Newton, Cartesio, Anassagora, Pitagora e gli Dei risorti



Gli uomini di scienza capiscono oggi (ndr: fine ottocento) meglio il pensiero di Newton, uno degli uomini più religiosi e più spirituali del suo tempo?

Vi è certamente da dubitarne.

Si attribuisce a Newton il merito di aver dato il colpo di grazia ai Vortici elementari di Cartesio –che, sia detto per incidenza, è l’idea di Anassagora risorta-  anche se i più recenti “atomi-vertici” di Sir William Thomson, in verità, non differiscono molto dai primi. Eppure, quando il suo discepolo Forbes scrisse nella prefazione all’opera principale del suo maestro una frase, che dichiarava che “l’attrazione era la causa del sistema”, Newton fu il primo a protestare solennemente.

 Ciò che nella mente del grande matematico assumeva l’immagine vaga ma fermamente radicata di Dio come  Noumeno di tutto, dai filosofi antichi e moderni e occultisti fu chiamato, più filosoficamente  - DEI -   o forze creative modellatrici.  La maniera di esprimersi può essere stata diversa, e le idee possono essere state enunciate più o meno filosoficamente dagli antichi, tanto sacri che profani; ma il pensiero fondamentale era lo stesso.

 Per Pitagora le Forze erano entità spirituali, DEI, indipendenti dai pianeti e dalla materia come la vediamo e la conosciamo sulla Terra, che erano i governatori del Cielo.

 Platone rappresentava i pianeti mossi da un Rettore intrinseco, identificato con la sua dimora come un battelliere col suo battello.

  Quanto ad Aristotele, egli chiamava questi governatori “sostanze immateriali”; ma, non essendo mai stato iniziato,(ndr:  come invece il suo maestro Platone) egli rifiutava l’idea di Dei come Entità. Però questo non gli impedì di conoscere il fatto che le stelle ed i pianeti non erano masse inanimate, bensì corpi viventi ed attivi. 

   E sul vuoto universale sostenuto da Newton?

E’ dalla teoria di Newton di un vuoto universale, insegnata se non creduta da lui stesso, che è nato il disprezzo immenso che la fisica moderna dimostra per l’antica. Gli antichi saggi avevano detto che la “Natura aborrisce il vuoto”, ed i più grandi matematici del mondo (leggere: delle razze occidentali) avevano scoperto e condannato l’antico “errore”…

E ora il Padre Etere è il bentornato, accolto a braccia aperte e sposato con la gravitazione, legato e lei nel bene e nel male, fino al giorno che uno, o entrambi, saranno sostituiti con qualche altra cosa. Trecento anni fa c’era il plenum dappertutto, poi è venuta una triste vacuità; più tardi il letto degli oceani siderali prosciugato dalla scienza, hanno cullato di nuovo le loro onde eteriche: Recede ut procedas deve diventare il motto della scienza esatta. “Esatta” specialmente nel riconoscersi inesatta ogni anno bisestile……Poiché noi crediamo nella profezia di Le Couturier sulla gravitazione sappiamo che si avvicina il giorno in cui gli scienziati stessi chiederanno una riforma assoluta nei metodi della scienza, poiché se domani la gravitazione fosse detronizzata, gli scienziati scoprirebbero subito qualche altro modo di moto meccanico. Il sentiero della vera scienza è arduo e scosceso e la sua vita è piena di tormenti e di crucci. Ma di fronte alle sue mille ipotesi contraddittorie offerte come spiegazione dei fenomeni fisici, non si è trovato nulla di meglio che il “moto”,sia pure interpretativo paradossalmente secondo il Materialismo.

 Come si può trovare nelle prime pagine di questo volume, gli Occultisti non hanno nulla da dire contro il Moto, il Grande Respiro dell’”Inconoscibile” di Mr. Herbert Spencer. Ma, credendo che ogni cosa sulla Terra è il riflesso di qualche cosa nello Spazio, essi credono nell’esistenza di “Respiri” minori, viventi, intelligenti e indipendenti da tutto fuorchè dalla Legge, che soffiano in ogni direzione durante un periodo manvantarico (ndr: lo Spirito soffia dove vuole) “  (H.P. Blavatsky - Dottrina Segreta – Cosmogenesi Vol III pag.  37-39)

 

La gravità non esiste? Il pensiero di Massimo Corbucci – da Scienza e Conoscenza

Il concetto di Gravità e quello di pensiero

L’ho chiamato principio di equivalenza  gravità – pensiero.

Il quid che conferisce massa e peso alle cose altro non è che il  “pensiero”.   Quel  “nero”,  quel VUOTO (che vuoto non è) tra il numero atomico 71 e 72 -  103 e 104   e   nel nucleo,  dove  “mancano”  9  barioni, rispetto al numero elettronico.

E’ per effetto di quel “nero” che la materia “funziona” perfettamente, gli atomi si avvicinano tra loro, per “affinità”, costituendo molecole complesse, fino a strutturarsi nella complessità del D.N.A.

Il DNA  stesso  permette la formazione di organismi complessi e di organi speciali come il “cervello”,  che  “secernono” pensiero,   il quale era già  presente  prima del cervello,  tant’è che  il cervello stesso si è potuto strutturale  in modo estremamente complesso. 

 La scoperta  relativa  al fatto che la gravità è pensiero, come può cambiarci  la vita?

Il giorno che la Comunità scientifica si renderà conto di cos’è veramente la gravità,  avrà la risposta a tutti i quesiti insoluti della Fisica: 

1) Cos’è la materia oscura
2)  Perché nel Cosmo c’è solo materia e non antimateria
3) Cosa c’era prima del Big Bang 
4)  Cosa sono i “buchi neri”  … ecc …

La vita dell’Umanità cambierà radicalmente, perché si vedrà che ogni uomo,  solo avvalendosi del pensiero, potrà ottenere tutto quello che “de-sidera”,  compreso  star  bene in salute e non avere più alcuna malattia !!!

Per questo apparirà esilarante il ricordo di quando si cercava di guarire le malattie con la chirurgia  (prendendo  a  martellate e a colpi di bisturi,  il corpo)    o con la medicina   (somministrando  ettogrammi  di potentissimi  farmaci ad effetto sconvolgente la  normale fisiologia).

Cos’è davvero il nostro corpo e di cosa siamo fatti? Atomi messi in modo funzionale a “pensare” !!!   Una  volta compreso come avviene il conferimento della  massa  e il conferimento del peso,   l’Umanità si renderà conto che gli uomini sono  fatti  niente altro che … della  stessa  materia del  pensiero !!!

Siamo fatti della stessa materia dei sogni   (cit. M. Corbucci  Marzo 1999)

 

La teoria delle “supercorde” potrebbe essere omnicomprensiva, spiegare cioè tutto l’universo fisico a partire da un solo tipo di costituente base.
Di certo, assicura lo scienziato Edward Witten, è una teoria senza contraddizioni  interne, compatibile con la meccanica quantistica e la relatività generale,  a patto che lo spazio fisico in cui si estende la supercorda non sia quello a tre dimensioni più una temporale cui siamo abituati, ma uno spazio  A NOVE  DIMENSIONI  più una temporale. Le sei dimensioni in più sarebbero “compattificate”, cioè arricciolate su se stesse (Corriere della Sera)
Gli uomini che stanno cercando di scoprire i mattoni dell’universo, usando sofisticati e costosi strumenti scientifici, stanno giungendo alle stesse conoscenze dei mistici. Questi ultimi hanno sondato gli abissi della propria anima, hanno scoperto che l’uomo è un prodotto dell’Anima, e che quest’uomo è molto più complesso di quanto appare nella sua realtà tridimensionale.
L’uomo è un’entità che vive contemporaneamente su nove piani di esistenza tre  di questi piani sono la “sua tomba di materia”, costruita e mantenuta dalle infinite illusioni mentali e sensoriali. L’individuo che ricerca, che scopre la realtà della sua Anima infinita, riesce a sfuggire gli inganni della illusoria realtà tridimensionale e prendere così coscienza degli altri sei piani del suo vero Essere. Raggiunto un più alto grado di coscienza, egli scopre che tutto ciò che esiste ha uno scopo, un significato, un particolare destino.
Anche i nomi delle persone, dei luoghi, delle cose sono espressioni di occulti “yantra” che legano con fili invisibili tutte le cose fra loro lungo le 630 coordinate della Vita.  Su tutte le cime della Terra e in fondo a tutti gli abissi, esiste un Mahasiddha, un essere invisibile  che esprime il potere occulto del luogo.
Questi luoghi magici sono collegati fra loro da invisibili  fili di fluido eterico che formano triangolazioni (yantra), che sono i veri sensori della Terra. E’ lungo questi fili che l’esoterista invia i suoi messaggi telepatici per creare armonia, per combattere i prodotti dell’ignoranza.
I Tibetani vedono i mahasiddha delle vette come fanciulli sempre in ascolto del lavorio del mondo. Fanciulli i quali fanno schioccare il fulmine che elettrizza la materia e permette le lente innovazioni nella coscienza umana….
Gli scienziati, i politici, gli insegnanti dovrebbero conoscere l’esistenza dei  mahasiddha, l’esistenza dell’invisibile Realtà Spirituale che ogni uomo può adoperare  se impara ad essere un creatore, non un distruttore, ad essere un uomo di fede e non un uomo indifferente.
Gli esoteristi sanno che tutto ciò che esiste è prodotto dalla mente umana, sia le cose buone sia quelle cattive.
L’esoterista sorride quando sente Steve Wozniak, l’inventore del primo “personal computer” confessare che non crede più nel futuro dei calcolatori. Wozniak crede di essere stato lui l’inventore, e non il risultato degli  yantra tracciati attorno a lui dai mahasiddhi.  Sorride anche quando sente che Wozniak, già fondatore del  fortunato  gruppo  Apple, fonda l’opera   “CL9” (CLOUD  NINE,  LA NUVOLA NUMERO 9).   Chi gli ha fatto scegliere questo nome?  Lui  certo lo ignora.”      (Bernardino del  Boca – Rivista Età dell’Acquario n. 43/1986  pag.9-12)

Paola Botta Beltramo



Scritto in relazione all’articolo a firma  Cesare Medail, pubblicato sul Corriere della Sera nel 2001, dal  titolo: “Newton, dalla via alchemica alla legge di gravità -…….”,  link: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2014/03/newton-dalla-via-alchemica-alla-legge.html



Crop circles ed archeologia fantastica

Da un sacco di tempo, da quando assistetti ad una proiezione di un documentario sui “Crop Circles” si accese in me la curiosità di conoscere qualcosa di più sull’argomento. Andai persino a visitare il veggente stimmatizzato Giorgio Bongiovanni, che ha un centro di ricerca nelle Marche. Sant’Elpidio a Mare, mi pare si chiamasse il paese, dove restai in un campeggio, assieme all’amica Lidia Bonura, per almeno una settimana. Leggendo libri e giornali sugli UFO, sulle visioni paradisiache, sui segreti di Fatima ed altro ancora e visitando spesso, a pranzo e cena, il centro di ricerca, dove era anche la redazione di una rivista sugli extraterrestri: “Non siamo soli”. Purtroppo Bongiovanni era assente, sempre impegnato in conferenze all’estero e simili attività. Perciò non potei stabilire nessuna verità su questi “Crop Circles”. Successivamente ne parlai con varie persone che dicono di averli visti personalmente e mi hanno confermato che tali fenomeni sono reali, sia pur inspiegabili!

Ultimamente ho smesso d’interessarmi di certe faccende, preferendo occuparmi delle contingenze quotidiane, o dell’analisi del mio stato di coscienza qui ed ora. Non voglio dire che altre vite non possono esistere sulla faccia del pianeta o nell’Universo… anzi, son convinto che esistano, ma “ognuno per sé e Dio per tutti” come dice il proverbio….
In effetti nella tradizione indiana si fa riferimento a diverse sfere di esistenza, ci sono esseri viventi per ogni elemento: Etere (Dei), Aria (enti sottili), Fuoco (geni), Acqua (creature fluide), Terra (vita organica in generale). Insomma da qualche parte, in qualche altra dimensione o stato vitale esistono più manifestazioni viventi… ed inoltre -sempre secondo la tradizione indiana ora convalidata dagli scienziati- persino la Terra, il pianeta terra, è un essere vivo e cosciente…. e questo tra l’altro potrebbe spiegare l’apparizione sulla sua superficie dei miracolosi “crop circles”.
Beh, oggi mi son divertito a leggere che un gruppo di ricercatori, indagando nel futuribile… dei Cerchi nel Grano, hanno invece trovato un reperto archeologico di assoluta consistenza fisica e storica…
Ma va? Proprio così miei cari, leggete qui dabbasso:
“Seguono i cerchi nel grano (crop circles) e trovano una necropoli antichissima, in una località presso Stonehenge…
Nella campagna inglese è stato scoperto un sito di era megalitica più antico di Stonehenge, in un frangente singolare: seguendo una serie di cerchi nel grano (i famosi crop circle) una ricercatrice britannica, Helen Wickstead, responsabile del Damerham Archaeology Project, dell’Università Kingston di Londra è giunta ad un sito finora ignorato. “Come il sito sia rimasto nascosto all’occhio umano per tutto questo tempo, resta un mistero” ha affermato l’archeologa, confermata dal collega Joshua Pollard. La regione infatti è stata esplorata in lungo e in largo, per cercare elementi in grado di risolvere i misteri della vicina Stonehenge. E invece, quasi per caso, durante una perlustrazione aerea dell’English Heritage, l’agenzia governativa britannica per la preservazione storica del patrimonio, sono stati notati strani crop circle, i famosi cerchi nel grano. In realtà stavolta non c’è nessun goliardo universitario, ma si sarebbe trattato di interferenze nella crescita della vegetazione causate da strutture funerarie sotterranee nei pressi del villaggio di Damerham. Così, una volta scesi a terra, i responsabili sono andati a verificare e hanno trovato due tombe sovrastate da tumuli enormi. La più grande è lunga settanta metri. “Questi tumuli funerari sono ritrovamenti molto rari e sono le prime forme di architettura conosciute” ha confermato Helen Wickstead. E ha aggiunto: “Durante la tarda Età della Pietra, si credeva che le persone della regione lasciassero i loro defunti a cielo aperto in modo che gli uccelli e gli altri animali se ne cibassero. Invece per un motivo che non ci è ancora chiaro, crani e ossa di gente sepolta furono poi portate nella struttura funeraria”. Altri ritrovamenti, tra cui resti di templi in legno, fanno pensare che il sito rimase un centro importante per le comunità agricole della zona anche nell’Età del Bronzo"  30 giugno 2009   (http://www.storiainrete.com )"
Insomma alle meraviglie del Creato non si può porre limite!
Grazie per aver letto sin qui, vostro affezionato, Paolo D’Arpini
Marche - Paolo D'Arpini al mare in attesa degli UFO

Newton, dalla via alchemica alla legge di gravità - Una grande passione coltivata con tenacia ossessiva ma anche con riserbo



Uno dei padri del pensiero scientifico in realtà dedicò vent'anni allo studio della magia. Come dimostrano una nuova biografia e le carte acquistate all'asta dall'economista Keynes - NEWTON La via alchemica alla legge di gravità. «Newton non fu il primo scienziato dell'età della ragione. Piuttosto fu l' ultimo dei maghi, l'ultimo dei Babilonesi e dei Sumeri, l'ultima grande mente capace di vedere con gli occhi di coloro che cominciarono a costruire il nostro patrimonio intellettuale poco meno di diecimila anni fa», disse nel 1942 il celebre economista John Maynard Keynes, dopo essersi aggiudicato alla casa d' aste Sotheby' s un baule di carte appartenute a Isaac Newton (1642-1727), giudicate dai più di «nessuna rilevanza scientifica». Le carte di Keynes sollevarono un interrogativo: vi fu o meno fecondazione reciproca fra gli studi di alchimia e le ricerche scientifiche del genio di Woolsthorpe? 

La questione è lontana dall' essere risolta, anche perché Newton lasciò dietro di sé un milione di parole sull'alchimia, una gran mole di materiale per larga parte redatto in codice. Lo scopritore della gravitazione universale, comunque, figura centrale di quell'illuminismo scientifico che oscurò ogni propensione verso le arti magiche, arrivò a quei risultati «immergendosi» in esse: lo afferma Michael White, scrittore e divulgatore scientifico del Sunday Times oltre che biografo di Leonardo e Stephen Hawking, in una nuova biografia di Newton. L' autore sostiene che egli arrivò «alla teoria della gravitazione universale grazie anche alla pratica alchemica» cui si dedicò con tenacia ossessiva (ma con molto riserbo per via dei ruoli pubblici e accademici che ricopriva) negli anni Settanta e Ottanta del suo secolo. 

Oggi c'è un rinnovato interesse per l' alchimia come dimostrano i nuovi studi, la riscoperta di autori dimenticati, la corsa ai manoscritti rari. Più che in una moda irrazionale contrapposta allo scientismo, le ragioni del fenomeno stanno forse nella natura stessa di una disciplina che coniugava la pratica empirica alla ricerca filosofica e spirituale: in piena «dittatura della tecnica», come direbbe Emanuele Severino, non può non affascinare una disciplina che univa la tecnologia (l'uso di storte, alambicchi, forni, atanor) a un'ideologia dove la ricerca aveva fini di guarigione e perfezionamento spirituale. 

Ha scritto Mircea Eliade: «Mentre lo yoghin lavora col flusso mentale sul proprio corpo per giungere alla trasformazione di se stesso, l' alchimista che tortura i metalli si concentra sulla materia per purificarla, ma in entrambi i casi il fine è realizzare l' autonomia dello spirito dalla materia». E Newton fu attirato proprio dall' aspetto spirituale di quell' arte. Seguace dell' eresia ariana, lo scienziato era pervaso da forte spirito religioso: in opposizione alla dottrina trinitaria poneva Cristo «in qualche posto tra Dio e l' Uomo», mediatore di tutte le azioni dell' universo, gravitazione compresa. Alla costante ricerca della teoria unificata che portasse al modello completo dell' universo, Newton pensò che le intuizioni scientifiche e i calcoli matematici non gli avrebbero dato le verità ultime: eccolo allora unire all'indagine razionale gli studi biblici e la speculazione religiosa, ma soprattutto l'alchimia, che riteneva frutto della prisca teologia, di antichi saperi provenienti dalla Cina, dagli arabi, dall'ermetismo alessandrino e poi rinascimentale, secondo il quale le trasmutazioni prodotte nel crogiolo riflettevano i fenomeni dell' universo. 

Newton si applicò all'alchimia con passione e metodo rigoroso: mise assieme una biblioteca straordinaria, catalogò gli elementi e i passaggi dell' Opera, appuntò diligentemente le reazioni, confrontando segretamente i risultati con altri adepti dell' Ars Magna. Secondo White, la teoria della gravità (pensata prima del periodo alchemico, ma illustrata nei Principia del 1687) «gli fu in parte ispirata dal lavoro nel campo dell' alchimia». Gli alchimisti erano molto interessati all' antimonio, sostanza che, una volta purificata, mostrava affinità con l' oro: essa formava un amalgama cristallino detto regulus (piccolo re), simile a una stella con raggi di luce, o linee di forza, convergenti verso il centro. Secondo White, gli esperimenti sul regolo stellato (1670), furono «un contributo inconscio al lento processo nel corso del quale Newton comprese dapprima l' attrazione e poi la gravitazione universale». 

Convinto della corrispondenza fra micro e macrocosmo, Newton poteva vedere nella stella al centro del regulus il Sole e, nelle linee convergenti, le forze che attraggono i pianeti. Gli stessi continui mutamenti delle sostanze nel crogiolo suggerivano il concetto di «attrazione» e «repulsione» causate da principi attivi, cioè dall'unico Spirito operante nell' universo. Nella sua Introduzione all'alchimia, Elémire Zolla ha scritto che «una sensibilità resa sottile dalla pratica alchemica vedrà l' unità del mondo, l' essenza che tutto lega». Il laboratorio alchemico può, dunque, avere affinato la sensibilità di Newton fino a fargli vedere, per via analogica, la forza che lega i corpi nell'universo; forza che, nel suo animo religioso, non poteva essere che divina. 

Il libro: «Newton» di Michael White, Rizzoli, pagine 519, lire 36 mila (da ieri in libreria). Tutto cominciò con una mela caduta a terra 1642 Newton nasce a Woolsthorpe, nel Lincolnshire 1665 Si laurea al Trinity College di Cambridge 1665-1666 Per due anni, in seguito ad un' epidemia di peste, si rifugia nella casa materna dove si dedica a studi sulla luce e sui colori oltre che su chimica e metallurgia. A questo periodo risale l' episodio della caduta della mela. 1669 Succede al suo maestro, Isaac Barlow, alla cattedra di matematica a Cambridge 1672 Viene nominato, in seguito alla realizzazione del suo primo telescopio a riflessione, socio della Royal Society. 1687 Pubblica Philosophiae naturalis principia matematica, da molti considerata «la più grande opera scientifica di tutti i tempi» 1700 Viene nominato direttore della Zecca 1703 Nominato presidente della Royal Society 1727 Muore a Kensington, nei dintorni di Londra

Medail Cesare


(Fonte: Pagina 35 - 23 febbraio 2001 - Corriere della Sera)

La realtà del Buddha, nell'immaginario giornalistico




Serio, ma spiritoso. Deciso, ma non precettistico. Sintetico, ma non superficiale. Ecco una forma di alta divulgazione, quella che manca sempre in Italia. La divulgazione, nel nostro paese, ha sempre un sapore contorto: Giulio Cesare Giacobbe riesce invece a parlare in modo semplice e non intellettualistico, scrive in modo tale da raggiungere chiunque, senza alcuna pretesa di verità assoluta. Il libro Come diven­tare un Buddha in cinque settimane (Ponte alle Grazie, 134 pag.), sin dal titolo dichiara le proprie intenzioni sarcastico-ironiche. 




Primo requisito essenziale per un buddista è, per Giacobbe, non prendersi troppo sul serio. D'al­tronde, su questo punto dovrebbero convenire quasi tutti, indipendentemente dalla loro attività. Un altro vizio nazionale, da paese del melodramma quale siamo, è quello di vivere ciò che è serio in modo serio­so. Ci conforta Ennio Elaiano, con una celebre battuta: «La situazione è tragica, ma non seria».

Riferendosi alla presentazione del volume, avvenuta a Roma, Gia­cobbe ci ha raccontato: «È interve­nuta Barbara Alberti, che ha fatto un intervento in difesa del libro, contro dogmi e oscurantismi. Sapete com'è la Alberti, no? Qualcuno del pubblico si è sentito vilipeso e ha detto che così lei offendeva altre confessioni diverse da quella buddista. 


Se avessi saputo che scrivendo questo libro sarebbe successo que­sto casino, non l'avrei scritto». Giacobbe è un tipo assai pacifico: è genovese, ha quella freschezza e spontaneità da cittadino di mare, la sua città d'elezione è Napoli, e scher­za sempre con improbabile accento napoletano e in partenopeo si lancia persino in barzellette. Sostiene che il Buddha e Napoli hanno molto in comune. In che senso? «La religio­ne buddista nasce come risposta a quella che era la religione dominante dell'epoca, la filosofia vedica. Per i Veda, tutto era Spirito. Noi siamo particelle della realtà cosmica spiri­tuale. Il Buddha, anzitutto, riafferma l'importanza della materia, del dato sensoriale».


Giacobbe è un epicureo, e si dichiara in piena armonia con la filosofia buddista: «Il buddismo è anzitutto una filosofia pratica, un manuale di sopravvivenza, diremmo oggi. Insegna a superare ogni forma di sofferenza, con esercizi specifici, che ho sintetizzato e riportato nel libro. Il Buddha era un realista molto terra terra. Un empirista, diremmo noi. Il Primo Potere è il controllo della mente. Ma è solo il primo passo, quantunque difficilissimo. Qui lo Zen si ferma. Ma il Buddha è andato oltre. Scopo del libro è il raggiungimento dello stato di buddità, punto a cui può arrivare chiunque, in cinque settimane. È una condizione psicologica di serenità, non altro. Per esempio, nell'amore, occorre accettare l'altro per quello che è, senza pretendere di cambiarlo. Così, di questo passo è possibile arrivare all'amore universale».

A proposito, giacché - in ogni caso - lo Zen è pur sempre l'unica scuola fedele al buddismo delle origini, in esso vi è una meravigliosa sentenza: «Se sei attaccato a una parete di roccia, non devi pensare, altrimenti cadi». Continua Giacobbe: «Io non penso quasi più. Di mestiere faccio l'intellettuale, parlo in continuazione, scrivo libri, ma non penso più. Il pensiero si fa da solo. Non esiste l'anima, non esiste Dio, non esiste vita oltre la morte. La verità è inafferrabile. 


Occorre smetterla di vivere dentro la mente, o nel pensiero, e vivere nella realtà. Noi non siamo consapevoli di quanto automatismo ci sia nel nostro pensiero». Giacobbe spinge sull'acceleratore: «Nella visione del Tantra, ad esempio, sono le donne che insegnano agli uomini il piacere e il dolore, ed essi non hanno limite: sono due abissi senza fine che ci permettono di avvicinarci alla divinità. Il corpo è come uno strumento, per esempio un pianoforte, e noi è come se ci suonassimo sopra il motivetto di S. Martino campanaro. E’ l'azione che uccide il pensiero. Se uno avesse sempre a disposizione una donna con cui andare a letto, non si scriverebbero più poesie».

Luca Archibugi (Il MESSAGGERO del 7 Gennaio 2006)

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Commento di Aliberth Mengoni: 

"Premesso che Giacobbe in qualche punto può anche sfiorare la verità del Buddha, è indubbio che poi egli se la cucina e se la condisce a modo suo. Ciò non è esattamente il miglior modo per propagandare una dottrina che, seppur intenzionata ad eliminare la sofferenza, è pur vero che insegna a farlo in modo totalmente opposto a quello a cui si riferisce Giacobbe. Lui predica l’epicureismo, che poi sarebbe la ricerca del piacere nudo e crudo (e perché, le persone cosa fanno di solito?), mentre a me pare che l’insegnamento del Buddha parli più di una “rinuncia” sia al dolore che al piacere, che poi sarebbe la sua avanguardia. Se la mente non cercasse il piacere, essa non resterebbe male quando poi il piacere finisce e allora, ahinoi, comincia il dolore. Quindi, si ponga una estrema attenzione e cautela alla filosofia spirituale ‘fai-da-te’, così come il buon Giacobbe consiglia, assimilando come adepti di sicuro tutte quelle persone che, in un modo o nell’altro, gradiscono il Buddhismo proprio perché possono interpretarlo a modo loro. Ma questo tipo di Buddhismo funziona solo per un po’ di tempo. Poi, quando si arriva alla resa dei conti, morendo o spesso anche prima, tutto il karma accuratamente evitato, si ripropone in modo terribile ad angustiarci e addolorarci ancora di più…"



Lo Zen di Satsume, la saggia che sapeva piangere...




Quando Satsume compì sedici anni, disse a se stessa: “Anche se non sono molto bella, fortunatamente il mio corpo è sano. Senza dubbio mi sposerò presto; spero di trovare un bell’uomo”.

Quindi incominciò a pregare in un tempio e si mise a recitare un mantra (una speciale formula religiosa) giorno e notte. Anche quando cuciva o lavava, recitava di continuo le parole del mantra. Dopo molti giorni, accadde che ebbe all’improvviso un’esperienza di illuminazione.

In quell’occasione, il padre guardò nella sua stanza e vide che la figlia stava seduta su un testo buddhista. Si allarmò pensando che fosse ammattita e gentilmente le domandò: “Perché stai seduta su quel libro sacro? Sarai punita dalla Verità”.

Satsume rispose: “Forse questo meraviglioso libro è un qualcosa di diverso dal mio sedere?”.

Il padre, preoccupato, non sapeva cosa pensare e si recò a raccontare l’accaduto al maestro Hakuin. Questi gli disse: “Ho qualcosa che ti aiuterà”.
Scrisse una breve poesia e la diede all’uomo spiegandogli: “Appendila alla parete della tua casa, dove la ragazza lo possa vedere”. La poesia diceva:

Udendo il richiamo
Di un silenzioso corvo
Nel buio della notte,
si perde il proprio padre
prima di essere nati.

L’uomo prese la poesia e l’appese. Quando Satsume la vide, disse: “Padre, questa è la scrittura del maestro Hakuin. E solo lui può capirla del tutto!”
Il padre trovò tutto ciò molto strano e ritornò da Hakuin. Questi gli disse: “Porta Satsume da me, e io la metterò alla prova”.

Così la ragazza si recò col padre da Hakuin. Il maestro la interrogò a fondo e lei rispose a tono. Allora Hakuin le sottopose due koan. Satsume incominciò a pensarci sopra. Ma il maestro le disse: “Limitati a concentrare la mente su di essi”.

Nel giro di sette giorni, la ragazza arrivò ad affrontare vari livelli di koan. Hakuin cercò di farle vedere “ciò che è oltre”, ma Satsume oppose una certa resistenza.

Allora il maestro la cacciò dal colloquio varie volte.

Satsume ritentò parecchie volte. Infine, nel giro di sei mesi, vide “ciò che va oltre” e afferrò i koan più difficili degli antichi maestri. Benché fosse un’adolescente, era ormai un maestro zen.

A questo punto, il padre cominciò a cercarle marito. Dapprima lei rifiutò e disse che non voleva sposarsi. Ma Hakuin le disse: “Ora che hai visto la realtà dell’illuminazione, perché non vuoi vedere la realtà del mondo? Il matrimonio è un dovere importante per gli uomini e per le donne. Faresti meglio a obbedire a tuo padre”. Fu così che Satsume alla fine si sposò.

Nella sua vecchiaia, Satsume pianse molto per la perdita di una nipote. Un vecchio che viveva lì vicino la rimproverò: “Perché ti lamenti così tanto? Se qualcuno ti vedesse piangere, si meraviglierebbe che tu possa comportarti così dopo aver praticato lo Zen con il maestro Hakuin e aver penetrato l’essenza delle cose. Perciò, calmati”.

Satsume fissò severamente il vecchio e rispose: “Che ne sai tu? Il mio pianto e i miei lamenti per mia nipote sono più importanti dell’incenso, dei fiori e delle candele”.

Dopo la morte della donna, il successore di Hakuin, Suiwo, dichiarò ai propri discepoli: “Quando il nostro maestro era vivo c’erano molte donne laiche con una comprensione perfetta. Alcune di loro, come la signora Satsume, superavano anche i monaci più esperti”.

Gentili signore, perdonatemi ma devo dire la mia. Ovviamente questa mia precisazione è utile per coloro tra voi che sono neofite: Satsume piangeva e si lamentava, certo, ma aveva l’occhio dell’insorpassabile, assoluto Risveglio. Satsume non disse al vecchio: “Lasciami essere isterica, sai noi donne siamo così!” No! Satsume disse tutta un’altra cosa. Lei disse: “Il mio pianto ed i miei lamenti, in virtù proprio del risveglio che vivo, sono perfettamente sintonizzati con tutto l’universo, e quindi così sono di beneficio a mia nipote”.

Tuttavia, pur detta così, anche se per qualcuna di voi risulta più comprensibile, non ha il minimo sapore della verità che può essere promanata da una normale donna che ha realizzato e continua a realizzare la propria innata libertà… seppur fra le lacrime...


(Fonte: Centro Zen Nirvana - http://www.centronirvana.it/)

Poesie e pensieri leggeri su "sorella" Morte



La Morte viene “festeggiata”, si fa per dire, a novembre. Le varie feste pagane legate ad ognissanti e poi quella cristiana, hanno creato intorno a questo mese un alone funereo, mentre per me è un mese stupendo. A parte il fatto che sono nata proprio nel mese di novembre, e, sinceramente, non mi piace affatto che sia così disprezzato, non ho mai capito perché il solo nominarlo, questo meraviglioso mese, mette tristezza, fa venire i brividi; forse perché, automaticamente, nell’immaginario della gente viene collegato ai defunti.

Vediamo un po’ come modificare questi pensieri.

I colori di novembre sono spettacolari; se ancora non è arrivata una gelata, tipiche della pianura all’inizio dell’inverno, gli alberi regalano tonalità di verdi, di rossi e di gialli che sono impossibili da riprodurre e raccontare, nonostante ci abbiano provato un’infinità di pittori, fotografi o poeti.

A novembre si inizia a rallentare; tutta la natura rallenta, in attesa del meritato riposo. Forse noi umani abbiamo perso questo contatto e nella nostra folle corsa verso un altrove, non ci rendiamo conto che i ritmi biologici andrebbero sempre rispettati.

Amo il mese di novembre, mi consente di stare in casa al calduccio, a riprendere in mano vecchi ricami accantonati in primavera; mi aiuta a riflettere di più e mi consente sonni più lunghi confortati dall’oscurità delle notti nei giorni che si accorciano. Mi dedico alla visione di qualche film e ascolto musica mentre svolgo i piccoli lavori domestici. A novembre non c’è ancora troppo freddo e si possono concludere quei lavoretti nel giardino che lasceranno spazio al letargo delle nostre piante. Si avvicinano a casa i pettirossi e verso la fine del mese si intravedono gli uccellini della neve. Se si ha la fortuna di una giornata di sole, il cielo è un trionfo di colori e la luce è quasi accecante. Sono nata a novembre e me ne vanto.

Il rapporto con la Morte si ravvicina in questo mese. Vogliamo ricordare i nostri cari e visitiamo i cimiteri. Non amo vedere lo spreco dei tanti fiori, ma capisco e apprezzo quelli che continuano con queste tradizioni. I miei morti sono un po’ sparsi e in questi giorni mi toccano parecchi chilometri se voglio arrivare da tutti. Non sempre rispetto le scadenze dei giorni stabiliti, ma so che là, dove sono loro, il tempo non conta e così vado a trovarli quando posso e con un solo fiore.

A casa ho predisposto un angolo con le fotografie e il giorno dedicato a loro accendo una candela e la lascio consumare nella quiete della casa dove anche loro sono passati; li guardo, dico alcune preghiere e cerco di ricordarli nella loro quotidianità, grata per i tanti insegnamenti che mi hanno lasciato.

La Morte non mi rende triste, sono consapevole che fa parte di questa vita. Fa tristezza il dolore, la sofferenza, ma la morte è solo un passaggio. I veri credenti non dovrebbero avere dubbi; la Risurrezione di Gesù Cristo è il grande insegnamento che i cristiani hanno ben presente, eppure anche tra i religiosi, il pensiero della morte è da rifuggire.

Leopardi la chiamava “la detestata soglia”; le assicurazioni che stipulano “polizze vita”, la chiamano “morienza”, Schopenhauer la definiva “la sconfitta finale”: proprio non riusciamo a pronunciarla! Per fortuna alcuni poeti hanno saputo ironizzare sulla Morte, oppure l’hanno saputa cantare, come fece il nostro grande Francesco nel suo “cantico”, definendola addirittura sorella.


IROSA COMPAGNA
di Giancarlo Picciarelli (Roma)

Vieni, sediamoci
intorno ad un tavolo
e parliamone.
Dici che
ho rubato il tuo tempo
che sei stanca
di aspettarmi.
Dici che
evito
di guardarti negli occhi
e che fingo
di non averti accanto.
Dici che
la prossima volta
non partirai
senza di me.
Ma ora calmati
non alzare la voce
in fondo
se solo la Morte
mica Dio!


A volte penso che si abbia paura della morte perché è l’unico fatto della vita che ci rende tutti uguali. Ce lo ricorda bene Totò nella sua poesia “A livella”, dialogo tra un marchese e un netturbino che si ritrovano, anime vaganti, di notte al cimitero. Sistemati in due tombe confinanti, il marchese non si rassegna ad avere il netturbino come “vicino di casa”, lo offende e lo copre di improperi, finché il poverino, stanco di queste vessazioni gli dice:


A morte ‘o ssaje che d’è? ... è una livella.
Perciò stamme a ssentì ... nun fa’ ‘o restivo,
suppuorteme vicino – che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e fanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie ... appartenimmo ‘a morte!


Anche Garcia Lorca ne aveva paura e scrive:

Donna Morte, piena di rughe,
passa tra i salici
col suo assurdo corteo
di remote illusioni.
Vende colori
di cera e di burrasca
come una fata leggendaria
cattiva e ingannatrice.


Più che cattiva, ingannatrice, piena di rughe, direi che è equa, che tenta, talvolta invano, di raggiungere coloro che hanno vissuto a sufficienza; è vero che la “sufficienza” non è mai abbastanza, per noi umani, ma lei è onesta e sincera e segue pedestremente i suoi compiti!
Tanti popoli hanno “cantato” la Morte. Gli egiziani facevano le “prove” e altri l’attendono con serenità perché alcune religioni offrono immagini positive dell’aldilà, ma i nostri religiosi la temono e in questo modo creano sconcerto. E noi, impastati di materialismo, non vogliamo staccarci, abbiamo paura di dover “lasciare”, non vogliamo separarci dalle “cose”, dagli oggetti, dalle persone che riteniamo “nostre”, anziché un dono di Dio.
Ma allora, cosa si può fare per esorcizzare la paura della Morte, in quanto unica certezza della Vita? Intanto sarebbe importante parlarne quando occorre, senza rifuggirla, come spesso si fa, forse temendo di “chiamarla”. Questa è pura superstizione!
Borges scrisse la poesia che vi propongo e che la ritengo un vero insegnamento per imparare a vivere; l’evento va accettato e dobbiamo essere consapevoli che non sta a noi decidere quando arriverà, perciò è inutile pensarci ogni giorno con paura, immaginando chissà quali drammi e tragedie possibili... pensando al domani non si vive più l’oggi.
La ricetta, dunque, è la seguente: vivere gli istanti con più consapevolezza.

ISTANTI (Jorge Luis Borges)
Se potessi vivere di nuovo la mia vita.
Nella prossima cercherei di commettere più errori.
Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.
Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato,
di fatto prenderei ben poche cose sul serio.
Sarei meno igienico.
Correrei più rischi,
farei più viaggi,
contemplerei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei in più fiumi.
Andrei in più luoghi dove mai sono stato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari.
Io fui uno di quelli che vissero ogni minuto
della loro vita sensati e con profitto;
certo che mi sono preso qualche momento di allegria.
Ma se potessi tornare indietro, cercherei
di avere soltanto momenti buoni.
perché, se non lo sapete, di questo è fatta la vita,
di momenti: non perdere l'adesso.
Io ero uno di quelli che mai
andavano da nessuna parte senza un termometro,
una borsa dell'acqua calda,
un ombrello e un paracadute;
se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero.
Se potessi tornare a vivere
comincerei ad andare scalzo all'inizio
della primavera
e resterei scalzo fino alla fine dell'autunno.
Farei più giri in giostra,
guarderei più albe,
e giocherei con più bambini,
se mi trovassi di nuovo la vita davanti…
Ma vedete, ho 85 anni
e so che sto morendo…


Articolo di Franca Oberti 

Calcata Horror, il padiglione delle carabattole



Calcata ed il  Modello Finto,  del riverbero…
Quando abbiamo aperto  il sito del Circolo Vegetariano VV.TT., in stile “fantasy”, 
ho ricevuto diverse critiche da persone che mi rimproveravano di smitizzare Calcata e di danneggiare il buon nome “turistico” del posto. Ovvero di rovinare gli affari di chi viene a Calcata per usarne la fama  scenografica e ricavarne un utile economico o di immagine. 
Da allora le cose sono andate avanti, in bene ed in male, e questo contrasto fra il lumicino e gli specchi non si è sanato.
Scrivevo: ”il lume è uno solo, gli specchi sono molti”.
Questi specchi hanno coperto e trasformato il lume in una facciata da luna park, dove tutto appare in luminaria finzione. Ogni tanto con la scusa dell’invenzione  nascono nuove attività per riempire e mascherare un vuoto culturale ed umano che si fa sempre più evidente. Mentre tanti vecchi abitanti o se ne vanno o debbono sottostare alla protervia innovativa,  commercial-alternativa,  e mentre nuovi impostori arrivano a rifornire il paese di  carabattole pseudo artistiche, e mentre i pochi resistenti Hans e Grethel, cercano di impedire il crollo della diga  rimettendoci il loro ditino, anch’io -a modo mio-  voglio dare una mano  e presento questa  ironica guida turistica di Calcata.
Per la verità l’avevo tenuta pronta nel cassetto e volevo conservarla segretamente come pagina trasgressiva e prova del  destino crudele di Calcata, poi ho "gettato il cuore oltre l'ostacolo"…. (come diceva l'amico Fausto Aphel con cui condivisi i primi anni calcatesi)
Ed ora,  scoprendo che in fondo la realtà sta  superando la fantasia mi decido a ri-pubblicare questa mappa di “Calcata Horror” – in forma di azione scaramantica-  per superare la finzione della finzione e  cercare di riportare l’attenzione  sulla luce,  la luce di questo luogo, la vera luce.
Calcata: ecco a voi…..

IL PADIGLIONE DELLE CARABATTOLE:

Attività In-culturali  e  Post-creative

 
Grotta  dell’Oltre Tomba, via dello Sgarrupo, 6 –  specializzata in  zombies, artisti  sommersi ed in catalessi.
Museo Senz’Arte né Parte, via del Camposanto, 23 – arbusti spinosi intrecciati INRI  e taglio  di alberi vivi a croce.
La Carriola,  ass.alter. via del Fabbisogno, 25 –  organizza corsi su come squagliarsela velocemente con la refurtiva.
La Bottega del Passatore,   via Agrigento, 34 –  poesie a metro, epitaffi,  barzellette, gioco delle tre carte.
L’Antro di Circe, via  Odissea, 12 –specialità fatture d’amore e odio, panacee anche trucchi e trucchetti.
All’Orso furioso, via del Tempestoso, 56 –  allevia il letargo dipingendo pagliuzze e sassolini per  collanine.
Virgineo Oscuro, via della Fogna, 90 –  tessitura a mano di stole profumate all’olio di puzzola.
Sapori e Colori, via Orto di Getsemani, 26 –  assaggi  e massaggi  con olio di ricino benedetto.
Vai e Vieni, via delle Montagne Russe, 78 –  scalate e passeggiate, avanti ed indrè, non si parte e non si arriva.
Burka, via del Talebano, 85 –  collezione esclusiva di veli e velette, anche cappucci e bavagli.
Gioielleria Artigiana Ambulante, via Dove Capita, snc. –    orecchini e campanelli da naso, fischietti  e specchietti per le allodole.

Dove Non Mangiare Bere e Dormire

Ristorante del Mal Augurio, via Nido di Vespe 65 –  specialità  incartate  ed  insaccate, provenienza oscura.
Grand Hotel de La Riviere, via Torquemada, 99 –  ad una stella (visibile dal tetto),  acqua piovana  in camera.
Ristoambulazione, via dei Pezzenti, 76 –  si mangia in piedi o seduti fuori, sulle scale o per terra.
Bar Ba Gianni, Via in Kulolaluna, 77 –  ricchi premi e cotillons a chi trova il posto.
Panetteria  del Porco, via Montisuini, 34 –  panini, panine,   pagnottelle e pagnotte, a volte cotte  a volte crude.
Ad Ore, via del Referenziato, 34 –  una camera  ad un letto unificato,  servizi esterni dove capita.
Agenzia di Viaggi, via della Transumanza, 34 –  si organizzano merendine al sacco e colazioni affrettate.
Senza Gusto, via del Finanziere, 323 –  lunedì broda, martedì zuppa, mercoledì panbagnato, giovedì acquacotta.
La Cantina dello  Scotennato, via Moneta Bucata, 11 -   assaggi di sfiziosità  industriali,  dal supermercato al mentecatto.
Birreria  Sugar Brown, via  Fateviunfix, 69 –  birra bruna e bionda alla spina, allo spinotto, allo spinello.
Fine?


Paolo D'Arpini