Questo è il Ch'an? Questo è lo Zen? Niente di tutto ciò....


Se qualcuno chiedesse “Cos’é il Ch’an?” (o lo Zen, che è la sua  filiazione giapponese), sarei tentato di rispondere che “sicuramente non è quel che stiamo facendo”, ovvero che esso non può essere né descritto né letto né pensato. Può essere sì “trasmesso”, attraverso l’esempio,  ma solamente se e quando l’osservatore é in grado di farlo proprio, come avvenne a Mahakashyapa che si illuminò osservando il Buddha sollevare un fiore, in risposta ad una domanda filosofica.

Insomma il Ch’an (e quindi, lo Zen), sono espressioni che stanno a significare “la propria esperienza diretta, naturale e spontanea” come in verità fu quella del Buddha che, abbandonati tutti i sentieri e tutti i metodi, infine mangiò, perché aveva fame, e si sedette, perché era stanco, e così ottenne l’illuminazione….

Dal punto di vista formale vediamo che il Ch’an, storpiatura del vocabolo sanscrito Dhyan (che vuol dire meditazione), nacque in Cina (nell’epoca T’ang fra il 618 ed il 907 d.C.) come risposta integrativa fra l’esperienza Taoista e quella Buddista. Entrambi questi “sentieri” sono “non formali”, non abbisognano di scritture o regole specifiche, essendo basati sulla scoperta di sé nel Sé. Essendo il laboratorio di ricerca il proprio interno, la mente, l’unica pratica consigliata è quella dell’introspezione meditativa…

Non vengono seguiti metodi speculativi piuttosto si cerca di portare l’intelligenza al limite della sua tendenza raziocinante, talvolta attraverso insolubili quesiti o formule astruse sulle quali riflettere. Altra caratteristica esteriore che qualifica i praticanti della meditazione Ch’an è l’auto-sostentamento, cioè i monaci debbono seguire una ferrea disciplina e provvedere a se stessi attraverso il lavoro nei campi ed ogni altra attività utile alla sopravvivenza… insomma ci si aspetta che i praticanti non “vivano sulle spalle altrui” con la scusa della religione…

E della religione, direi ogni religione, visto che l’iconoclastia si spinge contro ogni teismo costituito, il Ch’an ha perso ogni odore…. Infatti, “… Se incontri il Buddha per strada, uccidilo” - disse il maestro I-Hsuan - Se incontri patriarchi o arhat sulla tua strada uccidi anche loro (ovviamente, in un puro senso metaforico… cioè nella nostra mente…)… Bodhidharma era un vecchio barbaro barbuto.. il nirvana e la bodhi sono tronchi secchi utili per legarvi l’asino. Gli insegnamenti sacri sono solo elenchi di regole di fantasmi, fogli di carta buoni per asciugare il pus delle vesciche…”. Divertente nevvero? Ma questa negazione del formalismo attinge alla realtà del “primordiale vuoto” (o vacuità), nonché all’allegro disprezzo verso ogni perseguimento, verso la sclerosi culturale che si ferma alla forma, sia nella letteratura che nella religione.

Il Ch’an e Zen, infatti, puntano a sovvertire il pensiero convenzionale e la conoscenza di seconda mano, in modo che l’illuminazione acquisti significato nell’esperienza personale. Per questo é necessaria una forte disciplina, dato che senza disciplina non é possibile interrompere le “fantasie” acquisitive della mente… e la disciplina deve avere – ovviamente - una duplice valenza… fisica e mentale (”ora et labora” diremmo noi…).

Per risvegliare la mente, ed indurre i praticanti a superare i limiti del raziocinio, alcuni maestri si specializzarono in stupefacenti indovinelli che venivano sottoposti all’allievo. La domanda poteva essere “In che modo fai uscire l’oca dalla bottiglia?”, oppure “Qual’é il suono di una mano sola?”…  Ovviamente qualsiasi risposta basata sull’analisi teorica veniva salutata dal maestro con grida e sonore bastonature.

Malgrado l’apparente durezza, l’insegnante Ch’an o Zen é sempre ispirato dalla pura “compassione” e perciò sa riconoscere quando l’allievo é genuinamente penetrato nella profondità del Sé ed in quel caso la sua risposta é un silenzioso sorriso… oppure come disse ad Hakuin il suo maestro: “Entra.. adesso ce l’hai..!” 

Paolo D’Arpini

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Commento di Alberth (Alberto) Mengoni:

Caro Paolo… nel farti i complimenti perché hai azzeccato quasi tutto nella tua descrizione del Chan, sono lieto anche per il fatto che in breve hai spiegato il significato e lo scopo di questa dottrina. Devo dire, però, che forse a causa della tua succinta presentazione hai omesso una cosa molto importante… e cioè che, oggigiorno qui in Occidente, non è che vi siano molti luoghi in cui questa meravigliosa dottrina filosofica, che è anche prezioso stile di vita, possa essere appresa dalle labbra di un insegnante. Possibilmente un insegnante che, in prima persona, possa egli stesso essere un fervente praticante della pratica Chan. Credo che tu sappia benissimo che, almeno qui a Roma, c’è qualcuno che da una quindicina d’anni porta avanti un gruppo di meditazione e insegnamento della pratica Chan. Ed è pure un tuo amico…. Prova a rifletterci, vedrai che pian piano ti verrà in mente… Comunque, grazie Paolo…

La sopravvivenza? E' un divertimento se sappiamo come prenderla....



Tutto molto divertente, se si considera che la crisi mondiale é nient’altro che un gioco di risiko o monopoli, basato sui pezzetti di carta, anche se le conseguenze possono essere disastrose per parecchi. 

A volte ci si identifica con il denaro sino al punto di credere che avere denaro o non averlo é ragione sufficiente per vivere o morire….
Per fortuna l’esistenza è fatta di cose semplici e tutto sommato accessibili a tutti i viventi: cibo, aria, acqua, soddisfazione dei bisogni fisiologici, riparo, socializzazione, procreazione…  Ma in questo momento storico la virtualizzazione ha raggiunto livelli altissimi di astrazione dal vissuto quotidiano e dalle reali necessità. La vita è diventata quasi un grande  ”game” alla Nirvana. Ma quando arriverà la Grande Crisi la dura realtà fatta di cose concrete spazzerà le nebbie dell’immaginario e del sogno ad occhi aperti.
Politica, finanza, potere, ricchezza… tutta immondizia più sporca di quella che si accumula nelle strade di Napoli, di Calcutta, del Cairo, di Buenos Aires,  di New York…. e persino del paesello sui monti.
Vengo al dunque, in questo momento si parla molto dell’imminente crollo  economico mondiale e di come poter risolvere i problemi della produzione energetica, funzionale al mantenimento della struttura tecnologica in cui la nostra civiltà sguazza e sprofonda. 
Sabbie mobili. Viviamo con la paura di sprofondare e siamo già con l’acqua alla gola, quindi tutto ciò che facciamo peggiora soltanto la situazione. Ed allora lasciamo che le cose vadano come debbono andare… proviamo a “galleggiare nella mota” se ci riesce…
Però mi voglio divertire a riepilogare, attraverso alcuni brevi stralci, gli elementi parossistici che contraddistinguono la situazione attuale: 
  
“Per mantenere questo livello di parassitismo in Italia la pressione fiscale ha ormai superato il 70%, la più alta in assoluto al mondo, così come siamo ai vertici mondiali della corruzione e dell’inefficienza della giustizia, e poi si pretenderebbe di attrarre investitori dall’estero e di disporre di credibilità nella collocazione dei titoli di stato, che sono carta straccia… (Claudio Martinotti)
“In un quadro come l’attuale le cose vanno molto a rilento. La nostra abilità dovrebbe consistere nel seguire con attenzione e col microscopio elettronico le mosse e le contromosse di tutti gli attori del quadro. Con le posizioni drastiche non si arriva a nulla. Vedi come si sono mossi i nostri “amici” ora che diventa sempre più impellente arrivare al dunque per l'autonomia energetica!” (Giorgio Vitali)
“Il termine “Giusto” merita ancora di far parte del vocabolario della lingua italiana? Sicuramente no!! E’ un termine che finirà nel dimenticatoio, in una cantina piena di ragnatele, dove forse potremo collocare tutta quella meravigliosa “storia” che ci rende gli abitanti di una “nazione” costruita, un tempo, su basi solide e “sacre” e ora “vittima” della “risatina” sarcastica di chi ha giocato con l’amicizia e la fiducia di “gente comune”, che sta serrando i pugni in una smorfia di dolore e rabbia!” (Antonella Pedicelli)
Insomma.. La nostra civiltà è agli sgoccioli e possiamo aspettarci solo il crollo ignominioso e generale. Un tracollo annunciato e temuto e auspicato…  ed infatti da più parti si preconizza la fine del sistema  come evento liberatorio.


Non voglio far la parte del catastrofista ma vi consiglio di cominciare attivamente a trovare soluzioni alternative, basate sulla  personale conoscenza ed esperienza “pratica” di ognuno  per affrontare i rischi a venire. E buon divertimento nella “sopravvivenza”.

Paolo D’Arpini


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Commento ricevuto:

...bello è il corpo della donna..  io stessa l'ho disegnato tante volte quando andavo all'accademia di belle arti c'erano modelle nude che posavano..ma oggi il corpo della donna è offeso e svenduto..  esibito e mercerizzato in ogni dove..anche quando vengono vestite spesso in realtà sono "svestite" perché i vestiti che la moda propone per le donne..sono solo ormai quello che serve a farla essere un oggetto ..in modo esplicito e anche volgare...perché la donna è una rosa..quello che è successo al sesso non mi và" cantava zucchero in una canzone..infatti la bellezza della donna, il suo corpo, la sua femminilità sono ben altro da scoprire anche nella sua carnalità e nella fisicità delle forme. (Elena Pelliccia)

“Apparizione a Spilamberto” – Paolo D'Arpini smarrito in Emilia - Ed altre facezie sull'arrivo del Grande Atamano


Resoconto di una giornata indimenticabile (realmente immaginata il 12 luglio 2010)!
“Mentre Eraclito è il filosofo del divenire e della dinamicità, Parmenide è il filosofo dell’essere e della staticità… Ma va'..?!” (Saul Arpino)
…cari amici vicini e lontani, sono qui a narrarvi emozioni e  fortissime sensazioni. Un grandioso avvenimento è trascorso sotto i nostri occhi: La transumanza dell’apparentemente inamovibile  Saul Arpino, detto il Parmenide. La sua fuga o rapimento voluttuoso da Calcata a Spilamberto.  Un volo d’amore! Un poema dell’Anima degno del Boccaccio! O dell’Ariosto, a scelta!
Dunque, riepiloghiamo.
Sento ancora la voce melodiosa provenire dal boschetto di Priapo che intonava….
“Non dimenticar che ti ho voluto tanto bene………” mentre la cricca delle 12 verginelle, 12 devote al gran Dio (Priapo….),  gorgheggiava con voci gutturali e urla scimmiesche:  “Woof woof, ah, ha, ahhh!”


I portatori della lettiga sulla quale erasi mollemente adagiato l’Arpino intonavano con voce virile…  “Addio, mia bella addio, che l’Arpino se ne va…..e se non lo portassi anch’io sarebbe una viltà….”
 L’aspetto più portentoso di tutta la processione era la presenza di un Coro Celeste  Oscuro (misto di angeli e demoni)  che anticipavano la mesta compagnia. Gli angeli volavano a mezza altezza sopra la lettiga trasportando un grande striscione con la scritta…. “Il coro degli Angeli mi fa sognare ancora….dolcemente dolcemente, un sogno fatto di felicità…..”,  mentre i demoni si sfregavano le corna ed intrecciavano le code suonando “Il trillo del Diavolo” su violini infernali.  Infatti  i luoghi santi calcatensi, per il principio della “pariglia” non hanno solo presenze benigne ma anche malvagie. La dimostrazione veniva anche  dal corteo (che seguiva ignominiosamente) di un gruppo di gay, travestito da gaypride, che stonava….”Noi siam come le lucciole ya ya ya yaaaa, viviamo nelle tenebre..ya ya ya yaaaa…schiavi d’un mondo brutal…popopopopopopo (gorgheggio di  bassotuba), noi siamo i fior del maaaaaal…” 
Nel  frattempo in lontananza, e precisamente da Faleria,  giungeva ad ondate, portato dal vento caldo d’Oriente,  un canto di ottimistico saluto. Questo, che usciva da una tromba da giradischi “ La Voce del Padrone”  a 78 giri, che ci ricordava la voce di don Marino Barreto Jr che sussurrava…..”arrivederci….con una estretta di mano, da buoni amici sinceri… ci salutiamo col dir…..arrivederci…”


Ma ora eccoci qui, cari amici, davanti alla porta principale di Spilamberto, sotto la quale in passato sfilarono prenci et cavalieri (anche perché, nelle vicinanze, eravi un loco ove scaricare le proprie vergogne).  Sotto gli archi di questo torrione antico mendicò Spillo, un frate cantautore che, a comando, e dietro lauta mancia, improvvisava Laudi al Signore. In questa cittadina, posta a due passi dallo Spielberg, castello dedicato nei secoli passati alle cure reumatiche, come ricorda nei suoi diari salutistici il noto naturopata Silvio Pellico, vi fiorì anche il grande scrittore e poeta Friedrich Spielhagen, nato nel 1829 e seguace della Grande Cermanya. Gran parte dell’opera di questo poeta è però comunque sciupata dalla tendenziosità politica. Insomma, un luogo ameno e tranquillo (od almeno così pare..).
Così pertanto vi appare il Paolo D'Arpini, pelato, canuto e barbuto, nonché munito dalla tradizionale valigia di cartone legata con spago santo di canapa oleosa, Egli è stato scambiato dalla popolazione di villici locali per un santone, erede di un tal padre Pio pi pio pio…. detto anche  “Delle Gallinelle”.  Santone giramondo e giraluna, vagamente hippie e yuppie (come tutti i frati, con un sovraccarico per i cappuccini.)
Quelle brave persone di villici spilambertiani  (o spiambertesi come dir si voglia) non si sono fatti attendere e, di diritto e di rovescio, hanno trovato un asinello su cui caricare l’Arpinate (da ora denominato: “Colui che siede sull’asìno”). Tutto ciò mentre alcuni fanatici della nuova religione  materialistica “newagemarketing” si esibiscono danzando coi piedi nudi su finti carboni ardenti.  

Et voilà  arriva anche la grande orchestra strumentale Northern Kamurra composta esclusivamente di camorristi al konfino. Il complesso strumentale è così articolato: caccavella, triccheballacche, scetatevaiasse e putipù. In disparte, alcuni coreuti vestiti di velluto nero assicurano il ritmo con l’uso magistrale delle guimbard, o scacciapensieri.


Un Coro di Gallinacci del vicino mercato dei polli intona:  “La gallina fa coccodèèè, il galletto chicchiricchiiiii..” E s’ode di lato:  “Vieni amore il sole spunta già.. Quaqquaraquaqquaquà… quaqquaraquaqqualààààààà” che è l’inno corale delle voci grezze di anatra pseudo selvatica di un  allevamento intensivo, mentre in lontananza si disperde il ritmo della caccavella….. “Voooom, vooom, vooom…”.
Si tratta, cari amici vicini e lontani, di uno spettacolo entusiasmante, al quale tutti voi vorreste partecipare, pari solo alla trasfigurazione di  Priapo nell’orto delle fragole.
Mentre il ciuchino, affittato dal vicino tendone del Circolo Orfei, s’inchina ogni tre passi rendendo precaria la permanenza dell’Arpino sulla sua groppa,  ed alcuni animalisti vegetariani vengono a porgere doni (al ciuchino ed all’Arpino): si tratta di manciate di grano saraceno, di orzo, di uva ursina, di caramelle  al permanganato, dette “della buona creanza”, quelle che tingono le urine di uno splendido colore verde. Arpino però preferisce attingere  al contenuto di una catana (sacchetta calcatese) che porta a tracolla  e sparpagliando a destra ed a manca, manciate di pangrattato secco misto a scorze di formaggio pecorino e di prugnole amare tagliate molto fine.


E’ a questo punto che nugoli di badanti ucraine lo acclamo e proclamano “Grandissimo Atamano”.


IL DISCORSO.
Assembratasi la turba,  l’Arpino è invitato dai seguaci più stretti a tenere un discorso. Salito pertanto su di un trogolo rovesciato, egli pronuncia il  “DISCORSO DEL TROGOLO”
Care, cari… Fratelli e sorelle, cugini e cugine, zii e zie… nonni et nonne, fratelli carnali, di sangue e di latte, amici vecchi e nuovi eccomi infine tra voi che mi vedete, per diffondere la Lieta Novella (ed egli mostra, tra gli applausi del pubblico, il nuovo numero di…Novella 2000!)
Poi continua… “I Nostri Comandamenti sono direttamente impartiti a voi dal Gran Dio Priapo, calcatense, protettore di Calcata e dei suoi fiumi, che mi ha inviato al vostro cospetto affinché possiate assistere all’emissione del Verbo…  I nostri Comandamenti sono dieci imperocchè non vanno oltre il numero delle nostre dita.
Essi sono i MEMORABILIA (detti memorabili.)
1)      Siano le babbucce calzate in ordine. Quella sinistra calzi il piede sinistro, mentre quella destra il piede rimanente.
2)      Siano introdotte nel naso le dita della mano destra (o della sinistra per i mancini…) nel seguente ordine: mignolo, anulare, medio, indice ed indi: pollice.
3)      E’ vietato mangiare le unghie dei piedi.
4)      Sono vietate le flatulenze ed i carmi emessi sotto vento.
5)      Siano tutte le strade rinominate coi nomi benedetti degli adepti del Maestro Parmenide.
6)      Al risveglio e all’atto di prendere sonno sia invocato cinque volte il sacro nome del Dio Priapo.
7)      Sia istituita nella data ricorrenza del mio ingresso a Spilamberto, che coincide con l’apparizione della Dea delle Selve, Priapa, la Festa cittadina, dedicata alla santa Priapa Spilambertina.
8)      Non desiderare i rifiuti già differenziati da altri.
9)      Non inserire bigliettini contenenti barzellette oscene negli anfratti del muro del pianto.
10)  Traversando a piedi nudi e con gli occhi bendati il deserto di sale, non devi toglierti le mutande. Imperocchè la luce solare, rimbalzata dal biancore di sale, ferisce i glutei.
Eccovi, o amici vicini e lontani, il resoconto verace di una grande giornata, occorsa nella presentazione del Saul Arpino (alias Paolo D'Arpini) a Spilamberto.

Alla prossima riporterò “I sermoni del ponte sul Panaro ad Altolà”

Omerus Georgius Vitalicus

Aldo Capitini, il Movimento Nonviolento, l'Associazione Vegetariana ed il Circolo Vegetariano VV.TT.


Pochi sanno che in Italia il Movimento Non Violento fu fondato da Aldo Capitini contemporaneamente alla fondazione della Società Vegetariana Italiana, successivamente Associazione Vegetariana Italiana (alla quale il nostro Circolo Vegetariano VV.TT. ha collaborato dalla sua fondazione nel 1984).
Avvenne nei primi anni ’50 quando parlare di non violenza e di vegetarismo sembrava  un’utopia…. Il mondo era appena reduce da una guerra mondiale e si viveva in piena guerra fredda, mentre il messaggio  della bistecca facile cominciava ad imporsi come nuovo modello alimentare e sociale.
Aldo Capitini maturò la sua esperienza vegetariana e non violenta  attraverso lo studio e l’esempio di Gandhi, il liberatore pacifico dell’India dal giogo coloniale inglese. Capitini fu un accademico famoso e stimato ma allorché si oppose alla conquista dell’Etiopia da parte del governo di Benito Mussolini fu ostracizzato e messo in disparte. Purtroppo anche dopo la caduta del fascismo non fu riabilitato come sarebbe stato giusto (infatti l’Italia era caduta sotto l’influenza americana, che non è  propriamente una potenza pacifista).
Gandhi nella sua minuscola stanzetta dell’ashram da lui fondato teneva alle pareti solo due ritratti, quello di Giuseppe Mazzini e quello di San Francesco d’Assisi, che lui riteneva esempi ispirativi per la non violenza e per l’acume politico sul concetto  di libertà.  
Vorrei ora spendere qualche parola sulla figura di Gandhi. Tanto per cominciare mi  sembra di capire dall’etimologia del nome che si tratti di una combinazione di “gana” e “dhyan”. I Gana sono i custodi della verità assoluta, i difensori del monte Kailash  la dimora di Shiva (l’Assoluto) e Dhyan  significa “meditazione”. Si potrebbe arguirne che il nome Gandhi  significhi “Colui che medita sulla difesa della Verità”. Ed infatti per Gandhi la “Verità” fu il primo comandamento e per essa egli sacrificò l’intera sua vita.  
Ricordo tanti anni fa (ai primi dell’80 del secolo scorso) quando a Bombay potei assistere alla prima del film “Gandhi”, la sala era stracolma e tutti gli spettatori –me compreso- piangevano lacrime di commozione ma anche  di gioia  nell’assistere alla determinazione e santità di un uomo, piccolo e non violento, assolutamente sincero e  verace nel suo perseguire l’ideale.

Paolo D’Arpini
Treia - Ingresso del Circolo VV.TT.


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Commento ricevuto:

Ho letto il Tuo intervento su Capitini. Sul rapporto fondamentale tra Capitini e il vegetarianesimo sono anni che insisto. A questo tema ho dedicato un intero capitolo ("Realtà di distanze e d'ignoto, Capitini filosofo antispecista") del mio ultimo libro "Al punto di arrivo comune. Per una critica della filosofia della mattatoio" (Mimesis, 2012). Tra l'altro, desta amarezza che questo aspetto sia del tutto trascurato, peggio ancora minimizzato, persino da chi si richiama alla sua testimonianza politica e filosofica. 

La colpevole abrasione  dell’antispecismo (con tutto ciò che sul piano individuale e politico ne consegue) dall'orizzonte della nonviolenza, attuata dal movimento nonviolento italiano (auto)relegato nel ristretto orizzonte di un rivendicazionismo antropocentrico (con la riduzione del diritto e dei diritti all’interno di margini esclusivamente umani), rivela non soltanto un’incomprensione di fondo della portata innovativa della prospettiva capitiniana ma addirittura una drammatica, se non tragica, deviazione da una concezione estremamente feconda e, nel suo insieme, radicalmente rivoluzionaria. 

Il vegetarianesimo non va disgiunto dall'antifascismo capitiniano, dal momento che il filosofo perugino - per sua ammissione - divenne vegetariano proprio per affermare con evidenza il suo rifiuto della violenza totalitaria. A. Capitini, La nonviolenza oggi, in A. Capitini,  Scritti sulla nonviolenza, cit., 161: «Confesso che io diventai vegetariano proprio sotto il regime della violenza fascista che preparava la guerra, perché pensavo che se si imparava a risparmiare l’uccisione di animali, con maggior ragione si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini».

In A. Capitini, Antifascismo tra i giovani, Trapani, Célèbes, 1966, 28, ricorda: «Gentile mi dimise (dove svolgeva fuinzioni di segretario della Normale di Pisa nonché di assistente volontario di Attilio Momigliano, n.d.r.)  mi invitò ad andarmene. E venuto a Pisa nei primi del gennaio 1933 mi fece chiamare per salutarmi e mi disse: “Credo che non riuscirei a persuaderla”. Non risposi altro che “Credo che anch’io non riuscirei a persuadere Lei”. Il vicedirettore mi disse poi che Gentile era impaziente che io sistemassi le mie cose e me ne andassi perché ero divenuto di colpo vegetariano (per la convinzione che esitando davanti all’uccisione degli animali, gli italiani - che Mussolini stava portando alla guerra - esitassero ancor più davanti all’uccisione di esseri umani), e a Gentile infastidiva che io, mangiando a tavola con gli studenti come continuavo a fare, fossi di scandalo con la mia novità!». 

Un'ultima annotazione: nonviolenza, mi raccomando, va scritta come una sola parola, proprio come suggerì lo stesso Capitini ne "Le tecniche della nonvioelnza" (Feltrinelli, Milano, 1967, p. 9), perché "Se si scrive in una sola parola, si prepara l'interpretazione della nonviolenza come di qualche cosa di organico, e dunque, come vedremo, di positivo."

Un caro saluto. Francesco Pullia

L'Amore secondo Socrate e Platone

Nascita di Afrodite

Dopo un lungo peregrinare di parole, Socrate e gli altri convitati del Simposio sono finalmente approdati ai piedi della scala dell’amore. Una delle pagine più lette di tutti i tempi, la summa di ogni seria educazione sentimentale.

Eccola nella traduzione di Giovanni Reale. 

«La giusta maniera di procedere da sé, o di essere condotto da un altro, nelle cose d’amore è questa: prendendo le mosse dalle cose belle di quaggiù, salire sempre di più, come per gradini, da un solo corpo bello a due, e da due a tutti i corpi belli, e da tutti i corpi belli alle belle attività umane, e da queste alle belle conoscenze, e dalle conoscenze fino a quella conoscenza che è conoscenza di null’altro se non del Bello stesso. E così, giungendo al termine, conoscere ciò che è il Bello in sé». 

Questa contemplazione spirituale è stata chiamata amore platonico e viene contrapposta, spesso ironicamente, all’amore fisico e sensuale. In realtà la scala di Platone non ignora affatto il desiderio dei corpi. Ma ciò che per i materialisti è un punto di arrivo, per i ricercatori del potere profondo di Eros rappresenta soltanto l’abbrivio verso forme di piacere più elevate, durature e complete. 

I gradini della scala non sono un’astrazione filosofica, ma un’esperienza spirituale. E possono essere percorsi con la persona amata, di cui si coglierà prima il corpo, poi l’anima, poi la grazia che emana dai suoi gesti e dai suoi pensieri. Infine, andando oltre la sua immagine materiale, si contemplerà in lei l’archetipo del Bello, la forma suprema di Bene. E’ quello, scrive Platone, «il momento della vita che più di ogni altro è degno di essere vissuto». 

Come potrà mai attrezzarsi un povero diavolo per salire la scala dell’amore senza inciampare già sul primo gradino? Qui ci si inoltra nelle «dottrine non scritte» che Platone affidava soltanto agli allievi, affinché non venissero travisate da ascoltatori prevenuti o impreparati. Eppure qualche indizio è stato disseminato tra le righe: per affrontare l’ascesa e giungere al vertice della scala, la condizione indispensabile è comprendere che i cinque sensi colgono soltanto una porzione minima della realtà. Chi vuole abbracciarla interamente dovrà usare qualcos’altro: l’intuizione. Un messaggio importato dall’Oriente, che ha attraversato i millenni e da Platone è giunto sano e salvo fino a Jung. 

Simposio di Platone  
(IV sec. A.C.)  
La scala dell’amore  

Massimo Gramellini - (Fonte: La Stampa)