Cibi comuni e stranezze culinarie nella Roma antica


L’elemento principale dell’alimentazione romana era il pane, principalmente a base di frumento e di farro,(da cui deriva il,nome farina), che era di diverse qualità: c’era il pane bianco, principalmente utilizzato dalle classi agiate, il “panis secundarius” sempre bianco ma meno raffinato, ed il pane nero o compatto. Nei primi secoli della nascita della Repubblica il pane  il pane era costituito dalla “polta” una specie di polenta a base di farro talvolta unita a fave, lenticchie e cipolle .Solo in seguito ci fu  l’introduzione di prodotti da forno più raffinati, come pasticcini  e focacce a base principale di farina e miele.
I prodotti della pastorizia, come latte formaggi, freschi oppure stagionati, erano ampiamente utilizzati, così come  quelli  della terra,legumi, ortaggi e vari cereali,tra questi in grande maggioranza il farro, alimento base dei legionari. I Romani erano anche grandi consumatori di uova utilizzate soprattutto come antipasto. Il burro era conosciuto, ed utilizzato principalmente per uso medicamentoso, perché in cucina l’unico grasso che veniva utilizzato era l’olio. I frutti erano conosciuti e coltivati come nei nostri giorni e ampiamente utilizzati, si escludevano gli agrumi ed i disperi; le pesche ed albicocche furono introdotte nel I secolo d.C.
Erano graditi tutti i tipi di carne: maiale,cotto principalmente ripieno, agnello, capretto, molto aromatizzati e speziati per il cattivo stato di conservazione della carne, mentre oche e galline erano servite poco, in quanto produttrici di uova; fortemente apprezzati erano  i prodotti della caccia in particolar modo il cinghiale.
Nell’epoca dell’Impero, l’esotismo diede una svolta a questo tipo di alimentazione: dall’Africa giunsero le  galline faraone, dalla Spagna i conigli, dalla Grecia i fagiani, e la selvaggina raggiunse così alti livelli; gazzelle,  struzzi, gru, fenicotteri, pappagalli, il cui “cervello” rappresentava  il piatto “prediletto” dell’imperatore. Cosa ne avrebbero pensato oggi i nostri animalisti?.
Una carne prelibata veniva considerata la carne di ghiro, allevato in uno speciale recipiente, il ghirarium,  ed ivi   nutrito per opportuno ingrassaggio, con noci, ghiande e castagne. Ma il massimo per i “vip” erano le vulve di  scrofa sterile, cioè che non aveva partorito, al miele. I Romani conoscevano inoltre, quasi tutti i tipi di pesce, che oggi troviamo sulla nostra tavola, che talvolta erano allevati in pescherie annesse alle ville della costa tirrenica, spigole, dentici, triglie, orate, dai crostacei ai frutti di mare , murene, aragoste, per queste poi facevano per averle, vere e proprie follie.
Dal pesce si ricavava poi, la salsa base  di tutti i piatti il “garum” un condimento universale perché lo si ritrovava  dappertutto, nelle salse, nelle carni, nel pesce, nelle verdure e persino nelle composte di frutta.
Nei primi tempi il “garum” era preparato con un piccolo pesce principalmente un’acciuga o una sarda. Successivamente  il “garum” ordinario” era fatto con le interiora di pesce o con scarti o avanzi di pesce preferibilmente del tipo “azzurro” macerati nel sale, mentre quello di “pregio e qualità” era fatto con piccoli pezzi di pesce di ogni tipo, abbondante sale ed un po’ di aceto, un misto di erbe aromatiche, il tutto riposto in un piccolo contenitore a riposare e macerare per circa un mese, rimescolandolo di tanto in tanto. Dopo questo periodo il liquido a cui si poteva attingere chiamato “liquamen” veniva cosparso in abbondanza sui cibi.
C’erano molte versioni e ricette, il miglior “garum” veniva preparato con gli sgombri e prodotto in Spagna da una grande azienda di Cartagine. Di vario tipo era il liquido che veniva  filtrato, il primo, il più puro, di chiamava  “gari flos”e tra i più importanti e venduti vi era il “garum nigrum”venduto in piccoli vasetti per la sua preziosità. Quando tutto il liquido era filtrato, il residuo, una specie di pasta di pesce che veniva consumata dagli schiavi, mentre quello migliore veniva servito negli antipasti con sale, pepe, feccia di vino e carote per stimolare l’appetito. Il migliore era fabbricato con pesce di luccio ma c’era anche  di ostriche e di fegato di triglia.
Per quanto riguarda il dosaggio, questo era lasciato al cuoco, in base alla sua esperienza.
Il ruolo del “garum” derivava altresì dalla consistente preparazione di sale ed aceto, dal sterilizzare e disinfettare quelle carni, la cui igiene e conservazione è lecito stendere diremo, un velo pietoso.
Rita De Angelis

La coscienza è una musica nel cervello?



La revisione e l’aggiornamento di una teoria controversa sulla
coscienza, vecchia di 20 anni, pubblicata in Physics of Life Reviews,
sostiene che la consapevolezza deriva dall’attività di livello più
profondo, di scala più fine, all’interno dei neuroni cerebrali.
La recente scoperta di vibrazioni quantiche nei “microtubuli”
all’interno dei neuroni cerebrali conferma questa teoria, secondo la
revisione degli autori Stuart Hameroff e Sir Roger Penrose. Essi
suggeriscono che i ritmi EEG (le onde cerebrali) derivano anche da
vibrazioni nei microtubuli al livello più profondo, e che da un punto
di vista pratico, trattare le vibrazioni dei microtubuli cerebrali
potrebbe dare benefici ad una serie di condizioni mentali,
neurologiche e cognitive.


La teoria, chiamata “riduzione oggettiva orchestrata” (Orch OR), è
stata proposta a metà degli anni ’90 dall’eminente fisico matematico
Sir Roger Penrose, FRS, del Mathematical Institute and Wadham College
dell’Università di Oxford, e dall’illustre anestesista Stuart
Hameroff, MD, del Centro Studi su Anestesiologia, Psicologia e
Coscienza della University of Arizona di Tucson. Essi suggeriscono che
i calcoli quantici vibrazionali nei microtubuli sono “orchestrati”
(“Orch”) dagli stimoli sinaptici e dalla memoria immagazzinata nei
microtubuli, e terminati dalla “riduzione oggettiva” (‘O’) di Penrose,
ecco perchè “Orch OR”. I microtubuli sono i principali componenti
dello scheletro strutturale della cellula.


La Orch OR è stata duramente criticata dal suo inizio, in quanto il
cervello era considerato troppo “caldo, umido, e rumoroso” per tali
processi quantici apparentemente delicati. Tuttavia, l’evidenza ha
dimostrato una coerenza quantica calda nella fotosintesi delle piante,
nella navigazione cerebrale degli uccelli, nel nostro senso
dell’olfatto, e nei microtubuli cerebrali.


La recente scoperta di vibrazioni quantiche a temperatura calda nei
microtubuli all’interno dei neuroni cerebrali, ottenuta dal gruppo di
ricerca guidato da Anirban Bandyopadhyay, PhD, dell’Istituto Nazionale
di Scienza dei Materiali di Tsukuba, in Giappone (e ora al MIT),
corrobora la teoria della coppia e suggerisce che i ritmi EEG derivano
anche da vibrazioni nei microtubuli a livello più profondo. Inoltre,
il lavoro del laboratorio di Roderick G. Eckenhoff, MD, all’Università
della Pennsylvania, suggerisce che l’anestesia, che cancella la
consapevolezza in modo selettivo, risparmiando l’attività del cervello
non cosciente, agisce attraverso i microtubuli nei neuroni cerebrali.


“L’origine della consapevolezza riflette il nostro posto
nell’universo, la natura della nostra esistenza. Forse la coscienza
evolve da calcoli complessi nei neuroni del cervello, come afferma la
maggior parte degli scienziati? O la coscienza, in un certo senso, è
lì da sempre, come sostengono gli approcci spirituali?” si chiedono
Hameroff e Penrose nella revisione corrente. “Questo apre un
potenziale vaso di Pandora, ma la nostra teoria concilia entrambi
questi punti di vista, suggerendo che la coscienza deriva da
vibrazioni quantiche nei microtubuli, polimeri proteici all’interno
dei neuroni cerebrali, che governano le funzioni neuronale e
sinaptica, e collegano i processi cerebrali ai processi di
auto-organizzazione nella struttura quantica ‘proto-cosciente’ della
realtà, di scala fine“.


Dopo 20 anni di critica scettica, “l’evidenza ora supporta chiaramente
la «Orch OR»“, continuano Hameroff e Penrose. “Il nostro nuovo studio
aggiorna le prove, chiarisce che i bit quantici Orch OR (“qubit”) sono
percorsi elicoidali nei reticoli di microtubuli, respinge critiche, e
rivede 20 previsioni verificabili sull’Orch OR pubblicate nel 1998; di
queste, sei sono confermate e nessuna confutata”.


Viene introdotto un nuovo aspetto importante della teoria. Le
vibrazioni quantiche nei microtubuli (es.: in megahertz) sembrano
interferire e produrre “frequenze di battito” EEG molto più lente.
Nonostante un secolo di uso clinico, le origini alla base dei ritmi
EEG sono rimaste misteriose. Gli studi clinici su brevi stimolazioni
cerebrali che puntano alla risonanza dei microtubuli con le vibrazioni
meccaniche megahertz, usando ultrasuoni transcranici, hanno mostrato
miglioramenti auto-riferiti dell’umore, e possono risultare utili in
futuro contro l’Alzheimer e le lesioni cerebrali.


L’autore principale Stuart Hameroff conclude che “la Orch OR è la
teoria più rigorosa, completa e verificata della coscienza mai
formulata. Dal punto di vista pratico, trattare le vibrazioni dei
microtubuli cerebrali potrebbe dare benefici ad una serie di
condizioni mentali, neurologiche e cognitive”. La revisione è
accompagnata da otto commenti di autorità esterne, compreso un gruppo
australiano arci-scettico sull’Orch OR. A tutti, Hameroff e Penrose
rispondono con argomenti robusti.


Penrose, Hameroff e Bandyopadhyay stanno approfondendo le loro teorie
durante un simposio pubblico di tre giorni al Brakke Grond di
Amsterdam, dal 16 al 18 Gennaio 2014. Essi terranno impegnati gli
scettici in un dibattito sulla natura della coscienza, e Bandyopadhyay
con il suo team abbinerà le vibrazioni dei microtubuli di neuroni
attivi per suonare strumenti musicali indiani. “La coscienza dipende
da vibrazioni anarmoniche dei microtubuli all’interno dei neuroni, in
modo simile a certi tipi di musica indiana, ma in modo diverso dalla
musica occidentale che è armonica”, spiega Hameroff.

Fonte: Elsevier.


Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:

Stuart Hameroff and Roger Penrose. Consciousness in the universe: A
review of the ‘Orch OR’ theory. Physics of Life Reviews, 2013 DOI:
10.1016/j.plrev.2013.08.002
Stuart Hameroff, MD, and Roger Penrose. Reply to criticism of the
‘Orch OR qubit’–‘Orchestrated objective reduction’ is scientifically
justified. Physics of Life Reviews, 2013 DOI:
10.1016/j.plrev.2013.11.00
Stuart Hameroff, Roger Penrose. Consciousness in the universe. Physics
of Life Reviews, 2013; DOI:10.1016/j.plrev.2013.08.002

Ode d’addio al Paolo D’Arpini, detto anche Saul Arpino, che silente sen va dal falisco Treja per congiungersi alla sibillina Treia



CANTAMI, O DIVA,

DEL DOTATO PRIAPUS

LA GIOIA CAMPESTRE

CHE INFINITE ADDUSSE

GIOIE AI CALCATI…..

E’ un poema che deve essere scritto nella quiete di una notte coperta dalla “nube di Islanda”, mentre si espande per l’aere il canto possente a tono baritonale di Priapus, che inonda, accompagnato dai suoni del Flauto di Pan,  i territori circonvicini: Mazzano, Faleria, Campagnano, Sacrofano, Sant’Oreste, fino a Martignano, lago sacro ai Sileni.

Canta infatti il Grande Priapo, dagli attributi possenti, teneramente abbracciato al suo coinquilino boschivo, Lupo Mannaro, proprio quello che ammansì Franceschiello d’Assisi, liberando il profeta dai vincoli del fondamentalismo religioso da cui era affetto..

Ed ecco la voce di Priapo che intona:

“Canta, Lupo Mannaro canta,

la nenia che tormenta tutti i cuori della tribùùùùùùùùùùùùùù..

Dice, tremando la tua voce

io non avrò mai pace questo amore è una schiavitùùùùùùùùù.

(Lupo Mannaro è infatti innamorato di Lupa Capitolina!)

Scende la sera e laggiùùùùùùùùùùùùùù

brilla una stellaaaaaaaa

ma il nostro amore quaggiù

non brilla piùùùùùùùùùùùùù”

(Caspita!! C’è la nube assassina!)

Comunque tutti noi frequentatori di Calcata Vegetariana, cioè: Cantori girovaghi, Minestrelli (mangiatori di minestre vegetali preparate da Saulo), Troubadours, Trovatori, Trovatelli, Trobadores (di… fungi, di tartufi e tartufelli), improvvisatori di facezie, naturalisti, naturisti, nudisti e vestitisti, vegetisti, vegetariani, crudisti e crudeli (seguaci di Crudelia Dè Mon), buccisti di banane (scivolatori e sciatori su prato), papagheni, amici di Bin Laden, Zorro, Primula Rossa e Zazà, seguaci degli Amish, fedeli di fantasy, horror e kukluxklan, flebotomi, cacciatori di serpenti e di faine, sifilografi (che scrivono di Sifilo, figlio di Niobe, ma anche di sifilide), carmelitani scalzi e carmelitani ben calzati (attenti ai primi: costruttori di conventi dietro ai quali far eseguire duelli all’ultimo sanguine)…

NOI TUTTI, fra poco orfani di cotale organizzatore, quale messer Arpino, cosa inventeremo? A te clamamus, PRIAPE, exaudi orationem nostram!

Georgius Vitalicus clamans ex Calcatae silva

27 giugno 2010

L'astrologia nasce nella valle dell'Indo e del Saraswati


La linea azzurra indica l'antico corso del fiume Saraswati

L’astrologia reincarnativa indiana  è l’astrologia delle origini, di matrice lunare essa è molto vicina ai tempi della società matristica. Si dice che l’astrologia indiana sia nata dalla civiltà dell’Indo e del Saraswati e poi trasmessa ai popoli mediorientali ed alla Grecia. Nel computo indiano si tiene conto di quel processo denominato precessione degli equinozi o ayanamsa, correggendo adeguatamente la posizione dei pianeti nel segno. C’è poi la diversa denominazione (e talvolta significato) degli archetipi e la compresenza dei cinque elementi. 

Così vediamo che l’elemento etere è collegato all’udito e simboleggia la coscienza (Satva); l’aria è collegato al tatto e simboleggia la mente (Satva-Raja); il fuoco è collegato alla vista e simboleggia l’intelletto (Rajas); l’acqua collegato al gusto simboleggia la memoria (Rajas-Tamas); la terra collegato all’olfatto simboleggia l’ego (Tamas). Questi elementi interagiscono con i 12 archetipi e con le forze motorie dell’universo rappresentate dalle posizioni planetarie, essi corrispondono anche agli stati di coscienza: assorbimento nell’anima, sonno profondo, sogno, stato di veglia e nescienza.

Nel sistema indiano è diversa anche la simbologia dei 12 segni, non si parla di “segni” ma di nidhana, porte d’ingresso a questo mondo, con colorazioni e figurazioni diverse, ognuno corrisponde ad una propensione karmica. 

Il primo nidhana rappresenta una vecchia cieca ovvero la spinta di impulsi ciechi; il secondo presenta un vasaio segno di attaccamento verso le forme materiali; il terzo è una scimmia che simboleggia il desiderio di conoscenza; il quarto è una coppia in barca e significa desiderio di completezza ed autonomia; il quinto è una maschera umana o il bisogno di esteriorizzare; il sesto mostra un contadino che spinge l’aratro cioè il desiderio di realizzazioni concrete; nel settimo vediamo un uomo con un occhio trafitto da una freccia, il bisogno di tenerezza; nell’ottavo c’è un ubriaco affiancato da una donna che gli versa il vino, la sete insaziabile dei piaceri; nel nono osserviamo un uomo che raccoglie dei frutti, vuol dire desiderio di accumulazione; il decimo mostra una donna gravida, asservimento al compito; l’undicesimo mostra un bambino nascente, significa la volontà di esaurire il proprio karma; infine il dodicesimo nidhana svela un cadavere portato in corteo e simboleggia il disinteresse per le cose del mondo.


Paolo D'Arpini


Una memoria su Gurumayi Chidvilasananda, come io l'ho conosciuta....



A Roma la incontrai  all’Ergife, l’hotel  per conferenze di periferia, quando era già un famoso Guru (non so come si dice al femminile forse Guri?) ma la prima volta che la conobbi  fu in India,  quando eravamo semplici “fratelli spirituali” per questo nel racconto che segue parlo di Malti, la ragazza indiana conosciuta a Ganeshpuri.  Magari dovrei raccontare qualcosa di più sulla settimana trascorsa con lei  all’Ergife (1982 od  ‘83 ?), giorno dopo giorno,  meditazione dopo meditazione, emozione dopo emozione,  una settimana romana piena di “spirito” e  con tanti segnali.

Ad esempio ricordo come certi amici sderenati di Calcata  che erano venuti ad incontrarla -su mia indicazione-  non poterono vederla perché si rifiutarono di vestirsi in modo decente, sapete com’è la gente di Calcata si crede tutta speciale, ognuno veste come un personaggio unico, chi in maschera, chi con le paillettes, chi con le borchie, chi pieno di toppe, chi…. Insomma tutti attori di scena macabra o ridanciana  (per intenderci) ed alcuni non furono ammessi alla sua presenza.  Solo pochi dei calcatesi poterono accedere, fra i quali io stesso che non avevo particolari esigenze di vestiario….  Ricordo che all’Ergife i suoi discepoli stretti avevano cambiato l’atmosfera dell’albergo, riverniciando completamente la sala, inserendo tendaggi, profumando l’aria e allestendo una apposita cucina vegetariana.  Cibo ottimo che probabilmente non apparirà mai più in quel luogo di finti sceicchi,  uomini d’affari un po’ degagè e politicanti d’arrembaggio.  Ricordo che persino il traffico attorno all’albergo e nel parcheggio sembrava più umano… miracolo della bellezza di Gurumayi o della grazia del suo e mio Guru? Chissà!

Ma torniamo al 1973,  in Maharastra.




Allora si chiamava Malti, era una bella ragazza indiana di 17 o 18 anni che viveva nell’ashram del mio Guru Muktananda, lo Sri Gurudev Ashram di Ganeshpuri.

Non l’avrei però degnata di grande attenzione, come tutte le altre sorelle spirituali d’altronde,  se non avessi sentito di quella sua esperienza che attirò la mia curiosità. Pare che un giorno uscì di corsa dalla sala di meditazione per andare davanti a Baba tenendo sollevata la mano ed esclamando: “Durante la meditazione ho visto apparire un cobra  che mi ha morso qui  al  dito”.  In seguito Baba  raccontò pubblicamente il fatto commentando: “Ricevere la benedizione di un cobra durante la meditazione è un segno di sicura realizzazione…”.   Bastò questo a rendere Malti più interessante ai miei occhi  e mi fece riflettere: ” Dunque questo è un segno di sicura realizzazione… ma come mai non è successo anche a me?”  Mi chiedevo pensoso ed anche un po’ invidioso.

Un bel giorno infine ebbi anch’io una simile esperienza, dico simile perché differiva su un fatto sostanziale… Ero seduto immobile consapevole di star meditando, mi trovavo nella ‘cave’, la nicchia sotterranea nella quale Baba stesso aveva meditato per anni. Ad un certo punto sentii che attorno a me l’atmosfera stava cambiando, il luogo era sempre lo stesso ma l’aria  si era trasformata in una specie di liquido amniotico. Respiravo normalmente anche se  tutto pareva fluido e denso.  Vidi all’improvviso uno strano essere che volteggiava giù dalle scale, nuotando,  a prima vista sembrava una grossa anguilla poi mentre si avvicinava  mi apparve come un pesce strano, anzi sembrava proprio un celacanto, mi girò un po’ attorno ed improvvisamente si tuffò sulla mia mano e la morse con forza. Sentivo i denti appuntiti sulla pelle e questo bastò a scuotermi dalla meditazione, aprii gli occhi,  la saletta era rischiarata da un solo lumicino, sulla  mia mano non c’erano segni di morsi ma percepivo ancora sulla pelle  quella sensazione appena vissuta. Dopo un po’ mi venne quasi da ridere, me l’ero proprio voluta… ora come potevo andare in giro a raccontare che ero stato morso da un celacanto?  Tenni la cosa per me considerandola una lezione per la mia dabbenaggine comparativa.

Il fatto è che parecchi anni dopo Malti, che ora si chiama  Chidvilasananda (che vuol dire: beatitudine del gioco della coscienza),  divenne  Gurumayi e successe a Muktananda, lei è la nuova maestra del Siddha Yoga. Questo mi mise in una posizione strana, da una parte  accettavo la successione  spirituale, sancita dal Guru stesso, dall’altra non potevo far a meno di ricordare la giovinetta  conosciuta all’ashram. Dentro di me era chiaro che la consideravo una sorella spirituale,  ma sorella maggiore o sorella minore…?

Non mi preoccupai però eccessivamente della cosa e pur avendola rivista a  Roma ed anche in India continuai ad osservare Gurumay  con un  punto interrogativo in mente. Dentro di me sentivo comunque l’assurdità di tutto ciò, in fondo che importanza ha -dal punto di vista della coscienza- la parte che viene giocata in questa commedia?  Mantenni un atteggiamento di rispetto e simpatia, con distacco…  Finché una notte, a Calcata, feci un sogno molto vivido, mi vedevo  in procinto di partire ma non ci riuscivo, o non arrivava mai l’aereo o mancava qualche documento, una lista d’attesa frustrante ed inconcludente, nel sogno una donna si avvicinò a me e mi disse che sarei potuto andare ma Gurumay voleva prima fotografarmi, io acconsentii  mettendomi in posa, avevo inoltre uno zucchetto in testa e mi sembrava di essere un dottore della legge od un vescovo con quel simbolo in capo, faceva molto caldo il cappelletto mi scivolava sulla fronte, ma non volevo toglierlo (era il simbolo del mio potere acquisito), davanti a me Gurumay armeggiava con una macchina fotografica ma esitava a riprendermi finché esclamò:  “Come faccio a fotografarti se non ti levi  quell’affare dagli occhi?”. Sentii gocce di sudore  scendermi dalla testa, la sensazione era insopportabile, non ce la facevo più a nascondermi e gettai lontano il cappelletto, basta con questa scena ridicola mi dissi, proprio in quel momento Gurumay scattò la foto.  Quella era la foto per il “visto” che mi mancava per partire.

Partii ed andai a stare con lei a Ganeshpuri, ci restai qualche mese, sentendo qualcosa che si scioglieva giorno dopo giorno. Ma ancora non avevo vissuto un’esperienza significativa e risolutiva con lei. Senza volerlo un giorno in cui mi trovavo a camminare da solo in giardino  vidi che dall’altra parte sopraggiungeva Gurumayi, anche lei da sola, continuai a camminare come se nulla fosse, ma vedendola avvicinarsi non potei far a meno di guardarla, pure lei mi osservava e continuava a camminare con grazia, feci del mio meglio per apparire  indifferente ma allorché ci incrociammo, a distanza ravvicinata, sentii per la prima volta in vita mia il fuoriuscire  di un amore incommensurabile e totale, in cui c’era tutto, sia l’amore per la madre, la sorella, la figlia, l’innamorata e l’amica, sia lo scioglimento dell’io di fronte alla sua sorgente. Ancora quasi mi vergogno a raccontarlo, un amore senza limiti né confini…. A questo punto che senso ha continuare a  vedere Gurumayi  in termini di “sorella spirituale maggiore o minore”?   Quell’amore mi ha derubato di ogni concetto.


Paolo D'Arpini

Maha Shivaratri, la mistica unione di Shiva e Parvati



In India nel mese di Phalguna (febbraio – marzo), da 5115 anni, inizio della presente era Kali Yuga ma forse anche nelle ere e tempi precedenti, si celebra lo Shivaratri, letteralmente la notte di Shiva, nei giorni immediatamente antecedenti la luna nuova. Questa notte sacra è dedicata all’unione mistica di Shiva e Parvati, il maschile e il femminile, la coscienza intelligenza e l’energia manifestativa della vita. 

Nel 2015  la celebrazione del Maha Shivaratri  è fissata al 17 febbraio è quella sera reciterò lo Shiva Manasa Puja, un inno dedicato a Shiva. L'inno fu scritto da un demone, Ravana, imperatore di Sri Lanka (di cui leggerete dabbasso).   Lo Shiva Manasa Puja è l’inno che dal 1973 canto ogni sera prima di addormentarmi. Dicono che la sua potenza sia tale da purificare completamente la mente del recitante, e cancellare ogni peccato commesso volontariamente od involontariamente durante la giornata. Non so se sia vero ma credo di sì.. poiché appena recitato l’inno piombo in un sonno ristoratore e senza sforzo…

E’ un inno dalla musicalità molto delicata, è un elenco di azioni rituali, è una visione della Bhakti, il non-pensiero devozionale che ci rende Bacchi, secondo la fulminea intuizione di Danielou, il Bhakta è il Bacchos, colui che è posseduto dal divino entusiasmo.



Shankaracharya: Shiva Manasa Puja.

http://www.dailymotion.com/video/x28um1u_shiva-manasa-pooja-stotram-shiva-manasa-pooja-stotram_music

(parte del testo con traduzione)

Rathnai Kalpitham asanam, Himajalai snanam cha divyambaram,
Naana rathna vibhushitham mruga madha modhanvitham Chandanam,
Jathi champaka bilwa pathra rachitham, pushpam cha dupam thathaa,
Dipam deva dayanithe pasupathe, hrud kalpyatham gruhyatham.

Ti offro un trono immaginario adorno di preziosi, un bagno d’acqua
delle nevi dell’Himalaya, paramenti di seta da indossare, e gioielli
preziosi a profusione. Ti offro muschio e sandalo, e fiori di Bilwa e Champaka, la lampada rituale, e questi doni li offro attraverso l’occhio della mente, Oh Dio misericordioso e Signore di tutti gli esseri. Accetta la mia
offerta e concedimi la Tua benedizione.

Souvarne nava rathna Ganda Rachithe, pathre Grutham Payasam,
Bakshyam pancha vidam Payo dadhiyutham, rambha phalam panakam,
Saaka namayutham jalam ruchikaram, karpura gandojwalam,
Thamboolam manasa maya virachitham Bhakthyo prabho sweekuru

Ti offro il burro chiarificato e il dolce payasam in un vaso d’oro con nove gemme preziose, Ti offro cinque piatti diversi di cagliata e latte, banane, verdure, acqua e foglie di betel, Ti offro la canfora ardente e campanelli tintinnanti, questi doni nella mia mente sono offerti con devozione assoluta a Te, Signore, ti prego accettali e accordami la tua benedizione.

Chathram Chamarayoryugam vyajanagam, chaa darshakam nirmalam,
Vina bheri mrudanga kahala kala githa nruthyam thada,
Sasthangam pranthi sthuthir bahu vidha, hyethat samastham maya,
Sankalpena samapitham thava vibho, pujam gruhana prabho.

Ti offro il giusto altare e dei ventagli decorati, uno specchio lucente, Ti offro Vina, timpani, Mrudanga e un tamburo gigante, Ti offro canti, balli e grandi inchini, ogni tipo di preghiere, Tutti questi doni ti offro, mio Signore, mentalmente e Ti prego di accettare questa mia adorazione.

Aathma thwam Girija Mathi sahacharaa, prana sarreram gruham,
Puja they vishayopa bhoga rachana, nidhra samadhi sthithi,
Sanchara padayo pradakshina vidhi, sthothrani sarva giroh,
Yadyath karma karomi thathad akhilam, shambho thavaradhanam.

La mia anima è il tuo tempio, mio Signore. Le mie opere sono i tuoi servitori, il mio corpo è la tua casa. Le gratificazioni dei miei sensi sono atti di culto, il mio sonno è meditazione profonda su di Te, tutti i miei passi sono circumambulazioni di Te, ciò che esce dalla mia bocca sono preghiere per Te. Oh Signore, tutto quello che dico e faccio è una forma di devozione per Te.

Kara charana krutham vaak kayajam karmajam vaa, 
Sravana nayanajam vaa maanasam vaa aparadham,
Vihithamavihitham vaa sarva methath Kshamaswa,
Jaya Jaya katunabdhe sri Mahadeva Shambho.

Oh Signore perdona tutto ciò che ho compiuto con le mani, con l’azione, con il corpo o l’udito, con la vista, o con la mente, ciò che è legittimo e ciò che non lo è stato. Oh Benevolo, Oceano di Misericordia, sia lode al più grande degli Dei, al Benevolo.

Matha cha Parvathy Devi,
Pitha devo Maheswara,
Bandhava Shiva Bakthamscha,
Swadeso Bhuvana thray.

Mia madre è la dea Parvati, mio padre è il Signore Shiva, i miei amici sono i devoti di Shiva e la mia terra natale si estende sui tre mondi.
(traduzione di Beatrice Polidori)

Paolo D'Arpini





Om namah shivaya: https://www.youtube.com/watch?v=s0JDuoeGMRQ&feature=related

Il vero ritorno a casa.... nel grande assorbimento



“La casa è il corpo più grande” diceva il poeta e saggio Kalil Gibran ed è vero… perché sentire di stare a casa sorge dal senso di presenza in cui si riconosce la propria casa. Quindi la casa non è un luogo ma uno stato di coscienza.  
Il 26 aprile  ricorre l'anniversario della inaugurazione del Circolo Vegetariano VV.TT., quella sera del 1984 facemmo una festa nella sede storica di Calcata e da allora ogni anno, abbiamo festeggiato il compleanno con la cosiddetta "Festa dei Precursori". 
Dal 2011 la sede del Circolo è stata spostata a Treia (una silloge della nostra storia:  http://www.aamterranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/Da-Calcata-a-Treia-epopea-del-Circolo-vegetariano) e da allora la Festa dei Precursori qui si è svolta. Forse la sede di Treia sarà anche quella definitiva e magari  il Circolo continuerà ad esistere anche dopo la mia dipartita, chissà...? Ma  non credo che per me  vi saranno ulteriori spostamenti e pertanto  qui a Treia resto in attesa del  “Grande Assorbimento”, un eufemismo per significare il momento auspicioso del “Vero” ritorno a Casa. Il momento in cui lo spirito si alleggerisce da ogni legame corporale ed il senso di “presenza” è assolutamente libero e indipendente da ogni luogo e da ogni tempo. 
Ma non è detto che questa condizione di totale “affrancatura” debba essere raggiunta con la morte, può avvenire anche nel corpo il momento in cui i legacci col mondo vengono recisi, il momento in cui il senso di identificazione con l’ego viene sciolto, per ritrovare la propria natura originaria nel Sé.
Questa scoperta di Sé, in verità, non è ottenibile in alcuna forma ma è solo un “riconoscimento”… Per aiutare questa “ricerca”  ho sviluppato un metodo di auto indagine, che parte dalla conoscenza delle propensioni innate manifestate nella propria mente. La mente personale è in realtà una sorta di immagine speculare, non realmente esistente, ma dobbiamo partire da questa se vogliamo scoprire il reale “soggetto”.
Quest’anno il tema della Festa dei Precursori è "il tramando", la trasmissione delle conoscenze acquisite. Ed anch'io avrei qualcosa da tramandare:  l'apprendimento degli archetipi primordiali che contraddistinguono i vari modi espressivi della psiche umana. Una ricerca compiuta in parecchi anni di studio e di analisi comparate. Un insieme di conoscenze e intuizioni  connesse all'antica scienza archetipale e filosofica cinese integrate dal sistema elementale indiano.  
Ne parlerò un po' durante gli incontri che si terranno il 25 ed il 26 aprile 2015 a Treia, sperando di trovare ascoltatori interessati a ricevere questo messaggio. Che non potrà certamente venir trasmesso lì per lì ma potrà diventare un argomento di studio durante successivi incontri. 
Paolo D'Arpini

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Programma di massima della Festa dei Precursori 2015: