Approccio laico verso la ricerca spirituale




C’è una sostanziale differenza, nell’atteggiamento interiore, se noi
crediamo di aver scelto il compimento di una determinata azione (o
corso di azioni) oppure se noi semplicemente sentiamo di star
affrontando delle contingenze (se rispondiamo cioè allo stimolo degli
eventi in corso). Nel primo caso ci sentiamo responsabili ed abbiamo
precise aspettative verso i risultati del nostro agire, nel secondo
sappiamo che la nostra energia si muove in sintonia con le condizioni
in cui ci troviamo e non calcoliamo di dover adempiere ad un preciso
fine.

E’ evidente che nel primo caso sperimentiamo un senso di costrizione,
delusione o speranza, mentre nel secondo il nostro comportamento molto
somiglia ad un gioco infantile. Sappiamo bene che il distacco e la
quiete interiore sono un fattore importante per la riuscita, tant’è
che al momento di superare un esame facciamo di tutto per sentirci
rilassati, anche se –in verità- lo sforzo stesso di rilassarci non
produce l’effetto desiderato…..Eppure, nel mondo parliamo di
"riuscita" in ben altri termini e cerchiamo sempre di porre l’accento
sul nostro "sforzo personale".

Ma torniamo a considerare il primo caso, in cui definiamo il nostro
agire una "libera scelta", agendo come bulldozers e seguendo regole
precise auto-imposte o subite, affermando "questa è la nostra
decisione" e seguendola con fede cieca. Magari non siamo consapevoli
che nel secondo caso potremmo facilmente galleggiare -o nuotare-
seguendo la corrente e che la nostra volontà corrisponderebbe
spontaneamente alla nostra disposizione innata.

Vediamo ora che i risultati ottenuti nel primo caso sono per noi
frutto di preoccupazione e sconforto mentre nel secondo caso,
navigando a vista, ogni risultato è una scoperta, ogni approdo un
arricchimento. Ma –stranezza del caso- sentiamo affermare nel mondo
"…quello è un uomo tutto d’un pezzo e di successo che si è fatto da sé
lottando con le unghie e coi denti…" e per contro "…quella persona è
un sempliciotto che vive in beata innocenza, senza interessi e non sa
nemmeno cosa è bene e cosa è male…".

Ed a questo punto vorrei chiedervi, non furono cacciati Adamo ed Eva
dal paradiso terrestre proprio per aver assaggiato il frutto del bene
e del male? Eppure di tutta la Genesi questo, che mi sembra il
passaggio più significativo, viene spesso descritto come una favola…
in realtà è un’allegoria dell’uscita dall’armonia dell’unità
primigenia e l’entrata nell’inferno della differenza, del dualismo e
della separazione.

Per fortuna non dobbiamo aspettare molto (né tante .. e neppure una
vita, basta un momento) per capire il trucco dell’illusione, della
proiezione egoica duale, giacché l’unità nella coscienza non è mai
venuta meno, è proprio qui ed ora… e non allora o domani… Paradiso ed
inferno son solo paradigmi della mente, nel divenire.

Si chiedeva Eric Fromm: "essere o avere?"


Paolo D'Arpini


Calcata…. Il teatrino continua?! In scena: “volemose bene e annamo d’accordo…”



Nel corso degli anni vissuti a Calcata  ho goduto immensamente nello
sviluppare forme  immaginarie di ciò che Calcata potesse rappresentare
per ognuno di noi, nuovi venuti e vecchi abitanti del luogo. Ieri
pomeriggio ad esempio mentre rientravo dal Tempio ho incontrato per la
strada  Angela Marrone, una vecchia amica che vive a Calcata da
parecchi anni e che con me ha condiviso molti momenti magici. Angela è
un’artista  vecchio stile, pittrice, cantante, poetessa.. attrice… Sì
con lei ho recitato in varie occasioni, sia al Circolo che in piazza…
ed anche recentemente in “Tzuei Ning decapitato per errore”. Angela mi
ha chiesto: “Ma è vero che te ne vuoi andare da Calcata?”

Ed io schernendomi… “Beh un amico mi aveva proposto una casetta in
campagna… sai  Calcata per me è diventata una specie di Sodoma e
Gomorra, le cattiverie non si contano più… ma  tu che ne sai di queste
cose, tu vivi in un tuo mondo fantastico…”. Ed Angela: “Ma no, ma no,
ti capisco,  sai che anch’io avevo provato ad andarmene..?  Ho preso
la valigetta e sono andata a Frigolandia… dopo tre giorni sono
scappata, poi avevo deciso di ritornare definitivamente a Napoli, ma
dopo una settimana non ce l’ho fatta più…  mi guardavano come un
aliena, né carne né pesce, e sì che sono nata lì. Poi ho tentato in
altri posti ma alla fine ho capito che ovunque  sarei sempre stata
un’estranea, perché ormai addosso ho il marchio “Calcata”,  ed eccomi
qua di nuovo. Qui posso litigare, arrabbiarmi ma alla fine è tutto un
teatro… noi, caro Paolo, siamo condannati a stare a Calcata…  a
recitare qui la nostra parte in mezzo agli sderenati ed ai turisti… Il
nostro messaggio è questo!”.

Mi ha consolato parlare con Angela, in fondo è una donna saggia, com’è
giusto che sia una Cinghialessa di Terra,  e mi sono anch’io
riconciliato con il luogo. Un luogo che sarebbe piaciuto a Caravaggio
… ed anche a Kafka.

Questa storiella -per associazione di idee- mi ha ricordato
dell’esperienza di un altro attore calcatese, uno che ci provò
professionalmente. Pensate che si vendette la casa di Calcata ed anche
un locale in cui oggi c’è il baretto di Giovanni, per finanziarsi un
paio di spettacoli a Roma in cui egli recitava  da attore principale.
Sperando di aver successo.  Gli organizzai anche un paio di recite al
Circolo, in cantina, invitando critici e giornalisti…  Alla fine
l’unico successo che ebbe fu quello –poco in verità- che potei
offrirgli con una intervista che feci pubblicare  sulle pagine del
glorioso Paese Sera (non chiedetemi l’anno sarà stato verso la metà
del 1990).  Rileggendo il racconto mi sono accorto di quanto ci fosse
del vero in quella storia,  in cui (come al solito) mi ero inventato
una similitudine Caravaggesca per via di un mio desiderio di parlar
male di un oste calcatese che un giorno mi aveva scacciato dalla sua
bettola… (leggete sotto)… Infine Mauro dovette andarsene da Calcata,
povero in canna, e finì  a recitar poesie ed insegnare recitazione in
quel di Udine, dall’amico Sergio De Prophetis che lì gestisce un
centro naturista (la Bioteca).

……………..


Mauro Cremonini ricorda i particolari degli avvenimenti che l’hanno ispirato a mettere in scena alcune importanti pieces a Calcata. L’ispirazione ha sempre una sua radice nella vita di ogni giorno di questo piccolo Centro Mondiale che è Calcata. “Proprio vivendo qui – ha confidato Cremonini -ho delineato alcuni dei miei personaggi. La cosa iniziò quando decisi di andare in scena con “La vita del Caravaggio, emblematica figura che sconvolse i canoni artistici del suo tempo rivoluzionando la pittura del ‘600. Una notte mi trovavo all’ingresso del Borgo e intravidi nel buio un paio di uomini che scendevano dalla Bocchetta.

Nel buio erano irriconoscibili, le voci impastate dall’alcool.

Avvicinatomi riconobbi due abitanti del paese, uno era un oste con il fiasco in mano e l’altro un avventore che si trascinava alticcio, andavano a finire la serata chissà dove. A quel punto, un po’ per l’atmosfera antica un po’ per il loro vociferare convulso, mi venne in mente la Roma del ‘600, che non doveva certo essere dissimile da questa scena di Calcata. Da qui  l’ispirazione a recitare Caravaggio che, avvezzo com’era a
girar per bettole miserabili, avrebbe senz’altro individuato in quei due gli “sgherri” da collocare nella crocifissione di Pietro o i “fustigatori” del Cristo alla colonna. Per i due beoni non erano certo trascorsi secoli e questa “finestra temporale” mi aveva apertogli occhi sul misterioso mondo del Caravaggio”. Cremonini decise così di emettere in scena “La vita del Caravaggio”; la cosa avvenne a San Luigi dei Francesi, a Roma, due anni fa. Ma l’esperienza potrà essere ripetuta anche qui a Calcata. C’è comunque un’altra esperienza che convinse Cremonini, ad interpretare un altro
emblematico personaggio.

Si tratta del custode dell’opera kafkiana “Il custode del sepolcro”.

Da Caravaggio a Kafka il passo è breve -ha spiegato ancora Mauro- giacché l’inquietudine descritta dal pittore con i pennelli e dallo scrittore con i suoi scritti è una tematica antichissima e facilmente riconoscibile in un piccolo paese come Calcata, simbolo di un mondo eterogeneo e cosmopolita. La storia dì Calcata, misteriosa e piena di colpi di scena, distruzioni, invasioni, lunghi periodi di isolamento, è
molto vicina allo spirito de “Il custode del sepolcro”. La storia ruota attorno alla figura di un anziano personaggio, da me interpretato, che viene incaricato dal principe di proteggere e custodire il sepolcro dei suoi antenati. È il dramma di un testimone scomodo che sorveglia la soglia tra l’umano ed il trascendente. Franz Kafka demiurgo di un mondo luciferino ci ha consegnato questo personaggio: l’ideale guardiano che è dentro di noi.

(Questi due articoli risalgono alla metà degli anni '90 del secolo scorso)

Paolo D’Arpini




(Calcata.  Recita in piazza 11 luglio 2008 - Foto Gustavo Piccinini)

Chi o cosa è il Guru nel percorso spirituale laico


Molto spesso parlando con amici del concetto di Spiritualità Laica mi
son trovato a dover difendere quella che è la funzione del Guru in
questo percorso. Solitamente, come spesso dichiarato dai due
Kishnamurti (Jiddu e U.G.), sicuramente esponenti di un filone
"anti-religioso", si intende che la ricerca spirituale debba essere
indirizzata unicamente all'auto-conoscenza, intendendo che ciò che è
fuori di noi è sicuramente anche dentro di noi, quindi non serve
cercare all'esterno quel che abbiamo già all'interno.

Per conoscere se stessi -come diceva lo stesso Ramana Maharshi- non
c'è bisogno di alcuna istruzione o azione, "il Guru può solo indicare
la strada ma non può darti quello che già sei".  Ma c'è da dire che
per le tendenze inveterate a rivolgersi verso l'esterno non siamo in
grado di affondare e ricongiungerci nel Sé. Perciò sentiamo il bisogno
di un aiuto, perlomeno un esempio, un gesto di simpatia e di amore che
ci incoraggi verso la meta.

La mia esperienza in tal senso, vissuta con Baba Muktananda,  
un maestro realizzato, può forse risultare significativa per l'accorto lettore.   

Il mio rapporto Guru / Discepolo rappresentava una relazione molto "animale". 
Poco o nulla appariva sul piano dell'insegnamento "formale". Mi sentivo
stimolato ad avvicinarmi a lui con un approccio silenzioso, rivolto
all'osservazione, alla mimica, alle azioni compiute, alla leggerezza,
al calore dimostrato. In effetti era solo un gioco al "nascondino" in
cui spiavo da dietro l'angolo ogni suo gesto e movimento. In alcuni
momenti, quelli più intimi, mi sembrava che la conoscenza mi venisse
trasmessa attraverso queste forze giocose.

Mi viene in mente, per analogia, l'immagine di una mamma gatta che
gioca con il suo micio. Attraverso il gioco, le leccate, le zampate,
il rotolarsi, il ringhiare, il miagolare, la mamma gatta trasmette
conoscenza di sé...  Ed il gattino scopre la sua natura felina,
istintivamente,  in quel gioco amoroso. Altrettanto è avvenuto per il
risveglio interiore che si è manifestato spontaneamente al contatto
con il mio Guru.

Tutto succedeva senza pensarci, come effetto della presenza nello
stesso luogo e nello stesso tempo, vivendo situazioni comuni. La
conoscenza trasmessa in tal modo è intrisa di varie emozioni, talvolta
ribellione, talvolta affetto, gestualità, sguardi, odori, leggeri
tocchi, persino ironia e senso del ridicolo.. Alla fine il risultato
di quel fantastico rapporto, potrei definirlo d'amore, è la conoscenza
per sottile "induzione" (o intuizione?), per risveglio della memoria
ancestrale.. Il Guru non faceva altro che rappresentare quel che
anch'io sono..  E' come guardarsi allo specchio, una volta
riconosciuta la propria immagine non serve null'altro da aggiungere..
poiché "l'immagine"  dello spirito è permanente, non è mutevole come
quella di un volto che invecchia, lo spirito.. è eternamente giovane.

Questo il mio sentire...  Infatti la spiritualità laica è un percorso
che supera ogni concetto di religione e di comportamento, sta al di
fuori degli indirizzi morali ed anche di quelli immorali.

Ciò potrebbe dar adito a dubbi ed anche a fraintendimenti. In effetti
per come è stata descritta e giudicata, soprattutto nelle religioni di
matrice giudeo/cristiana, l’amoralità e l'immoralità vengono spesso
equiparate alla mancanza di coscienza spirituale. Ma questo pensiero è
dovuto al fatto che si è sovrimposta una norma di comportamento,
basata sull’etica e sulla morale religiosa, sullo stato naturale
dell’uomo e sulla sua genuina espressione spirituale.

La spiritualità laica non può essere un “atteggiamento” od il
risultato di un conformarsi alle norme scritte da qualcuno,
spiritualità laica è semplicemente essere consapevolmente quello che
si è, senza vergogna e senza modelli di sorta. Perciò la capacità del
Guru di “insegnare” attraverso la vita quotidiana, in termini
spirituali laici, sta nell'abilità intrinseca di “trasmettere” la
“verità” in tutto ciò che noi manifestiamo o che a noi si manifesta.

Il Guru non è una persona, quindi, o perlomeno non soltanto una
persona visto che comunque può apparire in ogni forma, bensì
l’intelligenza illuminante che ci libera dalle sovrastrutture mentali
e dalle finzioni religiose o morali.


Paolo D'Arpini

Über die „Laizistische Spiritualität (anche i tedeschi hanno diritto alla conoscenza della spiritualità laica)




Ich möchte die Bedeutung des Ausdrucks „laizistisch” wörtlich, etymologisch und konzeptionell klären. Er wird oft falsch ausgelegt, als eine Ausdrucksweise seitens der Laienmitglieder einer beliebigen Religion. Tatsächlich steht der Begriff, aus dem Griechischen „laikos” abgeleitet, für eine absolute Nicht-Zugehörigkeit zu einem religiösen, philosophischen bis hin zu einem politischen Modell. Laizistisch bedeutet „außerhalb jeglichen Kontexts eines sozialen Gefüges” ähnlich dem Begriff aus dem Sanskrit „pariah”. Folglich ist es undenkbar, dass ein Mitglied einer Religion die dieser Religion entsprechende Geisteshaltung laizistisch ausdrücken kann.

In Wahrheit entspricht die laizistische Spiritualität einer natürlichen Geisteshaltung, der spontanen Suche des Menschen nach seinem Ursprung, nach der geheimnisvollen Bedeutung des Lebens – ein Streben, das auf Selbsterkenntnis ausgerichtet ist. Am ehesten nähert sich das englische Wort „awe”, das heißt, das „Verwundern (oder die Achtung) vor sich selbst”, diesem Konzept an.

Dazu möchte ich gleich anfangs feststellen, dass „Geist – spirito” für mich eine „Synthese zwischen Intelligenz und Gewissen” bedeutet, und im übrigen klarstellen, dass ich in keiner Art und Weise „gläubig” bin. Das, was ich bejahe, ist die Basis meiner unmittelbaren Erfahrung zu existieren und mir dessen bewusst zu sein. Es ist nicht nötig, mir das von jemandem bestätigen zu lassen, und dieses gilt – natürlich – für jeden.

Man braucht nicht zu „glauben” um zu sagen „ich bin”, wir alle wissen es ohne den Schatten eines Zweifels von selbst. Wenn es hingegen darum geht, über das Vorhandensein oder das Fehlen eines Glaubens zu urteilen, können wir nicht umhin zu sagen „ich glaube” oder ich „glaube nicht”. Davon leitet sich ab, dass das „Sein” und das sich dessen gleichzeitig „bewusst sein” naturbedingt und unumstößlich wahr ist, während auf etwas zu bestehen, das seine Grundlage im Denken hat, das heißt in der gedanklichen Spekulation, nur ein Prozess, der Entwurf eines Konzepts ist.

Ich will es nicht komplizieren, aber es ist völlig klar, dass niemand je sagen wird „ich glaube zu existieren und ich glaube mir dessen bewusst zu sein” während man für jede andere Behauptung (oder auch abstrakte oder konkrete Gedankengänge) immer den Ausdruck gebrauchen wird „ich glaube an eine Religion” oder „ich glaube an den Atheismus”, oder an irgend etwas anderes dem man Glauben schenkt. 

„Ich bin” ist also die reine und einfache Wahrheit, und es ist hier überflüssig, alle möglichen Gründe für dieses „Sein” anzuführen, weil dieser Erklärungsprozess (oder seine Interpretation) nur zu Spekulationen führt und folglich diskutierbar ist.

Zu behaupten, dass das Bewusstsein ein göttlicher Funke ist oder der zufällige Entstehungsprozess der Materie, die sich in Leben verwandelt, überlassen wir den Sophisten.

„Ich bin” ist hingegen die einzige unbestreitbare Tatsache, die keinen Beweis und keinerlei Diskussion benötigt.

Das ist die Basis von der ich ausgehe. Es hat also keinen Sinn sich in Diskussionen über den „Modus …. oder Hypothesen” zu ergehen.

Ich sage das, um jede entgegen gesetzte Position zur Realität dieses von mir beschriebenen Zufallsfaktors zum Schweigen zu bringen oder sie zu vermeiden (und alle die einen klaren Kopf haben können sich dessen bewusst sein).

Das ist der Laizismus des Geistes.

Die „laizistische Spiritualität” ist einfach und banal, sie ist die „Anerkennung” des natürlichen Zustandes eines jeden von uns …

Paolo D’Arpini 



          

(Traduzione a cura di: Christa Efkemann)

La favola del Re dei Minerali

“Salz ist unter allen Edelsteinen, die uns die Erde schenkt, der kostbarste.”  - 
“Di tutte le gemme che ci dona la terra il sale è la più preziosa” (Justus v. Liebig)


“C’era una volta un re. Il nostro re aveva tre figlie in giusta età da
maritare e tutte erano, ovviamente, bellissime. Nella ricerca di
mariti degni dei suoi tre gioielli  rimasero nella scelta finale
soltanto tre principi, nobili di aspetto e di origini. Così arrivò il
grande giorno dove i tre candidati fecero le loro proposte di
matrimonio. Il primo candidato aveva preso d’occhio la figlia
maggiore: “Oh, grande re, tua figlia grande mi piace più dell’oro e
dell’argento.”  E con questa frase i suoi servi donarono al re un
enorme vassoio pieno di oro e argenti magistralmente lavorati. Il re
era molto soddisfatto e acconsentì. Poi si fece avanti il secondo
principe, sorridendo alla secondogenita: “Grande re, la tua seconda
figlia mi piace più di tutte le gemme del mondo!” E come prova delle
sue parole fece portare dai suoi servi un vassoio colmo di gemme
provenienti da ogni parte del mondo finemente incastonate. E il re era
visibilmente soddisfatto. Allora si fece avanti il più giovane dei
principi, che era di una bellezza misteriosa:  “Grande re, tua figlia
è bella come l’acqua che sgorga dalle alte montagne. Prometto che la
amerò per sempre.  Per me vale più del sale!”

E con queste parole porse lui stesso al re un vassoio pieno di
splendido sale marino cristallino. Alla vista del “povero sale” il re
si infuriò moltissimo. Si sentì personalmente offeso e cacciò via il
principe. Ma fu interrotto da una voce terribile e tuonante che
proveniva da un altro mondo: “Vi maledico per la vostra ignoranza
verso un dono così prezioso come il sale! Da oggi non lo vedrete mai
più nel vostro regno. E tu, figlio mio, sarai punito per la tua scelta
di aver voluto sposare una fanciulla, un essere umano!“  E in un
istante il bel principe si trasformò in una statua di sale. Aveva
appena parlato il Sovrano dei Mondi Sotterranei, cioè il Re dei
Minerali. Vedendo il bel principe trasformato in sale, la giovane
principessa s’innamorò perdutamente di lui.

Ma nella generale confusione la statua sparì così come era comparsa e
del giovane non vi era più nessuna traccia. La nostra giovane
principessa cadde in una profonda tristezza d’amore. Suo padre era
rimasto bloccato nella sua rabbiosa offesa e non comprese il dolore
della figlia. Così la giovane donna decise di fuggire la notte stessa
dal castello per cercare il suo amato principe. Non vi racconto tutte
le avventure che dovette affrontare. Accadde comunque che finì nel
mondo sotterraneo degli gnomi, fedeli servi del sovrano della terra e
dei minerali. La accolsero e le diedero tanti lavori utili da
svolgere.

Sotto quelle terre ritrovò anche la statua immutata del principe.
Intanto nel castello la terribile maledizione del Re dei Minerali
aveva trasformato tutto il sale del regno in oro, argento e preziosi.
Inizialmente potete immaginare la gioia di tutti perché anche i poveri
erano diventati ricchi. Ma ben presto nella cucina del re e di tutti i
sudditi regnò una tristezza terribile: infatti non si può vivere senza
cibo salato e consumare solo pietanze fatte con lo zucchero e spezie.
I tentativi di acquistare sale nei regni vicini fallirono perché l’oro
si ritrasformava in sale fuori dal regno e tutto il sale che si cercò
di portare verso il regno si trasformava prontamente in oro e
preziosi. Presto si ammalarono tutti, poveri e ricchi. Non venne più
nessuno nel regno ormai maledetto perché il cibo non era saporito. Una
grande depressione regnò su tutti e il re si mise a letto in attesa
della fine dei suoi giorni.

La nostra giovane principessa invece nella sua nuova abitazione
continuava a sperare di liberare la statua di sale dalla maledizione…
Un primo tentativo con una pianta rara e miracolosa, fallì. Ma,
infine, versando milioni di lacrime sincere ai piedi della statua, il
cuore del Re dei Minerali si ravvide e finalmente liberò suo figlio
dalla prigionia alla vista dell’amore puro e sincero che la fanciulla
nutriva per suo figlio. I due si recarono con la benedizione del
sovrano alla corte del re. E così il re venne salvato dal più prezioso
dono che potevano portargli: un sacchetto di sale marino! E finalmente
la terribile maledizione cessò. Il re aveva avuto la più dura delle
lezioni di vita. La giovane coppia innamorata si sposò con una grande
festa e un grande banchetto. Subito dopo il re mise i due sul trono
affinché regnassero con la loro saggezza il suo regno. Iniziò un lungo
periodo di grandi sviluppi e cultura.  Per questo motivo il sale viene
a volte anche chiamato ORO BIANCO.”

La bella storia è  finita. Vi ho raccontato la versione della favola
che personalmente amo di più (questa ha origini slovacche), ma ci sono
tantissime favole sul sale in tutto il mondo; anche in Italia ne
esistono molteplici versioni. E come si può immaginare, tutte arrivano
alla medesima conclusione: senza sale la nostra vita è triste. Credo
sia una specie di “favola universale”. La consapevolezza
dell’importanza del valore del sale per tutti noi è stata manifestata
in infiniti rituali antichi. In molti Paesi il sale veniva benedetto
una volta all’anno con solenne ritualità.  A questo punto mi viene in
mente anche una frase che troviamo nel Vangelo dove Gesù ci invita ad
essere il Sale della Terra (Matteo 5.13).

Questa piccola grande storia cercate di ricordarla. Raccontatela ai
vostri figli, magari con in pugno alcuni cristalli di sale naturale, e
alla fine  leccatene tutti un po’. Così non andrà mai perduta……

Traduzione dal tedesco di Sabine Eck

Etica e morale.... concetti utili all'ordine sociale



Ricordo parecchi anni fa un momento magico vissuto a Calcata, nelle
grotte di Jorgen, l'amico danese che se ne tornò al suo paese per
morire... Nelle grotte di Jorgen fu messa in scena una commedia
mitologica e misterica: Il Risveglio di Titania.

Nella commedia Titania è una splendida creatura fatata che se ne va in
giro per i boschi col suo fedele corteo di spiritelli. Shakespeare ha
scritto del loro litigio e della vendetta del suo legittimo sposo
Oberon, dopo che Titania non ha voluto vendergli il suo prezioso
paggio indiano, motivo delle gelosie di Oberon.

Così Oberon sorprende Titania addormentata e le spreme sugli occhi il
succo della viola del pensiero, fiore fatato capace di far innamorare
chiunque della prima cosa che vedrà. Così, al suo risveglio, Titania
si innamora di Bottom, un orribile uomo dotato di una testa d'asino.
La storia ha comunque un lieto fine, i due sposi magici si
riconciliano superando i concetti restrittivi di gelosia, invidia,
etica e morale.

Questa storia, come tutti i racconti di Shakespeare evoca diversi
significati. L'addormentarsi di Titania è come la morte ed il
risveglio è in verità il sogno che noi prendiamo per realtà. In esso
godiamo l'illusione dei sensi ed amiamo ciò che non possiamo
riconoscere. La riconciliazione è il momento del ritorno alla libertà,
il superamento delle illusioni e della schiavitù dei sentimenti
imposti.

Etica e morale, due pensieri cangianti e relativi, i cinesi antichi
avevano l'onestà di ammettere che queste due qualità fossero
solo una convenienza sociale. Nel Taoismo erano considerate due forme
ipocrite di asservimento alle consuetudini. La morale e l'etica sono
state usate da tutte le religioni monoteiste come bandierine
simboliche per giustificare il bene programmato a sistema, mentre
l'amoralità e il "difetto" di contegno sono indicati come grave
carenza sociale e religiosa. Ma ora lasciamo da parte questi aspetti
che riguardano specificatamente il comportamento ed i costumi nella
società attuale.

In fondo l'esempio di Titania è alquanto leggero e ludico, il
risveglio "vero" avviene attraverso l'amore, che purifica gli occhi e
rende chiaro l'intelletto. Ben diverso il caso in altre storie
mitologiche in cui la sofferenza volontaria od espiativa degli eroi
viene descritta in termini di emancipazione, come nella storia di
Odino o Prometeo.

Cristo e Dioniso anch'essi morirono volontariamente per la salvezza
altrui…. Insomma nella morale e nell'etica si accetta tranquillamente
che il sacrificio di sé sia un bene supremo se rivolto ad una causa
ritenuta nobile e degna… ma dal punto di vista della vita dov'è la
differenza fra un suicida per disperazione ed un esaltato religioso?

Scriveva Elemire Zolla, in Discesa all'Ade e resurrezione: "Senza
l'Essere l'ente non sussiste: infatti ne promana e ne fa parte. Ma
l'essere non si restringe a spazio e tempo. Senza lo spazio non
spaziale del luogo efficiente, suscitatore, dove si figura il punto,
non nasce la geometria del mondo in divenire. Come designare questa
fonte eterna? In latino proporrei "februare", che Semeraro fa derivare
dall'accadico "haburu", germoglio, dal dio agrario Ha-ab-bu-ru; Servio
informa che "februm" era un tratto di pelle lupesca, salata; nelle
cerimonie februanti si celebrava il dio dell'impulso primaverile,
Lupercus, e i luperci erano giovani coribanteschi che animavano,
flagellandole, le donne, con fruste di pelle lupesca, i "febri". Le
potenze generatrici " non avvennero mai, ma sono sempre:
l'intelligenza le vede tutte insieme in un istante, la parola le
percorre e le espone in successione" diceva l'osservatore platonico
alla conclusione del mondo antico"

Ben diversa questa morale non-morale dalla moralità bacchettona dei
nostri "santi padri" che predicavano e praticavano
l'autoflagellazione, la misoginia, l'allontanamento dalla natura, la
menzogna etica e religiosa, evidentemente anche maleinterpretando il
messaggio salvifico del Cristo (ove quest'ultimo fosse realmente
esistito...).


Paolo D'Arpini

L'amore non esclude la critica...

“L’impulso all’amore cresce con l’elevarsi dell’uomo; ma allo scopo non è sufficiente la saggezza. Noi ci perfezioniamo grazie ai nostri atti di amore, così il mondo diventa più ricco grazie alle nostre azioni d’amore, poiché l’amore è l’aspetto creativo nel mondo” (Rudolf Steiner) 


...l’amore se è cieco non è vero amore ed inoltre se l’amore serve solo ad aggiustare un rapporto non è vero amore. 

Quando si ama non c’è alcun problema nell’esprimere se stessi e quel che si pensa. Certo, a volte la critica può non piacere ma essa è l’unico modo per approfondire una conoscenza, per analizzare in profondità il nostro sentire. 

Comunque il pensiero è sempre astratto mentre l’azione è sempre concreta. E di concreto c’è che un vero un rapporto d’amore non può essere scalfito da emozioni passeggere, dettate da stati d’animo momentanei. Se dovessimo lasciare il nostro compagno, la nostra compagna, gli amici, i parenti, in definitiva tutti coloro che incontriamo nella nostra strada solo perché in un qualche momento ci hanno criticato o noi abbiamo criticato loro.. che senso avrebbe la comune appartenenza? Che senso avrebbe il fatto di sapere che siamo componenti della stessa esistenza? Non siamo noi spiritualisti laici consapevoli dell’inscindibilità della vita? 

Anche se critico aspramente qualcuno non significa che lo allontani dal mio cuore… Critico un operato, perché secondo la mia opinione personale non è confacente con il mio pensiero.. ma il pensiero .. il pensiero.. siamo padroni forse del nostro pensiero? Possiamo stabilire in anticipo cosa penseremo? O cosa è giusto pensare? 

Quindi in un rapporto d'amore non serve preoccuparsi poiché l'amore è aldilà di ogni “delusione”, poiché chi ama non è mai stato “illuso”.. ma è perfettamente consapevole ed amorevolmente accettabile della propria condizione amorosa. 

In questa libertà possiamo anche osservare con occhi distaccati le vicende e gli atti che costellano la nostra vita come i corvi che osservano con due occhi situati ognuno all’opposto dello stesso capo. 

Paolo D'Arpini