con la vergogna e il senso di colpa di essere qui e che, a turno, crea la coercizione del perfezionismo e del sentirsi ancora più in colpa. Il fatto è, miei cari amici, che tutte le creature sono imperfette e, allora, celebriamolo. La divinità, di proposito, si accoppia con le nostre imperfezioni e quindi abbiamo bisogno di entrambe e in questo modo costruiamo la nostra reciproca relazione. Nelle imperfezioni c’è gloria e bellezza. Ogni albero è bello, ma se gli andiamo vicino, ha i suoi nodi, le radici morte e i rami spezzati.

Anche noi siamo allo stesso modo e non c’è da vergognarsi per questo. La vergogna sta nello sguazzare nelle imperfezioni e nel non fare attenzione alla nostra divinità. Aquino diceva che il peccato dell’accidia, il peccato dell’inerzia sono peccati contro il Comandamento di onorare il giorno di riposo. La parola Sabbath significa che il Creatore trascorse il suo giorno di riposo per gioire delle sue creature. Dovremmo recuperare il senso di delizia nei riguardi della creazione. Quando godiamo della creazione, questa è ecologia spirituale, è la Via Positiva (in italiano nel testo originale, n.d.T.).

Il secondo sentiero dell’ecologia spirituale è la Via Negativa (in italiano nel testo originale), la via dell’oscurità, della disperazione e sofferenza. Giornalmente i nostri cuori si spezzano dal sentire quello che l’umanità affligge alla Terra, la sofferenza e il dolore ci colpiscono, ma la prima cosa da fare è porre attenzione alla sofferenza, convivere con la sofferenza, convivere con l’oscurità. I mistici la chiamano la notte buia dell’anima. Al giorno d’oggi la nostra intera specie è coinvolta in questa notte buia dell’anima, ma ciò non è necessariamente una cosa cattiva, può essere l’inizio di una conversione radicale, l’inizio di una nuova vita.

Bede Griffiths dice nel suo libro, The River of Compassion (Il fiume della pietà), “È significativo il fatto che l’esperienza della disperazione sia una pratica logica. La disperazione è spesso il primo passo sul sentiero della vita spirituale e molte persone non si risvegliano alla realtà divina e all’esperienza della trasformazione delle loro vite fino a che non passano attraverso l’esperienza della disillusione e della disperazione”.

Oggi, come civiltà, stiamo attraversando questa disillusione e disperazione e abbiamo bisogno come supporto la tradizione mistica perché Dio lo si può trovare non soltanto nella luce e nella gloria della creazione ma anche nell’oscurità assoluta.

Ho parlato del sentiero della creazione e della gioia e anche di quello dell’oscurità. Ora arriviamo al terzo sentiero, che è quello della creatività. Una rinascita della creatività ci può giungere attraverso la gioia o dopo il buio. Dopo la crocifissione arriva la resurrezione, la nuova nascita, la sorpresa. Abbiamo bisogno, oggi, di far nascere nuove virtù in molte zone della nostra civiltà.

In Occidente, per tradizione, abbiamo meriti politici, interiori e civici. Adesso abbiamo bisogno anche di virtù ecologiche. Per esempio, il vegetarianesimo o il semivegetarianesimo è una virtù. Per gli esseri umani del cosiddetto Primo Mondo, non ci sono più scuse sull’eccessivo quantitativo di carne consumata. Infatti, se soltanto i nordamericani riducessero del dieci percento il loro consumo di carne, sessanta milioni di esseri umani potrebbero oggi mangiare, e non morire di fame. L’ammontare della superficie di terra, dell’acqua e dei cereali impiegati per mantenere la dannosa abitudine dell’alimentazione carnea, è, al giorno d’oggi, semplicemente insostenibile. Non sto dicendo che ognuno di noi si deve convertire al vegetarianesimo assoluto, ma certamente possiamo ridurre del dieci percento il consumo e, quindi, cominciare da lì.

Un’altra virtù ecologica è quella di andare in bicicletta, quella della condivisione dell’automobile o di camminare per andare a lavorare. Lo stesso riciclaggio è un’altra virtù. Riconoscere la sacralità dell’acqua e onorarla ne è un’altra. Ci sono dei modi semplice per imparare a onorare. Eccone uno che ho imparato anni fa dai Nativi americani: se volete imparare a onorare l’acqua, rimanetene senza per tre giorni di fila, dopodichè, al primo sorso, riscoprirete la sua sacralità.

Dobbiamo ricreare i nostri intrattenimenti, a casa e nel vicinato. L’arte della conversazione, del giardinaggio, del teatro, della musica e del piantare alberi sono, esse stesse, una gioia. Per divertirci ci rivolgiamo alla televisione. Ho sostenuto a lungo che se avete un televisore in casa dove ci sono bambini, per ciascuna ora di televisione guardata, essi devono rappresentare un loro proprio spettacolo. Dobbiamo riscoprire l’arte di far festa insieme e godere della reciproca compagnia. Lo studio è una prassi spirituale.

È pure una spiritualità ecologica quella di studiare la nuova creazione e mettere in scena un lavoro teatrale, studiare la crisi forestale, la violenza sugli animali, la propria storia. Sono pure virtù ecologiche le organizzazioni politiche in difesa della creazione, includendo, se necessaria, la disobbedienza civile. Un altro modo è quello di fare rituali, celebrare i tempi e i luoghi sacri e gli esseri sacri con i quali condividiamo il pianeta. I rituali sono i modi con i quali il sistema dei valori viene passato ai giovani. Abbiamo necessità, attualmente, di una rivoluzione nei rituali. I riti religiosi annoiano come quelli del governo o della scuola, dobbiamo riportare i nostri corpi ai cerimoniali. La preghiera rafforza il cuore, abbiamo bisogno di persone che ci guidino attraverso le preghiere in forme nuove e tradizionali.

L’arte è la via fondamentale per scoprire la saggezza dei nostri cuori. Oggi potremmo mettere al lavoro tutte le specie se avessimo onorato l’artista come guida spirituale, che è in effetti il ruolo primario dell’arte, e come lo è sempre stato dappertutto nelle tradizioni indigene naturali. Un paio d’anni fa incontrai una aborigena. Mi disse, “Nella nostra cultura, ognuno lavora per quattro ore al giorno, per il tempo restante fa delle cose”. Cosa significa fare delle cose? Riti, convivialità, bellissimi costumi, musica e cibo per le feste che seguono i rituali. È durante i rituali che la comunità guarisce se stessa, si illumina, presenta i doni di ciascuno per la celebrazioni e poi li offre.

L’abitudine all’avarizia e all’avidità è profondamente radicata nella nostra civiltà, è inserita proprio nella struttura del capitalismo, che è costantemente alla ricerca di avere sempre di più. Tommaso d’Aquino dice, “L’avarizia non è un problema del materialismo, è un argomento dell’anima, è la nostra ricerca d’infinito, ma è messa fuori posto. Il consumismo non ci può soddisfare ed è il motivo per il quale siamo sempre alla ricerca del nuovo modello l’anno dopo, in una progressione infinita nella dipendenza consumeristica.

Qual è la risposta all’avarizia? È quella di mettere come priorità assoluta nel sistema educativo, religioso, politico ed economico, la ricerca umana di infinito che può essere soddisfatta in questa vita. Non vogliamo far tacere la ricerca di Dio. Tommaso d’Aquino menzionò tre modi per un autentico infinito. Il primo è la mente umana, “Una mente umana può conoscere tutte le cose, è capace di contenere l’universo,” e come prova è quella che non si impara mai abbastanza. Quindi, nutrire la mente equivale a combattere l’avarizia. Il secondo modo in cui diventiamo infinito, dice Aquino, è nel nostro cuore. “Non c’è limite alla capacità d’amore di un cuore umano”. Il terzo modo è attraverso l’uso delle mani. “Insieme all’immaginazione, le mani possono creare una varietà infinita di manufatti”. Considerate come, nell’intera storia della razza umana, due musicisti non hanno scritto mai la stessa canzone, due pittori non hanno mai dipinto lo stesso quadro: una capacità inesauribile di creatività. Se volessimo ricreare la nostra civiltà, dovremmo rifarla intorno allo spirito che c’è in noi - mente, cuore e mani.

Quando una spiritualità autentica chiama, la religione segue. Se la religione non è in grado di mutare paradigma, se non lascia andare sia se stessa sia i suoi aspetti sociologici superati, il suo valore, allora, in Occidente, sarà alla pari come quello del partito comunista in Unione Sovietica. Se non reimpara le sue proprie tradizioni spirituali e mistiche, se non toccherà di nuovo i nostri cuori e i nostri corpi, se non insegnerà una coscienza benedicente riguardante l’attuale nuova versione dei fatti della creazione derivata dalla scienza, se non insegnerà il modo di convivere fra sofferenza e oscurità, se non insegnerà le virtù ecologiche indispensabili per sopravvivere, se non offrirà una forma rinnovata di culto, se non insegnerà anche i peccati dello spirito, come l’accidia, l’inerzia e l’avarizia, con lo stesso entusiasmo col quale ha insegnato i peccati della carne, se non si scuserà per i suoi propri peccati contro i popoli nativi, verso la Terra e verso le donne, se non condurrà sulla via che porta alla saggezza di tutte le religioni del mondo, allora, amici miei, i giovani diverranno vecchi molto presto e quando ciò accadrà, la specie morirà.

Considerata l’attuale responsabilità della nostra specie, se questo accadrà, scompariranno con noi molte altre specie. Tuttavia, se saremo in grado di riscoprire una spiritualità come interessa alla creazione, avremo un rinascimento, una rinascita di civiltà, una reinvenzione della nostra specie basata su una visione spirituale. 

Matthew Fox 

Shiva, il cuore celato di ogni iniziazione esoterica



Gli Śivaiti identificano Shiva con Īśvara, l'aspetto personale di Dio,
pensando cioè che incarni in sé il triplice principio dell'intera
trimurti ed artisticamente ciò viene reso mostrando Shiva in
preminenza e Vishnu e Brahma che escono rispettivamente dal suo fianco sinistro e destro  Inoltre, identificano Shiva anche con lo stesso
Brahman, l'aspetto impersonale di Dio; lo venerano come una delle
tante forme differenti dell'universo con cui si esprime la Realtà, in
quanto è l'entità monistica – personale e impersonale al tempo stesso
– nel quale si rispecchiano tutte le cose, Shiva compreso. In questa
visione, è da Shiva che scaturiscono tutti gli altri Deva (gli esseri
celesti), come suoi princìpi ed emanazioni; è essenzialmente una
conoscenza monoteistica collegata alla bhakti, o devozione, un aspetto
molto importante dello Śivaismo.

Lo Shivaismo kashmiro, è un sistema filosofico e teologico sorto nella
regione del Kashmir fra l'ottavo e il nono secolo poi sviluppatosi
fino alla fine del dodicesimo secolo d.C.. Al contrario delle pratiche
religiose e spirituali diffuse all'epoca, lo Shivaismo kashmiro non
prevedeva una disciplina predefinita e non condannava nessuna pratica
a priori, l'unica base fondamentale richiesta era la coscienza con cui
l'iniziato operava. Questo sistema proponeva un punto di vista in cui
Cit – "coscienza" - è l'unica realtà. La materia non veniva
considerata separata dalla coscienza, ma identica ad essa. Non era
concepita alcuna separazione tra Dio e il mondo. Il mondo non veniva
giudicato un'illusione (come nell'Advaita Vedanta), ma era la
percezione della dualità ad essere reputata illusoria. Lo Shivaismo
del Kashmir è una corrente basata sul Trika e classificata da diversi
studiosi come idealismo monistico.

Shiva significa il Benigno, ma nei Veda egli è conosciuto anche come
Rudra ("colui che fa scorrere le lacrime") e come Pashupati ("il
signore del gregge").
Questi epiteti mostrano una divinità dai molti aspetti, apparentemente
contraddittori, ma che sono, in realtà, le componenti di una figura
divina ricchissima di valenze e di attributi.

"Il Distruttore", "II Signore della morte", ama albergare presso i
luoghi di cremazione, e i suoi devoti, nudi, si cospargono di cenere,
simbolo dell'impermanenza.

Ma il Signore della morte si rivela in realtà il Signore della vita,
distrugge ciò che è impermanente per dare origine a nuove forme, a
nuove manifestazioni del divenire vitale.

In Shiva cielo e terra trovano la loro sintesi, ma è una sintesi
dialettica, non una stasi, non un comporsi delle tensioni, ma un
perpetuo divenire, una perpetua lotta di opposti.

A differenza di Vishnu che "scende" nel mondo attraverso i suoi
avatar, Shiva è nel mondo, nella natura, negli animali, nella sete
stessa di vita propria di ogni essere vivente.

In quanto signore della natura e degli animali, è un guaritore, anzi,
il guaritore supremo: la sua gola è blu poiché egli ha ingerito il
veleno che rappresenta la volontà di morte di tutte le creature.

Le numerose leggende che lo riguardano, mostrano in Shiva una divinità
dai tratti tipicamente sciamanici, una figura divina che non offre
rassicuranti certezze, ma inquietanti potenzialità energetiche.

Nudo, sporco, scarmigliato (folle, diremmo noi), attraversa i villaggi
mostrandosi alle mogli degli asceti in tutta la sua impudica bellezza
e suscitando un'attrazione irresistibile.

Ecco che il "distruttore", colui che "danza" sulle rovine del tempo,
diviene il dio dell'atto creativo per eccellenza, il sesso.

Il "linga", il fallo, è il simbolo di questo aspetto ed è fatto
oggetto di culto.
Con Parvati, la sua sposa, la "donna della montagna" (il luogo dove
cielo e terra si uniscono) Shiva gode di un perpetuo amplesso,
finalizzato non alla procreazione ma all'estasi.

Da questa unione ("maithuna") deriva non debilitazione, non
depauperamento di energie, ma al contrario, è proprio attraverso
l'unione con la Potenza, la Shakti, che il dio realizza la sua propria
natura.

Infine Shiva è il"nataraja",il Signore della danza, la sua è la danza
cosmica, mediante la quale l'universo viene manifestato, conservato e
riassorbito.
Secondo la cosmologia hindu l'universo non ha sostanza.
La materia, la vita, il pensiero non sono che relazioni energetiche,
ritmo, movimento e attrazione reciproca.

Il principio che da origine ai mondi, alle varie forme dell'essere,
può dunque essere concepito come un principio armonico e ritmico,
simboleggiato dal ritmo dei tamburi, dai movimenti della danza.

In quanto principio creatore, Shiva non profferisce il mondo, lo danza".
(A.Daniélou "Shiva e Dioniso", Ubaldini Editore, Roma, 1980)

Lo Shivaismo è una religione nata nella preistoria umana, la sua
origine è così antica da farci pensare che esso possa presentarsi
ovunque nel mondo come "una delle fonti principali delle religioni
successive" (A. Daniélou, op. cit.).

Lo Shivaismo è una religione che trae ispirazione dalla natura stessa,
esso ha trovato in India un fertile terreno di espressione e di
conservazione, benché non esista "alcuna prova che il suo luogo
d'origine sia stato l'India attuale, perché ne vediamo comparire quasi
simultaneamente in varie parti del modo i riti e i simboli" (A:
Daniélou, op. cit.).

"La sua forma occidentale, il Dionisismo, rappresenta anch'essa uno
stadio in cui l'uomo è in comunione con la vita selvaggia, con le
bestie della montagna e della foresta" (A: Daniélou, op. cit.).

Mentre nell'antico Egitto ricordiamo il culto di Osiride, che può
essere identificato con il Culto di Shiva e quello di Dioniso.

Shiva è una figura universale, senza patria e senza tempo.
Ma lo sviluppo del culto delle regole, della morale, della ragione e
dei modelli di realtà costruiti dalla mente, che hanno caratterizzato
le società e le religioni successive, hanno messo al bando lo
Shivaismo, al punto che esso ha potuto sopravvivere solo nascondendosi
nella segretezza dei propri iniziati.

Dovendo restare oscuro ai più, lo Shivaismo si è conservato come il
tesoro più prezioso e segreto di ogni cammino iniziatico che miri alla
conoscenza e al risveglio della natura umana.

"Non esiste vera iniziazione che non sia shivaita. Tutti i culti
esoterici hanno carattere shivaita o dionisiaco" (A. Daniélou, op.
cit.).

Shiva è il cuore celato di ogni iniziazione esoterica, poiché egli è
la raffigurazione del potere segreto nascosto nell'uomo, ecco, dunque,
perché non vi è psicologia del profondo che non tenda a ricondurre
l'individuo alla riscoperta del Grande dio Shiva che è in lui.

Trovando Shiva in sé stesso, l'uomo conosce e risveglia il proprio
potere naturale.


Ma, mentre gli influssi della grande svolta evolutiva prossima a
venire si fanno sentire nell'umanità, ora che l'Età dell'Oro sta
incominciando a dissolvere il buio del Kali Yuga, è possibile che
Shiva possa risorgere dalle profondità dell'animo umano per guidare
quanti non si sono mai arresi fino in fondo alla distruzione
perpetuata dalle città ai danni della natura e non hanno mai del tutto
rinunciato alla propria animalità, alla danza, alla gioia, alla fede,
a quel sogno di libertà che fa di un qualsiasi individuo un essere
umano.


Fonte: http://www.mythoselogos.it/