L'ombelico del mondo e l'energia universale che tutto manifesta e compenetra

"La nostra vita non è separata dalla Vita. La nostra esistenza
individuale è parte dell’Esistenza totale, inscindibilmente connesse,
inseparabili..." (Saul Arpino)




C’è nell’induismo una bellissima immagine che raffigura il Creatore,
Brahma, attaccato con un cordone ombelicale a Vishnu. Vishnu in questo
caso raffigura l’Uno da cui tutto procede (e non soltanto il
Conservatore). Ed anche noi siamo collegati all’ombelico del cosmo,
poiché siamo un’espressione vitale dell’interezza della vita,
dipendenti dalla Sorgente.

In una forma di meditazione zen ci si concentra sull’ombelico, hara in
giapponese, che viene considerato il punto d’incontro dell’energia
vitale, ki. Nel Tantra quel punto corrisponde al chakra in cui brucia
il fuoco eterno, Manipura (plesso solare). Secondo altre scuole la
base di collegamento con l’infinito, di cui siamo la manifestazione, è
indicato in altre aree o chakra: nella base della colonna spinale, nel
cuore, nella ghiandola pineale o sulla sommità della testa (la
fontanella).

Poco importa la sua ipotetica “ubicazione” –che è solo una convenienza
descrittiva in quanto come può essere “ubicato” quello che tutto
contiene?- ciò che conta è che sicuramente per ognuno di noi esiste un
“Centro”, una radice che nutre il nostro essere. Possiamo non esserne
consapevoli ma il “Centro” esiste e si esprime in forma di Coscienza.

Secondo Abraham Maslow “l’attuazione di sé” significa divenire
consapevoli di questo “Centro”.

Vivere lontano dal proprio “Centro”, che è il ponte che unisce la
nostra esistenza individuale con quella Universale, corrisponde al
sentirsi separati, “gettati su questo mondo” –usando le parole di
Sartre. Ovvero ritenersi estranei e privi di radici con l’esistenza.
Da ciò deriva una condizione di perenne inquietudine, che cerchiamo di
soddisfare con i desideri e le scelte, ma il risultato é solo
frustrazione, paura, incertezza e lotta… ed è una lotta che conosce
solo sconfitta! Infatti come ci si può ribellare o tentare di
modificare la vita quando noi stessi siamo una sua emanazione?

Perciò, nella spiritualità laica, la realizzazione, l’integrità, la
“santità” (se preferite questo termine) consiste nel risiedere nel
proprio “Centro”. Nel lasciarsi andare in profondità sino alle radici
dell’Io.

E’ difficile? Sembra impossibile?

In verità è la cosa più semplice di questo mondo, poiché –come
affermava Ramana Maharshi- non possiamo fare a meno di essere quel che
già siamo, basta divenirne consapevoli: “Scendete alle radici stesse
dell’io. Sperimentate ciò che siete nel profondo”.

“Qualsiasi cosa è stata oggetto di esperienza, ed accettata, può
essere anche trascesa; qualsiasi cosa venga repressa, e non accettata,
non potrà mai essere trascesa” (Osho)

“La gioia consapevole nel mondo è la stessa dell’estasi nel Samadhi
(assorbimento trascendente nel Sé)” (Shivasutra)

“Io ed il Padre mio siamo Uno…” (Gesù)



Paolo D'Arpini

Macellazione e frollatura... e la carne è in tavola




In attesa che il Governo si muova con una legge etica potete firmare la petizione online dell’Enpa:

Al Ministro della Salute – Al Comitato Nazionale di Bioetica. I
sottoscritti cittadini CHIEDONO: l’abolizione della deroga concessa in
Italia con il decreto legislativo 333/98 con la quale si concede di
effettuare la macellazione rituale ebrea e musulmana che provoca
terrore e sofferenze indicibili agli animali. La macellazione rituale
prevede che l’animale debba essere ancora cosciente quando con una
lama affilata vengono recisi esofago, trachea e vasi sanguigni fino al
totale dissanguamento, con una morte lenta ed atroce. Firma on line:
http://www.enpa.it/it/



Il destino della carne morta

Subito dopo la macellazione la carne ha caratteristiche di scarsa
commestibilità che migliorano con la frollatura a causa del rigor
mortis e dello stato strutturale delle proteine muscolari. La
frollatura si svolge mediante mantenimento dei quarti a 0-4 °C e ad
un’umidità relativa del 75% per un periodo di 10-14 giorni dopo la
macellazione. La frollatura è una proteolisi attuata da enzimi di
origine microbica e tissulare e permette alla carne di acquisire un
maggior grado di tenerezza e succosità, una perdita di colore. Lo
sviluppo moderato di sostanze aromatiche (chetoni, aldeidi, ammoniaca,
ammine, idrogeno solforato, ecc.) conferiscono alla carne una maggiore
serbevolezza. Un’elevata carica microbica iniziale, un prolungamento
della frollatura e un’alterazione delle condizioni ambientali rendono
tali processi di tipo degenerativo e causano il deperimento della
carne per putrefazione.

La proteolisi e la putrefazione sono due processi fra loro
strettamente correlati in quanto il primo è il preludio al secondo e,
in parte, si sovrappongono con intensità via via crescente della
putrefazione. La proteolisi consiste nella rottura della struttura
primaria delle proteine e, quindi, nello sviluppo di catene
polipeptidiche più piccole e di amminoacidi liberi. In generale la
proteolisi porta ad un aumento della digeribilità delle proteine (che
non possono essere assorbite dall’organismo come tali, ma solo se
“spezzettate” nei loro elementi costituenti, gli aminoacidi – anche
quelle vegetali- n.d.r.) ma, anche, ad una potenziale riduzione del
loro valore nutritivo. La putrefazione propriamente detta consiste
invece nella distruzione degli amminoacidi, con conseguente sviluppo
di composti fortemente aromatici derivati dal metabolismo dell’azoto
(ammoniaca, ammine, cadaverina, putrescina, ecc.) e dello zolfo
(idrogeno solforato, mercaptani). I primi sono responsabili di odori
pungenti e sgradevoli che ricordano, ad esempio, il pesce marcio, i
secondi degli odori sgradevoli che ricordano le uova marce.
(Wikipedia)……………..

Baba Muktananda come io l'ho conosciuto... in piena libertà



L'Ashram di Swami Muktananda nei primi anni '70 del secolo scorso


Come posso raccontare l’incontro avuto con me stesso, come potrei descrivere l’io dinnanzi all’Io? Questo riconoscimento del Sé avviene come stabilito dal destino. Per me accadde allorché mi trovai dinnanzi al mio Guru Muktananda. Ma definire un “qualcuno” Guru è una limitazione alla verità, poiché Guru non è semplicemente una persona ma è la Coscienza unitaria che anima e si manifesta in ogni persona. Quella Coscienza io sono. Ma prima di giungere a questa “consapevolezza di Sé” dovrò fare molta strada indietro nel tempo, per raccontare spezzoni e spezzoni del mio sogno, della mia identificazione con l'immaginario “io” che ho creduto di essere per tanto tempo. Questo discorso metafisico è alquanto strano, non c’è altri che il “Sé” eppure quando si prefigura un “io” automaticamente la mente produce un soggetto che si ritiene attore ed usufruitore di ogni esperienza vissuta, questo io, od ego, è un’identità riflessa nello specchio della coscienza, è un’immagine speculare che non potrà mai essere il vero “Io” eppure ne rappresenta le caratteristiche, in quanto coscienza, come ogni immagine speculare…

Lascio da parte ogni tentativo goffo di descrivere l’indescrivibile e mi soffermo sull’aspetto riferibile di quell’incontro con il Sé, quel momento di realizzazione e di assoluta libertà e presenza che avvenne… presente ora come allora e come sempre sarà….. Ma quella meravigliosa “ri-unione” non poteva avvenire che nel momento stabilito dal fato, non poteva succedere ad esempio nel 1970 allorché Swami Muktananda visitò Roma e soggiornò in una semplice casa di Via Trionfale presso una semplice famiglia, di italiani "qualsiasi", la famiglia di Giacomo e Giovanna Pozzi. In quel tempo stavo ancora godendo dell’assoluta creatività del mio piccolo io. Dovevo spogliarmi di quelle vesti per mezzo di un viaggio a ritroso, nell’abbandono dell’identificazione, un viaggio che fisicamente mi portò ad attraversare tutta l’Africa, sino a perdere ogni voglia di essere qualcuno o qualcosa ed infine mi consegnò davanti a me stesso, ed allo stesso identico momento di fronte al Guru Swami Muktananda.


Accadde nel giugno del 1973. E qui di seguito brevemente vi riferisco il primo approccio di questo incontro…..



In viaggio verso il Sé.

Ce l’ho fatta, ho giusto i cento dollari per il passaggio (o poco più)
ma sono sulla nave che mi porta in India, dopo aver attraversato
l’Africa equatoriale in un viaggio epico e misterioso, con mezzi di
fortuna e facendo la manche per il sostentamento spiccio. Mi sono
spacciato per “scrittore in esilio” ho chiesto soldi a tutti senza
vergogna e i soldi mi sono stati dati, in Costa d’Avorio, Alto Volta,
Togo, Dahomey, Camerun, Congo Brazzà, Congo Belga, Impero
Centrafricano, Ruanda, Tanzania, Kenia… Eccomi, dopo esser rimasto
sotto il sole nella spiaggia di Malindi, per un mese buono, ospite di
un’amica, Walda, in un bellissimo cottage sul mare con l’unico compito
di fumare il narghilè e giocare con la sabbia, infine mi sono stufato
e con gli ultimi risparmi mi compro un biglietto di terza classe sul
cargo che collega Mombasa a Bombay. Insomma il viaggio continua e,
senza volerlo, non avendo altro posto dove andare, vado in India la
terra dei Guru….

E’ l’estate del 1973, dopo dieci giorni di mal di mare sbarco a Bombay
il 23 giugno. Lo ricordo bene perché era quello il giorno del mio 29°
compleanno. Dopo l’Africa mi sembrava di non voler conoscere più
altro, cosa andavo a fare in India con tutti quei guru che vivevano di
storie raccontate? Molto scettico, quasi ostile, verso tutto
quell’interesse paraspirituale che era sorto in Europa dopo il ’68…..
Ed io il ’68 l’avevo fatto, ed anche il ’69, il ’70 e tutti gli anni a
seguire, insomma avevo vissuto nel vortice, ero un intellettuale, un
illuminato, che ci andavo a fare in mezzi ai guru?

Già, immaginavo che ci fossero guru ad ogni angolo di strada pronti ad
imbambolare la gente con le loro litanie. "Niente paura, io son laico
di natura, li smaschererò tutti.."  mi dicevo, e così pensando appena
fuori del porto mi ritrovo su un calesse che corre a velocità
stratosferica verso l’area centrale di Bombay, dove sta il grand-hotel
Taj Mahal e gli alberghetti per occidentali.

Una fortuna pazzesca, non c’è posto in nessun albergo a poco costo e
vado a bazzicare nella hall del Rex Hotel (a quel tempo abbastanza
quotato), lì incontro subito due ragazze, una è italiana e si chiama
Pupa l’altra italo-americana e si chiama Francis. Attacco bottone,
sono specialista in questo, e trovo posto a gratis nel letto di Pupa e
mi tengo buona Francis per un dopo. Potete immaginare la mia
meraviglia allorché scopro che le due donzelle vengono proprio
dall’ashram di un “famoso” guru, che dicono chiamarsi Muktananda, ma
io non l’ho mai sentito nominare. Indago astutamente su di lui e
siccome le ragazze mi invitano ad andarlo a conoscere accetto pensando
che finalmente potrò confrontarmi con un guru. Immaginatevi uno che si
è fatto tutta l’Africa, in mezzo a mille pericoli, sommosse,
aggressioni, baruffe, fame, sete, paura, sonno, malaria, erba, insomma
tutto quanto possa forgiare un uomo, renderlo sicuro di sé –entro un
certo limite s’intende- uno che ha viaggiato e sa, conosce le
situazioni ed i pensieri della gente, un sopravvissuto a se stesso,
quell’uomo, io, si trova a doversi togliere gli stivali per entrare
dentro il tempio del guru. Sì, togliere gli stivali, praticamente
spogliarsi impedirsi una via di fuga, umiliarsi….

Non c’è nulla da fare o ti togli gli stivali o non entri, questa è la
regola. Me li sono tolti, perché son più forte persino degli stivali,
non ne ho bisogno.. ed entro nel tempio. Stanno cantando un canto
dolce, dicono che durerà una settimana di seguito,  il “mantra” lo
conosco l’avevo già sentito sulla nave che mi portava in India cantato
sulla tolda da gruppi estatici di indiani accompagnati dall’harmonium
a soffietto. Qui è la stessa cosa, ma c’è più sintonia, la melodia è
trascinante, ed a me piace cantare, mi metto a cantare anch’io… E
mentre canto, e passa il tempo, insondabilmente mi ritrovo presente a
me stesso. Ma star seduto per terra sul pavimento così a lungo mi fa
venire una voglia incredibile di andare a pisciare, sto per alzarmi ma
una voce interna a quel punto mi ordina “puoi andare a pisciare solo
dopo esserti inchinato”. Come, inchinarmi io? Cos’è questa nuova
barzelletta che mi frulla in testa? Resto bloccato non posso muovermi
son controllato da una forza sconosciuta, anzi ri-conosciuta, passa
altro tempo ed alla fine debbo cedere non ce la faccio più, mi
inchino, come ho visto fare qualche altro, di fronte ad una statua
nera, sopra c’è scritto “Om Namah Shivaya”. Stranamente non resto
impressionato dall’esperienza, mi pare che non abbia importanza è
stato solo un momento di debolezza.

Ed ora l’incontro con il guru. E’ scesa la sera, abbiamo già cenato,
Muktananda sta seduto sui gradini della sua dimora in un cortile
interno dell’ashram. Vedo delle persone che passano in fila davanti a
lui e chiedo a qualcuno “Di che si tratta? Che succede?” – “Oh, il
maestro sta distribuendo il prasad” Curioso mi metto anch’io in fila
pensando, finalmente potrò vedere in faccia questo guru, ma la notte è
buia non vi sono luci se non qualche lumino qua e là, all’improvviso
mi trovo di fronte al guru, non vedo nemmeno la sua forma solo
un’ombra nell’ombra, un’intuizione mi si staglia però nitida nella
mente, inequivocabile ed inconfondibile “Ecco, mi ha riconosciuto!” Ma
subito dopo “com’è possibile non l’ho neanche mai visto..” .
Abbacinato ed imbambolato, resto fermo lì davanti mentre Muktananda mi
spinge un qualcosa sulla mano, resto immobile, pietrificato, finché
qualcuno da dietro la fila mi spintona per farmi procedere. Nella mano
ritrovo un pezzo di dolce al latte. Che farne? Indovino che la cosa
migliore sia di mangiarmelo. Com’era buono!

Paolo D’Arpini


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Consigli spirituali

Se uno si atteggia a maestro ma non è mai stato discepolo, sappi che è
solo una pestilenza.

L’Universo è perché tu sei, Dio è perché tu sei. Oh amico perché
ignori te stesso per cercare un altro?

Quegli parla molte lingue, ha visitato numerosi paesi, ha ottenuto
vari titoli e grande successo. Ma – oh amico – se egli non gode la
gioia dell’anima è solo un accattone.

Nella mia ricerca della verità ho viaggiato a lungo, ho interrogato
parecchia gente e visitato vari luoghi sacri, ma nessuna risposta
giunse. Poi mi son fermato ed ho trovato la verità, dentro di me.

Se cancelli “io” tu diventi l’Io.

Una prostituta che vende il suo corpo per guadagnarsi da vivere è
sicuramente meglio di uno yogi che usa la sua conoscenza per farsi un
nome, salire nella scala sociale, godere di piaceri mondani o
conquistare ricchezze.

Sii amico del maestro che ti eleva al suo stesso livello, che ti
affranca dalla trappola di nome e forma e ti rende libero come se
stesso.

Se una goccia d’acqua si fonde nell’oceano non è più una goccia, è l’oceano.

Oh amico, se vuoi restare in pace non usare furbizia con il tuo maestro.

Non fuggire perché temi le difficoltà, ovunque tu vada le difficoltà
ti seguiranno, ricordalo.

Oh amico, tu sei nato nel ventre di donna, sei cresciuto succhiando il
suo latte, perché distruggi te stesso accusandola?

Se cerchi l’amore, la bellezza ed il rispetto nella tua vita,
controlla i tuoi sensi.

Un mendicante che ha una mente serena vive meglio di un imperatore.

Oh amico, altisonanti titoli quali eccellenza, onorevole, reverendo o
conquistare gli omaggi del mondo, son tutti fiori di plastica e
null’altro, se il messaggio della saggezza non è presente.

Ognuno cerca il posto od il rapporto ideale. Rendi il tuo stesso cuore
ideale, perché vagare di porta in porta?

Swami Muktananda

Erba gatta e sballo felino



Frank, il mio ultimo, malconcio gatto domestico, secondo me mangiava d’abitudine piante stupefacenti per avere allucinazioni. Ogni sera d’estate, alle cinque in punto, Frank si trascinava nell’orto per un aperitivo a base di Nepeta cataria, o erba gatta. Prima l’annusava, poi mordeva le foglie e le strattonava, quindi iniziava a rotolarsi sulla schiena in una parossismo simile all’estasi sessuale. 

Le pupille gli si restringevano fino a diventare capocchie di spillo e assumeva uno sguardo fisso leggermente impaurito, che precedeva un balzo su un nemico o – chi può dirlo – un’amante invisibile. Frank atterrava maldestramente, si rialzava, faceva qualche buffo passo laterale e poi ricominciava, fino a quando, esausto, si metteva a dormire all’ombra di una pianta di pomodoro. 

Più tardi ho appreso che l’erba gatta contiene un composto chimico, il nepetalactone, che imita il ferormone presente nell’urina dei gatti durante la stagione degli amori. Questa chiave chimica sembrerebbe combaciare con un recettore afrodisiaco nel cervello del gatto e solo con quello. Era divertente osservare il mio gatto scombussolato da una pianta, ma anche sconcertante: per quel breve momento, Frank barcollava per il giardino come se fosse letteralmente fuori di sé. 


Eppure il giorno dopo era di nuovo lì, ma, cosa curiosa, mai prima delle cinque. Forse ritualizzava la pratica per tenerla sotto controllo; oppure gli ci voleva il momento migliore della giornata per ricordare dove cresceva quella pianta magica. 

Avevo piantato l’erba gatta esclusivamente per il piacere di Frank, ma ripensandoci a volte mi domando se non fosse nel mio giardino anche in qualità di sostituto della pianta proibita che avrei voluto coltivare per me. Mi riferisco alla canapa. Inebriante, curativa e utilizzabile come fibra tessile, la canapa è una delle piante più formidabili che potrebbero crescere in questi luoghi; ma, mentre scrivo, è anche la più pericolosa da coltivare. 


Ogni giorno, il rituale pomeridiano di Frank mi ricordava che il mio giardino poteva produrre molto più che cibo o bellezza, che poteva generare prodigi piuttosto interessanti per la chimica del cervello, e appagare così desideri più complessi...

(Tratto da: La Botanica del desiderio di Michael Pollan)

Il risveglio della Coscienza

Il 2 ottobre del 1982 ci fu il Mahasamadhi di Muktananda, il mio Guru.



Alcuni giorni fa mi ha telefonato mio fratello Alessandro per invitarmi ad una celebrazione prevista a Macerata, nel centro di Siddha Yoga, per il 7 ottobre 2014 (ricorrenza lunare). Così ho pensato di parteciparvi anch'io. Qualcuno potrebbe chiedersi cos'è questo Siddha Yoga? Questo ovviamente è solo un modo di definire il risveglio dell'energia spirituale che spontaneamente avviene al contatto con un essere realizzato. In altre tradizioni questo “risveglio” è stato definito in modi diversi:
Spirito Santo, Satori, etc. Insomma è qualcosa che succede quando l'anima è matura a distaccarsi dall'illusione separativa. 


E' un fatto naturale allo stesso tempo “raro” e “misterioso”. Ad esempio quando successe a me, durante la mia permanenza in India nel suo Ashram nell'estate del 1973, a quel tempo ero reduce dall'attraversamento di tutta l'Africa equatoriale, in fuga dal mondo e da me stesso, e non sapevo nulla di risveglio della Coscienza. Allorché ebbi quella esperienza credevo di essere impazzito o che che ci fosse LSD nel cibo. 

“Ma la divina energia (Shakti) una volta risvegliata lavora incessantemente e permanentemente. Questa è l'Energia che sempre cresce, che sempre più manifesta la sua gloria. Energia divina è solo un altro nome per Volontà divina. Così meravigliosa è questa Energia che è perfetta in ogni sua parte come nella sua interezza. Una volta che la Coscienza è stata risvegliata gli effetti della Grazia si manifestano sino al compimento finale della totale liberazione."

Questo disse Swami Muktananda in risposta alla domanda: "l'effetto di Shaktipat è temporaneo o permanente?"  Ed  anche per me era importante sapere cosa stava succedendo.... 


Comunque per un maggior chiarimento su questo “processo” lascio la parola al mio Guru:


Domanda (Mrs. Salunkhe): Cosa si può fare per essere meritevoli di
ricevere Shaktipat? E come fa una persona a sapere quando l'ha
ricevuta?

Risposta (Baba Muktananda): Per ricevere Shaktipat uno deve avere la
necessaria qualificazione. Dopo tutto cos'è Shaktipat? Per molta gente
questa parola risulta strana. Shaktipat è Grazia, la trasmissione
della Grazia divina. Shaktipat, Grazia divina e Favore del Maestro
sono sinonimi. Per lo Shaktipat uno deve essere maturo per la Grazia
divina. Per ricevere il Favore del Maestro innanzitutto uno studente
deve rilasciare la sua propria grazia sul Maestro.

Il Favore del Maestro ovviamente scenderà naturalmente,
spontaneamente, sul discepolo. Ma allo stesso tempo il Maestro ha
bisogno della grazia del discepolo, in forma di maturità per lo
Shaktipat.

Non devi domandare per sapere se hai ricevuto la Grazia o no. Quando
prendi un raffreddore te ne accorgi da sola senza dover domandare a
nessuno, osservando i cambiamenti che avvengono nel tuo corpo. Se ti
ammali di dissenteria o qualche altra forma di indigestione, lo sai
direttamente da te. Se litighi con qualcuno, guardando le tue reazioni
mentali comprendi subito che la mente è diventata inquieta, che la
lite ti ha lasciato in uno stato confusionale e disturbato.

Allo stesso modo, dopo aver ricevuto Shaktipat, alcune cose avvengono
al tuo interno. Osservandoti  puoi capire da te che sei stata
benedetta dalla Shakti. Il momento che la grazia penetra in un
discepolo egli si sente completamente rinnovato. Kriya yogiche e
movimenti interiori iniziano a manifestarsi da soli. Questi movimenti
possono essere fisici o mentali, esterni od interni.

Come risultato dello Shaktipat due di queste cose possono avvenire. O
entri in una condizione di meditazione profonda, uno stato di totale
assorbimento, o la mente diviene talmente disturbata come non lo è mai
stata prima, e tu cominci a chiederti cosa mai è successo...

Dopo che la Shakti si è risvegliata, ogni giorno nuove esperienze
iniziano a manifestarsi automaticamente, ed in breve tu puoi affermare
che la tua vita è trasformata completamente. Uno yogi ottiene la
liberazione dopo aver ricevuto Shaktipat. Prima di Shaktipat uno
dipende dagli altri. Per apprendere un semplice pranayama devi andare
da un maestro. Per una ordinaria meditazione ancora devi contare su
qualche tecnica o su qualche insegnante. Ma dopo Shaktipat l'energia
(Shakti) lavora liberamente al tuo interno e non devi più andare in
giro per imparare tecniche da diversi istruttori, poiché varie forme
di pranayama etc. avvengono da sé e la meditazione segue
spontaneamente.

Dopo il risveglio della Shakti un cercatore è in grado di sperimentare
differenti stati, visitare diversi mondi sottili, come il paradiso,
l'inferno, il mondo dei morti e quello degli antenati, e tutti gli
altri mondi mentali di cui parlano le scritture. Tu puoi avere strane
visioni nello stato di veglia, nel sogno, o nel tandra meditativo
(stato fra il sogno e la meditazione). Queste visioni rivestono grande
importanza e sono molto utili alla comprensione della mente. Dopo aver
ottenuto il risveglio della Shakti il cercatore deve conservarla
amorevolmente, con riverenza, facendo di tutto per mantenerla attiva
dentro di sé. (Swami Muktananda – Satsang with Baba: 30 giugno 1972)

Traduzione di Paolo D'Arpini

Spiritualità senza etichette - Un approfondimento sul concetto di Spiritualità Laica



Il significato stesso di "laicità" impedisce l'assunzione di un modello di pensiero  definito e specifico.  In effetti la Spiritualità Laica è sincretica nell'accettazione delle varie forme di pensiero ma non riveste i panni di alcune d'esse, si tiene in sospensione, in uno condizione di trascendenza.
 
Ovviamente la laicità per essere genuina deve essere distaccata persino dal concetto stesso di "laicità" ovvero non deve considerare questo atteggiamento di distacco come un prerequisito di verità.
 
Ciò è comprensibile  se osserviamo  la "spiritualità laica"  nel dominio dell'esperienza diretta e quindi dell'indescrivibilità del suo processo conoscitivo ed esperenziale. Insomma in questo senso "spiritualità" e "laicità" sono sinonimi con i quali si tenta di significare l'assoluta libertà della pura consapevolezza, una libertà che non può essere mai racchiusa in una descrizione. E come  potremmo mai descrivere il vero significato di "consapevolezza di Sé"?
 
Ma dal punto di vista dell'intelletto una certa "immagine" è possibile evocarla, in quanto  la Spiritualità Laica è già di per se stessa  un’immagine, un concetto, in cui inserire tutte quelle forme di “spiritualità” sperimentate dall’uomo. Siamo coscienti di muoverci all’interno della concettualizzazione dobbiamo perciò far riferimento all’agente primo  indicato con l’idea di spiritualità.

Se partiamo dalla comprensione  di ciò che viene osservato -esterno od interno- non possiamo far a meno di riscontrare che ogni “percezione” avviene per tramite della mente. La mente non può esser definita fisica, anche se utilizza la struttura psicosomatica come base esperenziale, la natura della mente è sottile, è lo stesso pensiero, ed ogni pensiero ha la sua radice nell’io. Quindi l’unica realtà soggettiva ed oggettiva attraverso la quale  possiamo dire di essere presenti è questo io.
 
Chiamarlo “spirito” è un modo per distinguerlo dalla tendenza  identificativa con il corpo, ed è un modo per ricordarci che la “coscienza” è la nostra vera natura. Quell’io – o spirito- che è la sola certezza che abbiamo, è l’unica cosa che vale la pena di conoscere e realizzare. Malgrado la capacità proiettiva della mente, capace di dividersi in varie forme,  mai può scindersi quell’io radice da noi stessi. L’io è assoluto in ognuno. Allora la spiritualità è il perseguire coscientemente la propria natura, il proprio io.  Spiritualità laica è il riconoscere questo processo   in qualsiasi forma  si manifesti.

C’è equanimità e distacco, non proselitismo sul metodo praticato  (appendice marginale della ricerca).  Questa visione laica ha in sé una capacità sincretica ma anche la consapevolezza dell’insignificanza della specificità della forma in cui l’indagine si manifesta.   Si comprende che ogni “modo” è solo un’espressione  dello stesso processo in  fasi diverse. Il percorso  cambia con le necessità del momento e con le  pulsioni individuali. 

E’ la  sincerità, onestà, perseveranza, che importano. Non ci sono pensieri, gesti, riti, dottrine da privilegiare.  I flussi passano la sorgente è perenne.  Sii ciò che sei, diceva un saggio dell’India, ed uno dell’occidente rispose: Conosci te stesso.  In questo girotondo intorno al sé ogni strada è buona per stare in cerchio. Ma per uscirne fuori..? 

Allora  ditemi,   occorre una  conferma al nostro esistere? No di certo, perché  lo sappiamo senza ombra di dubbio. Questa coscienza-esistenza non è massonica, cristiana, buddista, sciamanica, zingara o chissà che, è la vera ed unica “realtà” condivisa da ognuno. A che pro  quindi ricercare un riscontro  - in forma di riflesso-   se ci separa nello  spirito?  Le etichette sono inutili.

E forse lo è anche quella della Spiritualità Laica,  se non sottintendesse la futilità di ogni etichetta.


Paolo D'Arpini