L'indescrivibile "leggerezza" dell'ecologia profonda e della spiritualità laica...


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La capacità,  sia pur nella limitazione del linguaggio, di poter descrivere la realtà, quella percettibile e quella del pensiero, in modo consequenziale e logico, è un grande vantaggio allorché si voglia estrinsecare un percorso "lineare" e consequenziale nello spazio tempo. Il suo uso invece è di poca utilità dovendo affrontare un discorso “olistico” - come è appunto quello dell'ecologia profonda e della spiritualità naturale (o laica).
Certo possiamo avvicinarci, attraverso un'accorta cernita di “parole e significati”, di concetti ed immagini. Per questo trovo che il messaggio dei pittogrammi – ideogrammi cinesi sia molto più vicino alla semantica figurativa del linguaggio. C'è un tentativo di trasmettere anche la “visione” anche l'immagine, oltre al pensiero....
Restando a noi... se analizziamo i particolari del percorso vitale dobbiamo necessariamente suddividerli in segmenti e studiarli e descriverli nel loro funzionamento tipico, al di fuori del contesto generale, in quanto compresi nello specifico modo dell'osservatore... Questo è il dettame della logica e questo è il modo operativo del nostro linguaggio, composto di suoni e allocuzioni, che della logica è espressione. Infatti il linguaggio è un ingranaggio matematico utile, sino ad un certo punto, per descrivere i procedimenti sia della percezione sensoriale che della “fantasia”emozionale. Ma ciò che viene così trasmesso, purtroppo, manca della freschezza e dell'immediatezza dell'esperienza, quella che viene definita giustamente “presenza”.
Infatti il linguaggio attinge solo alla memoria, non può raccontare e convenire l'ineffabile momento vissuto... in quanto “presenza”!
Per fortuna nostra, attraverso la capacità analogica della mente, siamo anche in grado di intuire e lanciare piccoli segnali inerenti la sensibilità “spirituale” che non risiede e non può essere descritta con i meccanismi della mente duale.
L'Uno, od Olis, sfugge infatti ad ogni descrizione logica, empirica, e se una descrizione viene tentata è sicuramente parziale e limitata alle forme proprie del linguaggio e del pensiero duale.
Per capire un pesce devi essere pesce, per sentire un albero devi essere un albero.. etc. Questo è verissimo ed è facilmente accettabile anche dalla mente umana. Il fatto poi che se ci si sente un pesce si è limitati al sentire del pesce, come pure se ci si sente uomo si è limitati al sentire dell'uomo dimostra ulteriormente l'impossibilità di condividere “il concetto” spirituale fra viventi di diversa specie.
D'altronde, cosa s'intende nell'ecologia profonda e spiritualità naturale? Che spogliandosi dal rivestimento identificativo in un particolare “sentire”, ovvero obliterando la propria identità egoica, la quale non è altro che la cristallizzazione di un riconoscersi in pensieri, desideri, azioni, compiuti dall'”oggetto-soggetto” che funge da osservatore (il nome forma specifico e la mente individuale), immediatamente -liberi da presupposti identificativi- siamo in grado di pienamente condividere, sentendola come propria, l'esperienza del pesce o dell'albero.
Che questa capacità sia non solo possibile ma persino attuabile è comprovato dagli stati altri raggiunti durante la meditazione profonda o - talvolta - per mezzo di forti manipolazione psichiche (trance, deliquio, droga, etc).
Ovviamente la sporadicità e intermittenza dell'esperienza non duale è solo un “assaggio” della condizione naturale in cui l'uomo ed ogni altro essere condivide pienamente - e perciò manifesta - il Tutto, l'UNO.
Lo scopo della spiritualità naturale, o auto-consapevolezza profonda, è quello di conseguire, per mezzo di una ripetuta e continua attenzione al percepente, quello stato di unitarietà che trascende totalmente l'io individuale e consente l'esperienza "spirituale" propria e definitiva della vita nella sua interezza.
Allorché, con termini filosofici empirici, gli ecologisti profondi descrivono l'unitarietà della vita, e l'interconnessione di ogni suo aspetto, in ogni sua relazione, essi non fanno altro che evocare quello stato di coscienza, quella Consapevolezza intima e profonda, che contraddistingue ogni ente psichico ed ogni elemento materico (in forma latente). E che a me piace chiamare “spirito” (intelligenza e coscienza).
Paolo D'Arpini


Spiritualità Laica - Passato, futuro... e l'eterno presente


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Tempo e spazio? Dal punto di vista della “verità ultima” la  Teoria della relatività di Einstein è  come la scoperta dell’acqua calda, infatti è nell’esperienza di ogni essere vivente che la coscienza è fissata nel presente. Il passato è nella memoria ed il futuro nell’immaginazione. Il senso di presenza è costante nell’immediatezza del momento vissuto. Questa la prova sostanziale che il tempo e lo spazio sono solo “concetti”. 

E questa “verità” fu affermata millenni addietro da alcuni saggi indiani che nel mantra della “perfezione” affermarono: “Questo è tutto, quello è tutto se dal tutto togli il tutto solo il tutto rimane”. E cosa significa? Significa che nulla può essere astratto da ciò che è, quindi la ipotetica divisione in nome e forma, spazio e tempo, etc. è solo un’ipotesi, una convenzione. Infatti, come affermava il saggio Ramana Maharshi: “Il passato ed il futuro esistono solo in relazione al presente. Anch’essi sono presente mentre si protraggono. Cercare di voler conoscere il passato ed il futuro, senza conoscere la verità del presente è come voler contare senza l’unità, uno”.

Nella descrizione convenzionale del tempo abbiamo la triade passato, presente, futuro. Ma analizzando meglio scopriamo che queste divisioni sono in realtà prive di significato. La parte di tempo di cui siamo immediatamente consapevoli è il presente, ma tale presente non è un “punto” bensì uno scorrere continuo. In esso si sciolgono sia il passato che il futuro e non è possibile stabilire ove termini l’uno ed inizi l’altro. Evidentemente passato, presente e futuro sono distinzioni temporali ma di fatto esse non possono venir distinte nell’esperienza. Poiché l’esperienza o consapevolezza è sempre presente. Essa è l’eternità del momento presente, laddove il passato ed il futuro sono solo concetti sovrimposti. Ed nel superamento di tali concetti si scopre la realtà eterna. 

E allora dove sono questo tempo e questo spazio separati da noi, che siamo coscienza? L’essere è sostanza mentre il tempo e lo spazio sono immagini.

E’ proprio così, spazio e tempo vanno assieme come due compari imbroglioni, gatto e volpe che cercano di ingannare il credulo Pinocchio: “semina in noi i tuoi desideri e diverrai ricco…”. Ma essi, non sono reali, sono prodotti dalla mente empirica che abbisogna di un intreccio per gestire le sue creazioni. Essi non hanno uno stato indipendente separato dalla consapevolezza del presente.

Avanti ed indietro, sopra e sotto, vicino e lontano non hanno valore se considerati fuori dal qui ed ora. E se noi indaghiamo sulla natura del qui ed ora scopriamo che è inintelligibile, indivisibile, indecifrabile… è solo presente, è solo esperienza costante e continua. E questa esperienza è comune a tutti, è il sottofondo di ogni coscienza individuale, quindi è la matrice che tutti ci accomuna.

Ma vediamo che la separazione ipotetica di spazio e tempo è necessaria nella considerazione determinista dell’analisi empirica, in relazione ai nomi ed alle forme che noi riconosciamo nel mondo. 

Le posizioni spaziali sopra e sotto, destra e sinistra, etc. sono accettate in riferimento ad un dato punto ed a un dato istante, come pure passato, presente, futuro sono mutamenti di distinzione nel flusso mentale. Perciò quello che viene implicato nel concetto di spazio e tempo è solo il “punto” identificativo al quale ci riferiamo, dicasi il corpo o la mente. Quindi il corpo o la mente possono cangiare mentre lo stato di consapevolezza non muta mai.. è nell’essere eternamente presente nel qui ed ora.

“Io sono, tempo e spazio non sono!”

Forse ci sentiamo un po’ snarriti in questo viaggio senza inizio né meta? Ecco che giunge in nostro aiuto, per sedare i dubbi che la mente ci pone, una bella lezione del saggio Nisargadatta Maharaj: “.…cosa rende il presente così pieno? Ovviamente la mia presenza, io sono reale perché sono sempre ora, nel presente, e ogni cosa che esperimento condivide la mia realtà. L’evento corrente, ha una peculiarità che non può avere quello ricordato o quello immaginato. Una cosa centrata nell’ora e nel qui è totalmente con me, è la mia stessa realtà che impartisce realtà all’esperienza vissuta”

Scopriamo così che la cosiddetta “casuazione” è riposta nella mente, una sorta di riflesso o processo indotto dallo svolgimento osservato degli eventi nello spazio tempo, che non esiste…

E la teoria del Big Bang, della creazione, etc.? Beh, la mente ha pur bisogno di credere in qualcosa di solido per mantenere la sua integrità fittizia...

Paolo D’Arpini - 
spiritolaico@gmail.com




Comitato per la Spiritualità Laica - Via Mazzini, 27 - Treia (Mc) - Tel. 0733/216293

Memoria trucida. Agli Atzechi conveniva mangiarsi i prigionieri piuttosto che tenerli schiavi....



Per non dimenticare quanto "cattivi" fossero i popoli precolombiani poi civilizzati dai "buoni" europei


Parte prima: sacrifici umani

Quando, nel 1519, la spedizione di Hernando Cortés entrò in contatto con gli Aztechi, si scoprì che questo popolo praticava una forma ‘statalistica’ di sacrificio umano e di cannibalismo su scala mai eguagliata né prima né dopo. Le stime del numero delle vittime messe a morte e mangiate annualmente si aggirano tra un minimo di 15.000 e un massimo di 250.000. La maggior parte di questi erano nemici catturati in battaglia, ma non mancavano schiavi e prigionieri di sesso femminile e addirittura bambini e neonati delle famiglie del popolo.

I sacrifici rituali venivano effettuati di giorno, in piazze monumentali e templi, alla presenza di folle straboccanti. Le vittime venivano portate in cima alle scale delle piramidi che sorgevano nel centro della capitale Tenochtitlàn (sita nell’area in cui oggi sorge Città del Messico).

Davanti alle statue di pietra delle principali divinità, quattro sacerdoti-macellai afferravano saldamente la vittima, ciascuno tenendola per un arto, e la adagiavano su una pietra bassa e spianata. Un quinto sacerdote, allora, gli apriva la cassa toracica, strappandone via il cuore ancora pulsante, e lo comprimeva contro una statua, mentre gli inservienti facevano lentamente scivolare il corpo della vittima giù per la scalinata della piramide.

Quando questo arrivava ai piedi della stessa, altri inservienti ne staccavano il capo e consegnavano il resto al seguito del ‘proprietario’, cioè del capitano o dell’aristocratico i cui soldati avevano catturato il defunto.

Il giorno seguente, il corpo veniva tagliato a pezzi, e gli arti cucinati e mangiati nel corso di un banchetto cui partecipavano il proprietario e i suoi ospiti: la ricetta preferita era lo stufato insaporito con pepe, pomodori e gigli triturati.

Il tronco e il cuore venivano (probabilmente) gettati agli animali dello zoo reale, mentre la testa veniva conficcata su una lancia di legno e disposta in bella mostra su una ‘rastrelliera dei teschi’ assieme alle teste delle precedenti vittime. La più ampia di tali rastrelliere era collocata nella piazza principale di Tenochtitlàn, e poteva contenere fino a 60.000 teschi.

I sacrifici umani erano ritualizzati ed avevano lo scopo di commemorare gli avvenimenti più importanti sul piano storico, quali vittorie militari o costruzioni e ampliamenti di piramidi e templi. In occasione dell’ultima riconsacrazione della piramide di Tenochtitlàn, avvenuta nel 1487, si calcola che nel corso di quattro giorni e quattro notti siano stati sacrificati dai 15.000 ai 70.000 prigionieri i quali, contrariamente a quanto si vuol far credere, non collaboravano assolutamente al loro sacrificio...

Parte seconda: cannibalismo

La società Azteca è l’unica tra le grandi società di tipo statale a praticare il cannibalismo, dove per cannibalismo è da intendersi il consumo socialmente accettato di carne umana stante la disponibilità di altri cibi.
Ma cosa li spingeva a tale pratica?

Bisogna innanzitutto mettere in chiaro che il cannibalismo è un sottoprodotto della guerra guerreggiata: altrimenti detto, non si va in guerra per procurarsi carne umana, ma si mangiano i prigionieri.

Ciò significa che i costi sostenuti vengono accollati per intero ai costi della guerra.
Ma come spiegare che lo Stato Azteco fu l’unico a non reprimere il cannibalismo guerresco? Valeva la pena di mangiarsi i prigionieri, distruggendo così un potenziale di ricchezza qual è la forza lavoro umana? La scelta dell’élite Azteca di mangiarsi la gallina dalle uova d’ora è in buona parte probabilmente da ascriversi alla scarsa disponibilità di buone fonti di cibo animale, tanto che alcuni antropologi hanno messo in luce il legame tra la pratica del cannibalismo e l’assenza, presso gli stessi Aztechi, di erbivori addomesticati: e proprio la carenza di fonti di cibo di origine animale aumentava il valore del nemico in quanto carne e ne diminuiva il valore quale servo, schiavo e contribuente.

È forse opportuno sottolineare che il grado di generale povertà e fame non costituiva una differenza di fondo tra il sistema di sussistenza degli Aztechi e il sistema di sussistenza di tutte le altre società di tipo statale che repressero con vantaggio il cannibalismo.

È probabile che i contadini indiani o cinesi non vivessero molto meglio dei contadini Aztechi. Le ristrettezze non si facevano sentire solo a livello di massa, ma anche a livello di élite militari e religiose e relativi seguaci. Reprimendo il cannibalismo guerresco, le élite del Mondo Antico registrarono significativi incrementi sia dal punto di vista della ricchezza che da quello del potere. Salvando la vita ai loro prigionieri, avevano la possibilità di intensificare la produzione di beni di lusso e di cibo animale destinato al loro consumo personale e alla ridistribuzione nell’ambito dei loro seguaci. Forse anche la gente comune ne trasse un certo qual beneficio, ma non era questo il punto importante. Presso gli Aztechi, invece, la pratica del cannibalismo guerresco non comportò molti miglioramenti nelle condizioni di vita del contadiname. Ma continuò perché continuava a procurare benefici alla élite, e reprimerla avrebbe significato una diminuzione, e non un incremento, delle loro ricchezze e del loro potere.


Trascendenza, spiritualità... e l'amore salvifico della donna...



Con la verità e soprattutto con la sicurezza la donna rende possibile … la voglia di stare con gli altri e di stare insieme (tanto pensa lei a risolvere i problemi). In questo modo, l’opera del “potere femminile” sviluppa quello che possiamo chiamare “altruità cognitiva” che sta alla base della nascita di: la socievolezza, l’altruismo, la asimmetricità affettiva, la sussidiarietà, le pari opportunità ed anche di quei sentimenti ecologici che portano alla difesa dell’altro, della natura, degli esseri viventi, … di se stesso in una logica di “difesa delle opportunità e della ricerca della convenienza.

Trascendenza e spiritualità

L’elaborazione di questi principi di coesistenza e di sviluppo di ordine superiore porta a mettere a fuoco quelle valenze che stanno alla base della concettualizzazione del Hubermensch, cioè di quello che Nietzsche chiama “l’uomo completo” o “l’uomo della consapevolezza” (come vuole Osho Rajneesh).

La trascendenza e la spiritualità, caratteristiche del quarto livello dello sviluppo psico-mentale (anche se nei tarocchi fanno riferimento a qualcosa che sembra arrivare all’uomo dal di fuori o da una dimensione superiore e, nella teoria gravitazionale, da un equilibrio universale) hanno si sé un significato “vibrazionale”, riferito ad una dinamica interiore che è sinonimo di equilibrio risonanza. Parliamo di un “flusso” che deriva più dall’interno che dall’esterno, che spesso è anche attivato da una “integrazione di massa”, cioè da una “partecipazione universale” nella quale ogni soggetto partecipa con le proprie facoltà personali, con le proprie integrazioni familiari, sociali e politiche, con i propri “… programmi di sviluppo” (espressioni dello sviluppo teleonòmico).

In questa logica trascendente e spirituale, ogni persona (soggetto) attiva dinamiche salvifico-sanatrici, insegnamenti reciproci, deduzioni profonde ed inconsce, desideri creativi di rinascita e di evoluzione, familiari, affettivi ed intimi.

Questo ambito di complessità vibrazionale ha in sé anche polarità complementari che, nell’interazione con gli altri, acquistano valori singolari che sempre riguardano i valori della saggezza, della potenzialità (forza) e della bellezza, oltre a quelli che fanno riferimento alla via, alla verità ed alla vita.

In tutto questo, c’è anche una sorta di mimetismo, di mascheramento, che il soggetto utilizza per coinvolgere l’altro ad un dialogo, ad una scoperta, ad una partecipazione che Lèvinas ha descritto come “… necessità dello sguardo dell’altro” che scioglie l’invisibilità nella partecipazione, nella sussidiarietà, nella logica esistenziale che Eraclito ha definito come “…senso dell’amore”.

Romeo Lucioni   (lerreomero@gmail.com) 



La Grande Sintesi della Tradizione Esoterica di Pietro Ubaldi




Pietro Ubaldi, nasce a Foligno il 18 agosto 1886; filosofoscrittoreinsegnante di italiano, candidato al premio Nobel nel 1939, che poi fu assegnato a Jean-Paul Sartre.  Indaga sull’evoluzione dell'universo partendo dalle leggi dell'evoluzione umana. Il suo testo La grande sintesi (messo all'indice nel 1939, poi riammesso da papa Giovanni XXIII), fu giudicato da Enrico Fermi "Un quadro di filosofia scientifica e antropologica etica, che oltrepassa di molto i consimili tentativi dell'ultimo secolo”. Studiò pianoforte, apprese l'inglese, il francese e il tedesco, viaggiò negli Stati Uniti; nel 1912 sposò Maria Antonietta Solfanelli, dalla quale ebbe due figli. Divenne professore di lingua e letteratura inglese, insegnando nelle scuole medie inferiori e superiori, prima a Modica, in Sicilia, e poi a Gubbio.

Nel 1927 fece voto di povertà e gli sarebbe apparso Gusù Cristo. L'apparizione si sarebbe ripetuta nel 1931, insieme a san Francesco di Assisi. Il giorno di Natale dello stesso anno avrebbe ricevuto il primo di numerosi "messaggi". Quando si trasferì definitivamente  a São Vicente, nello stato di São Paulo, scrisse altri quattordici volumi, dichiarando conclusa la sua opera nel giorno di Natale del 1971, esattamente quarant'anni dopo il primo "messaggio" ricevuto.

Nei suoi 24 volumi ed in un notevole numero di articoli e libretti, Pietro Ubaldi con sistema d’indagine intuitivo  e un linguaggio chiaro, pulito e logico, parla della nuova Scienza dello Spirito, della Reale Essenza dell’Uomo e dell’Universo, della vera sostanza di tutte le cose come di un’essenza profondamente Spirituale,  e rivela il “Metodo” per penetrare il mistero e accedere all’Imponderabile.

Secondo Ubaldi è tempo che si superino le chiusure delle religioni istituzionalizzate, cristallizzate in dogmi e cerimonie, è tempo di amare lo Sposo dell’anima: DIO! Il mondo fenomenico viene decifrato secondo la ferrea Legge di causa e di effetto, ove la Sapienza Divina regna Sovrana.

In un processo di unificazione tra scienza e fedePietro Ubaldi chiarisce il rapporto esistente tra involuzione ed evoluzione tra le tre dimensioni della materia, dell'energia e dello spirito. Spiega il senso della vita, la funzione del dolore e la presenza del male. Inoltre ritiene che esiste un'unica "Sostanza", la cui essenza sarebbe il movimento e che si manifesterebbe come "materia" (statica), "energia" (dinamica) e "spirito" (vita). L'essere umano è chiamato ad evolversi ampliando la percezione della sua coscienza, che da individuale deve farsi collettiva, per farsi poi coscienza cosmica. Viene delineato il futuro dell'umanità, permeato da una nuova etica internazionale, come consapevolezza razionale e non emotiva o pacifista, dove l’essere umano attua la sua evoluzione tramite la reincarnazione.

In ogni situazione invita a cercare ciò che unifica. Per questo fare il male significa voler andare contro la corrente del Sistema, perpetuando la separazione, che genera sopraffazione e violenza, sino all'autodistruzione. Fare il bene, invece, vuol dire cercare di armonizzarsi con tutto e con tutti,  in un processo di unificazione che è rappresentato dall'ordine e della giustizia divina. Il segreto della felicità consiste nell'inquadrarsi nell'ordine cosmico e la preghiera autentica come  docile accettazione della Legge.
Il fine dell'esistenza è rappresentato dall'evoluzione etica, iscritta nell'evoluzione dell'universo  inteso come un'inestinguibile volontà di amare, di creare, in lotta col principio dell'inerzia, dell'odio e della distruzione. L'etica viene concepita come realtà ascendente a seconda le dimensioni dell'essere lungo la scala evolutiva. Fondamentali sono gli ideali come funzione di orientamento e di guida aventi il compito di proiettare l’essere umano verso la realtà della spiritualizzazione enunciati storicamente delle grandi religioni e dalle leggi morali, in un continuo cammino ascensionale, nella comprensione reciproca e nella fratellanza universale.
Nella legge dell’evoluzione collettiva  si tende a sempre più ampie convergenze: dalla coppia alla famiglia, dalle nazioni alle unioni di popoli, sino all'unione di tutti gli esseri viventi del pianeta, pur mantenendo il valore delle diversità. Per questo, la via è quella del superamento di ogni separazione: la separazione da sé stessi, dagli altri, dal mondo.
L'evoluzionismo di Ubaldi, ben diverso da quello di Darwin, guarda all'avvenire come tensione spirituale verso il superuomo che è presente in ognuno di noi, diverso dal superuomo enunciato da Nietzsche caratterizzato daldesiderio di espandere solo le potenzialità dell'io.
Attraverso il metodo intuitivo la coscienza riesce a penetrare l'intima essenza dei fenomeni, diversamente dalmetodo obiettivo, anche se giunge a conclusioni più universali perché basato sulla distinzione tra l'io e il non io, tra il soggetto e l'oggetto, tra la coscienza e il mondo esteriore.
I suoi scritti sarebbero passati da una forma ispirata di contatto telepatico con le correnti di pensiero a livello "supercosciente", al controllo razionale dell'ispirazione che consente di esaminare sia la "materia" che lo "spirito" nella loro armonia, unificando scienza e fede, considerate due aspetti della stessa verità.

Franco Libero Manco 


Consiglio tutti di leggere questo straordinario quanto rivoluzionario testo “La grande sintesi” di Pietro Ubaldi


Magia: "la scienza dei magi"



Nell'antica Persia i Magi erano sacerdoti, saggi, dotti: custodi della
tradizione spirituale che però erano al tempo stesso maghi, nel senso
che la loro conoscenza dei misteri iniziatici li metteva in grado di
comunicare con diversi piani di realtà ordinariamente preclusi alla
percezione comune, e di operare a partire da essi.

Si trattava perciò di una scienza vera e propria, la "scienza dei magi"
di cui è stato tramandato da molti autori; essi conoscevano i
funzionamenti e le dinamiche sottese alla realtà visibile e sapevano
intervenire su di esse per ottenere i risultati desiderati sul nostro
piano di realtà. Ma non stiamo parlando di far apparire conigli
bianchi da un cilindro, bensì di operare sul reale in maniera ficcante
e determinante partendo dalle dinamiche che ne stanno a monte.
L'effetto finale di questa operazione è impostare tutta una serie di
cose o di eventi in base al loro archetipo, ossia un modello
preesistente ad un altro livello di realtà.

Il mago ne "guida" l'attuazione mediante una trasformazione
energetica, una riduzione vibratoria che convoglia l'archetipo sul
piano terreno rendendolo "reale" concretamente, con effetti
riscontrabili.

Dunque la nostra attuale parola "mago" è estremamente fuorviante,
perché ce ne si è fatti un'idea che corrisponde in realtà agli
illusionisti, o maghi da spettacolo o da burla che tristemente
conosciamo e che hanno contribuito a svilire la reputazione di quella
che è un'operazione potenzialmente nobile (anche se può essere usata
malamente) attuabile anche da chiunque si sia familiarizzato con le
dinamiche sottili, mediante l'immaginazione creativa (e tanto lavoro su
di sé)..

Simon Smeraldo

La "Grande Madre" ritorna...




Il risorgere delle tradizioni mistico-esoteriche della “Grande madre”, legate alle figure di Iside, Astarte, ecc., si lega alla storia di Tolomeo I Sotere (367.282 a.C.), luogotenente di Filippo II di macedonia e poi di Alessandro il Grande, che resta in Egitto come satrapo (governatore di una provincia).

Nel 305, assunse il titolo di Re d’Egitto sposando Berenice, figlia di Mugas, che accompagnò sempre Tolomeo nelle sue attività socio-politiche e anche nella assunzione del ruolo di Faraone. Berenice, nelle Olimpiadi del 284, vinse una gara di carri, dimostrando, come da tradizione, l’impegno della “donna-regina”, nelle attività sociali, politiche, rappresentative e creative della “sposa”.

Tolomeo I fu un grande organizzatore dimostrando le sue capacità nella costruzione del faro di Alessandria e, soprattutto, nella creazione della Biblioteca Alessandrina (inaugurata sotto il regno di Tolomeo II Filadelfo) che supportò lo sviluppo delle scienze, della filosofia, delle scienze naturali e sociali, fin quando fu distrutta (nel 642 d.C.) a causa delle follie fondamentaliste ed anti-eretiche dei vescovi cristiani.

In tutto il periodo tolemaico, fu forte l’impegno mistico-filosofico guidato dalla propensione a dare valore alla figura della donna ed al femminino-sacro. Proprio a queste posizioni ideologico-filosofiche si deve il risorgere dei fondamenti delle antiche propensioni monoteistiche (verso il dio Aton) del faraone Akhenaton che, anche se emarginate dopo solo 17 anni di regno, rimasero vive nelle ceneri del sapere popolare.

Con Tolomeo, l’influenza culturale dell’Egitto si espanse in tutta la zona medio-orinetale fino alla Palestina ed anche alla zona mesopotamica di Babilonia.

Possiamo ricostruire questi saperi e le influenze politiche, ricordando i fondamenti che hanno retto per secoli influenze strutturali nell’ambito civile e religioso: il monoteismo di Akhenaton.


Prima di tutto, una grande libertà di scelte religiose che possiamo riferire ad un sincretismo culturale guidato tuttavia dalla concezione, sostenuta da Akhenaton, di un Dio, il Sole, che si offre come “… amore verso tutte le persone che ne abbiano bisogno”. I favori di Dio non sono legati alla partecipazione ad una particolare setta religiosa, ma al solo fatto che ogni uomo/donna è figlio di Dio e quindi posto nell’influenza della sua grazia.

Il potere della “Grande-Madre” (Signora del Cielo – Signora del potere del Cobra) ha in sé la forza del sapere sciamanico salvifico e divinatorio, espresso anche dalla “Sibille” e da tutte le ancelle-rappresentanti della Dea. Questo potere suscitava reazioni distruttive e disruptive nelle Gerarchie del monoteismo mosaico, paternalista e maschilista, che, proprio per paura di perdere i loro privilegi, diventano estremamente pericolose e una continua minaccia per la stabilità sociale e politica.

Il “popolo di Dio” non è chiamato alla assoluta osservanza della legge (legge mosaica) che, prima di tutto, mira a diffondere il proprio potere teologico-politico, attraverso l’imposizione di una “etica del potere” che è assolutamente perniciosa per la libertà, per la verità, per la giustizia, per il dispetto dei diritti del singolo, la creatività e la spinta vitale per la crescita e per il divenire civile

Non sono necessarie né una gerarchia, né la struttura di una rigida forma legislativa, che creano solo un feroce senso del peccato (… creato per sottomettere), proprio perché il potere di Dio è un potere salvifico, fondato sul perdono e non sulla creazione di un capo espiatorio.

Ogni persona, ogni soggetto, è chiamato a percepire l’Amore di Dio e non un suo feroce senso di condanna e di sete di riparazione della colpa: è Dio, con il suo amore incondizionato verso il suo popolo, a cancellare sempre e con magnanimità ogni colpa ed ogni riparazione.

Dio non ha bisogno di “servi” dominati dall’obbedienza e dalla paura del castigo, ma di “figli”che cercano l’amore e la grazia del Padre. Dio non chiede offerte, riti, sacrifici, preghiere perché nel suo “rapporto d’amore” è pura comprensione, pura generosità, pura tenerezza, pura …..

Dio è un “amore generoso” che dice “… andate e moltiplicatevi in amore ed in creatività, in sapere ed in partecipazione sussidiaria e generosa: è peccato solamente danneggiare un’altra persona, fare del male ad un bambino o ad una donna che sono “… la vera semente dell’amore di Dio”.

La “vera conversione” (cambiamento di prospettiva) riguarda la “capacità di giudizio”, inteso come pienezza di vita, piena realizzazione di sé nell’integrazione con l’Altro.

Il perdono di Dio si misura concretamente con la scelta di perdono fatta da ognuno in favore del vicino, del aprente, del viandante … di ogni altro reso sacro dal perdono stesso ricevuto da Dio.

Il peccato del mondo non è peccato verso Dio (che sempre perdona), ma è rifiuto della pienezza della vita che si misura solo nel rispetto dell’altro, del riconoscere il valore dell’altro e, soprattutto, della singolarità creativa e salvifica dello spirito del femminino sacro.

Nel popolo di Dio non c’è posto per le potenti istituzioni religiose e per gerarchie oppressive e dogmatiche, proprio perché ognuno può rivolgersi direttamente a Dio che, con il suo amore, è sempre disposto ad ascoltare e ad aiutare i suoi figli, indipendentemente dai loro errori e dalle loro colpe.

Dio non ama i figli e le persone per i loro meriti (che sono meriti del potere terreno e materiale), ma per la loro disposizione di amore, per la loro ricerca incessante di collaborazione, di sussidiarietà e di accettazione.

Dio non giudica, non crea leggi, non cerca sottomissioni o colpevolezze: dio è “sevizio”, comprensione e generosità.

Imperdonabili, per Dio, sono solo i comportamenti distruttivi e disruptivi che mirano a sottomettere e a creare dolore e sofferenza.

Dio è orientato verso il bene e la felicità degli uomini, verso la loro esistenza serena nell’amore della famiglia, del rapporto d’amore tra genitori e figli e non tiene conto dei peccati, che, per lui, sono sempre cancellati.

Inciampare e cadere non sono mai motivi per creare peccato e castigo, ma esperienze che portano a continue rinascite nell’amore di Dio.

Se la vita è orientata verso il bene degli altri, Dio gioisce per aver creato giustizia, benessere, felicità, crescita e una moltiplicazione del suo stesso amore: il perdono di Dio precede sempre la richiesta di perdono da parte dei suoi figli.

In questo si comprende come Dio sia luce che si espande. “Io sono la luce del mondo” – luce che è saggezza, consapevolezza, benedizione, sincero amore verso l’altro che è “… segno dell’accoglimento del suo Amore”.

La legge di Dio non ha bisogno di essere scritta, non è un codice di dottrine e precetti, bensì il dono interiore. La legge scritta è una legge umana che perciò è destinata a perire. La legge di Dio è impressa nel cuore dell’uomo, nel suo spirito e, proprio per questo, è eterna e rende eterno l’uomo “… racchiuso nello scrigno dell’amore di Dio”.

Dio non ha bisogno di suoi rappresentanti in terra con il compito di tradurre le sue volontà, perché queste Dio le trascrive nel cuore di ognuno dei suoi figli, nella “… verità della procreazione e della educazione dei figli nella verità”.



Invasione, masochismo e mutazione genetica

A volte ci si chiede come mai una parte della popolazione sia così tenacemente a favore dell’immigrazione da rasentare il masochismo. La risposta non può essere politica. Deve quindi includere la psicologia del profondo. Ricorrere in un certo senso alle categorie junghiane.
E’ stato detto che il socialismo è una derivazione atea delle religioni di matrice cristiano/giudaica. Tutte unificate da una mentalità monoteista e una fede messianica in un’utopia che si realizzerà con una grande rivoluzione. Rivoluzione dettata dall’odio verso la realtà in favore di un mondo “migliore” generato dalla mente.
La fine ingloriosa delle utopie socialiste ha significato il trionfo della realtà sul delirio messianico. FINE ANCORA PIU’ ACUTA SE SI CONSIDERA CHE I SINISTRI NON SONO MAI RIUSCITI NEPPURE A REALIZZARE DA SE STESSI DELLE COMUNITà SOCIALISTE IN GRADO DI VIVERE A LUNGO E SERVIRE DA ESEMPIO DI BENESSERE E GIUSTIZIA. La loro sete di vendetta è grande, contro se stessi e il mondo che ha tradito la rivoluzione. Odiano le loro stesse personalità che li trascinano verso le abitudini borghesi individualiste e edoniste e intendono scaricare il loro immenso livore contro tutto quello che ad esso somiglia.
Cioè se stessi, riflessi negli altri. La gente della loro stessa famiglia, stirpe, popolo. Che devono essere eliminate in quanto cose schifose e nemiche del paradiso immaginario perduto. Questi sinistrati sono affetti da una psicopatia di massa che in quanto tale non è riconducibile alla psicopatia individuale. Vogliono suicidarsi trascinando con sé il loro stesso popolo e nazione. Non si tratta di “brava gente” con cui dialogare in maniera positiva sulla base del solidarismo perché se anche gli mostri che l’immigrazione e la società multirazziale portano a tensioni laceranti non ottieni risposte razionali. Da uno psicotico non potrai averne. (Luigi)

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Articolo collegato: La mutazione genetica (seconda parte)
A volte può capitare, dopo aver cercato di essere in uno scritto, il più esauriente possibile, di accorgersi di aver lasciato indietro questioni importanti, e questo ha tanta maggiore facilità di accadere quanto più il tema che abbiamo affrontato è vasto e ricco di implicazioni, e questo è certamente il caso della “mutazione genetica”, della trasformazione di quella sinistra che fu, o pretese di essere, la paladina delle classi lavoratrici, nella più zelante servetta del capitalismo mondialista, così come è attualmente.
Io credo che occorra ritornare su due punti fondamentali che nell’articolo precedente non ho analizzato. Primo: i prodromi di quella che per la verità non è stata tanto una mutazione quanto un lungo processo di “evoluzione” o degenerazione, si trovano “in nuce” già in Marx? Secondo: come si spiega il fatto che in genere le classi popolari non abbiano percepito il tradimento compiuto ai loro danni e/o non si siano progressivamente allontanate da questa ideologia divenuta un boomerang ritortosi contro di loro, e dagli uomini e dai partiti che la incarnano?
Il primo punto può sembrare puramente teorico, ed è invece di importanza fondamentale, perché dovrebbe essere chiaro che se il pensiero di Marx conteneva già embrionalmente le aberrazioni che si sono poi storicamente manifestate, la pretesa di ritornare alle origini marxiste e “rifondare il comunismo” è inutile e ridicola.
Nell’articolo che precede questo, ho inserito una frase che può apparire strana: “arrivando addirittura con Marx, il maestro di tutti i cattivi maestri, a una specie di estremismo folle che implica una sorta di auto-creazione dell’uomo a partire dal dato economico”. Ora, che l’economia, il che significa le condizioni reali di esistenza, il soddisfacimento o la difficoltà a soddisfare i bisogni, nonché le relazioni sociali che esistono in conseguenza della distribuzione della ricchezza in una società, siano fondamentali, questo è qualcosa che nessuno potrebbe mettere sensatamente in dubbio, solo che Marx non intendeva semplicemente questo; cercava di persuaderci di qualcosa che è nello stesso tempo di più e di meno, difettando proprio sul terreno dell’analisi socio-economica, perché quelle che dovrebbero essere categorie economiche e sociali, nel suo pensiero diventano astrazioni metafisiche.
Vi invito a riflettere un attimo sulla celebre frase del rabbino di Treviri: “Non è la coscienza che crea l’essere, ma l’essere SOCIALE che crea la coscienza”. Senza la specificazione contenuta nella parola “sociale”, questa sarebbe una banalità condivisibile da chiunque non sia uno sfrenato idealista; persino Cartesio: “Cogito ergo sum”; se la coscienza precedesse l’essere, il fatto di pensare non dimostrerebbe che esistiamo.
Quel “sociale” messo come condizione primaria, esclude tutte le determinazioni di natura biologica, ereditaria e storica, risponde a un calcolo politico piuttosto contingente, l’esigenza di persuadere i lavoratori tedeschi di aver molte più cose in comune con i coolies cinesi o con gli schiavi neri delle piantagioni del sud degli Stati Uniti che non con i loro connazionali di estrazione borghese, ma, forse senza che lo stesso Marx se ne accorgesse, viene a significare molto di più.
Jean Jacques Rousseau è stato certamente non il meno importante fra i precursori di Marx, ed è stato forse il primo a introdurre nella cultura occidentale l’idea di una netta contrapposizione fra natura e cultura, fra innato e appreso, fra l’ambiente e quella che con un termine moderno possiamo chiamare eredità biologica; l’idea – banale – che ciò che chiamiamo cultura sia semplicemente un portato della natura umana, era troppo pericolosa per la sinistra, che doveva prendere le parti del valore esclusivo della cultura, dell’appreso, dell’ambiente. Altrimenti c’era il rischio di dover ammettere che le enormi differenze culturali esistenti, ad esempio fra il mondo europeo e quello dell’Africa al disotto del Sahara, riflettesse una differenza di natura, di dover dare ragione ai teorici della razza.
Marx probabilmente non ne fu mai consapevole, ma questa contrapposizione fra natura e cultura che caratterizza il pensiero di sinistra, in definitiva è un ricalco della contrapposizione tra materia e spirito tipica del cristianesimo e, basandosi su queste premesse, il marxismo stesso non è che una versione aggiornata e laicizzata del “bolscevismo dell’antichità”.
Tutto ciò non rimane nel dominio delle idee astratte ma ha precise conseguenze pratiche. Poiché nel pensiero di Marx “borghesia” e “proletariato” in realtà sono categorie non socio-economiche ma metafisiche, ecco che la ricetta del “socialismo” marxista non prevede altro che il passaggio del potere politico e della proprietà dei mezzi di produzione nelle mani del “proletariato” la cui “avanguardia” che ovviamente non può essere altro che un’élite ristretta, diventa una nuova, feroce autocrazia che non tollera alcun potere, alcuna autonomia, alcuna libertà al di fuori di se stessa. Per l’ideologia marxista, i membri della nomenklatura rimangono sempre “proletari” anche nel momento in cui si sono trasformati nei nuovi, sanguinari zar.
Si può certamente fare un parallelo con la Chiesa cattolica una volta arrivata al potere in seguito al tradimento di Costantino e alla distruzione dell’impero romano; persino nella terminologia: la nuova autocrazia ha continuato a chiamarsi “sovietica” dal nome dei soviet, i consigli popolari, così come l’autocrazia cristiana continuò a chiamarsi “ecclesia”, “assemblea” anche quando si fu trasformata in un’autorità piramidale. Anche su questo Marx aveva torto, la storia si ripete; la prima volta in tragedia, la seconda in una tragedia peggiore.
Nel momento, a partire dal momento in cui CI SI RIFIUTA DI VEDERE che gli stati “socialisti” sono delle autocrazie in cui tutto il potere economico e politico è nelle mani di una ristretta élite, è proprio l’analisi socio-economica a essere carente o del tutto abbandonata. Questo è un punto che gli avversari del marxismo, della sinistra, non hanno perlopiù messo in rilievo, accontentandosi di replicare a questa ideologia sulla base di postulati ideali e morali il più delle volte poco convincenti per la loro astrattezza. Bene, a mio parere il marxismo e la mentalità sinistrorsa vanno contestati e rifiutati non rimanendo a prima del 1848 (pubblicazione del “Manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels), ma essendo arrivati a dopo il 1991 (crollo dell’Unione Sovietica), sapendo bene che quest’ultimo è uno spartiacque cronologico di cui “i compagni” non si sono ancora accorti o che cercano di ignorare.
Noi adesso, credo, siamo in grado di rispondere anche al secondo dei due interrogativi che abbiamo visto. Se noi abbiamo compreso questo sfondo concettuale, allora anche spiegare come mai il fatto che la sinistra nel secolo che intercorre fra la cosiddetta rivoluzione d’ottobre e l’epoca presente si sia progressivamente allontanata dalla scelta a favore delle classi popolari, sia passato perlopiù inosservato, non appare misterioso. Il punto è che sia pure in maniera laicizzata, camuffata e distorta, il marxismo è una religione, o perlomeno funziona come tale agli occhi dei suoi adepti.
Classicamente, le religioni sono le datrici di valori morali, dicono ai loro seguaci cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa non lo è. Questo permette loro di sopperire all’assenza di prove di natura storica o filosofica, poiché la fede diventa una virtù, anzi la prima virtù, e gli scettici saranno portati a vedere i loro dubbi come qualcosa di riprovevole, peccaminoso o perlomeno evitare di esternarli per non essere giudicati persone immorali, è un trucco che si tramanda dalla notte dei tempi. Il marxismo funziona allo stesso modo: è l’ideologia a decidere dell’etica e anche della conoscenza, non il contrario.
Io direi che soprattutto dopo la caduta dell’Unione Sovietica, dopo che il loro “paradiso” si è dimostrato un inferno da cui i popoli che l’hanno subito si sono liberati appena gliene è stata data l’occasione, che la sinistra e quel che rimane dell’ideologia marxista, hanno accentuato e spinto fino al grottesco il loro moralismo mal riposto.
Esiste, ed è un fenomeno ben noto alla psicologia, la tendenza a ridurre quanto più possibile la “dissonanza cognitiva”, ossia a modificare la percezione della realtà in modo da ridurre al minimo “lo scarto” fra le nostre convinzioni e i nostri comportamenti. Chi ha commesso un’azione riprovevole farà il possibile per convincersi di aver invece agito in maniera buona e giusta.
Sapientemente indirizzata, questa tendenza lo porterà ad avere una visione delle cose sempre più distorta. Ora pensiamo al fatto che per almeno un ventennio, dai primi anni ’70 alla fine degli anni ’80 la società italiana in particolare, ma un po’ tutta l’Europa, è stata percorsa da un’ondata di violenza DI SINISTRA diretta spesso e volentieri contro di noi. I nomi di Sergio Ramelli, di Mikis Mantakas, la strage di via Acca Larenzia, il rogo di Primavalle, penso siano cose che ricordiamo tutti, ma non occorre arrivare a gesti così sanguinari; l’insegnante che dà un voto ingiusto allo studente che ha osato contestare la versione della seconda guerra mondiale raccontata sul libro di testo, o magari mostrato segni di comprensibile noia l’ennesima volta che è costretto a vedere “La lista di Schindler”, si pone sulla stessa linea concettuale.
Per giustificare il loro comportamento, “i compagni” DEVONO vedere nei “fascisti” dei diavoli incarnati, senza nemmeno considerare il fatto che nessuno di noi, per ovvi motivi anagrafici, può essere ritenuto responsabile di cose che si suppone siano avvenute prima della nostra nascita, né tanto meno chiedersi come mai, a settant’anni di distanza dalla conclusione di quella che fu forse la più gigantesca e impari lotta della storia umana, vi siano ancora tante persone che si riconoscono in un’idea da allora emarginata e demonizzata.
Le “idee” della sinistra mi sembra siano il prodotto di un meccanismo di PURA NEGAZIONE. Poiché “i fascisti” ci tengono alla loro appartenenza nazionale come è giusto e legittimo che sia, allora bisogna spingersi nella direzione del cosmopolitismo più mondialista e masochista, ridurre gli Italiani a servitori dell’ultimo clandestino che metta piede sul loro territorio, essere i più zelanti esecutori del piano Kalergi.
A peggiorare le cose, c’è la sempre più accentuata convergenza fra sinistra e cattolicesimo; oggi non esistono più né Peppone né don Camillo, entrambi hanno lasciato il posto a un don Peppillo che sfoggia sia la tonsura sia i baffoni staliniani.
Un tratto comune a entrambi, è l’induzione del senso di colpa: colpa per il fatto di essere italiani, di essere europei, perché i nostri padri o nonni non avrebbero fatto abbastanza per impedire il supposto olocausto, e via dicendo. Anzi, potremmo dire che dopo il tramonto dei “paradisi socialisti” dell’Europa dell’est, dopo la conclamata dimostrazione che le loro idee sono capaci di generare solo oppressione e miseria, l’antifascismo e il masochismo etnico sono le sole frecce che rimangono nel loro arco.
Riguardo a ciò “i compagni” si trovano una volta di più in sintonia con una Chiesa che ormai di fronte alla crescente secolarizzazione e laicizzazione dell’Europa, ha riposto tutte le sue speranze di reclutare sia nuovi membri del clero sia nuovi fedeli nell’immigrazione e, sotto il pretesto di motivi caritatevoli, ha voltato del tutto le spalle alla nostra gente.
Masochismo etnico, che è la massima espressione della confluenza catto-marxista, i clandestini vanno aiutati e compatiti, e non importa quali sacrifici ciò comporti per la nostra gente, dato che questi parassiti ci portano solo violenza, stupri, criminalità, sporcizia, malattie e degrado, e dimenticando anche quel detto elementare che insegna che “la carità comincia a casa propria”.
Per instillarci un radicato senso di colpa nei confronti di coloro ai quali in realtà nulla dobbiamo, la falsificazione deve rimontare molto indietro, risalire alla nostra storia remota, quanto meno alle crociate, lette come espressione dello spirito aggressivo e rapace che costoro ci attribuiscono in quanto europei “bianchi”.
Si tratta, ovviamente, di un falso vergognoso. Costoro dimenticano o fanno finta di dimenticare che le crociate non furono altro, in ultima analisi che una momentanea controffensiva dell’Europa tra due secolari aggressioni islamiche contro il nostro continente, quella arabo-califfale e quella ottomana, che per secoli hanno minacciato e devastato le nostre terre, in più l’assillo costante della pirateria mussulmana che per quasi un millennio ha insidiato, saccheggiato, razziato, distrutto i nostri paesi costieri, reso pericolosi la navigazione e i commerci, rapito gli abitanti per venderli come schiavi sui mercati d’oriente. L’Europa ha definito, costruito, difeso la sua identità combattendo contro gli antenati di coloro che oggi accogliamo come “poveri migranti” e che ancora adesso, appena ne hanno l’occasione, ricambiano la nostra mal riposta solidarietà con la stessa protervia conquistatrice dei loro avi.
Vogliamo parlare del colonialismo che agli occhi dei buonisti di sinistra e di catto-sinistra è stato l’abominio degli abomini? Probabilmente ha fatto più bene che male all’Africa, se non altro perché ha imposto un lunghissimo periodo d’interruzione alle guerre tribali, oggi riprese impiegando i kalashnikov invece delle zagaglie, e spesso mascherate con pretesti ideologici scimmiottati dal mondo occidentale e che suonano francamente ridicoli, anche se si prendono per buoni in modo da celare quanto più possibile agli occhi dei buonisti democratici e sinistrorsi che infestano il mondo “occidentale” non africano la radicale differenza di mentalità tra “loro” e “noi”.
Parlare delle guerre tribali significa aprire uno spiraglio su di un argomento tabù, le causa PURAMENTE ENDOGENE della miseria e del sottosviluppo dell’Africa, con la forza lavoro e le energie sottratte alle attività produttive, le distruzioni materiali, i giovani la cui unica istruzione consiste nell’apprendere a maneggiare le armi, e via dicendo. Naturalmente a ciò vanno aggiunti il parassitismo e l’infinita corruzione delle classi dirigenti africane, e oggi la violenza illimitata dei fondamentalisti islamici, tanto per non farsi mancare nulla.
Il colonialismo aveva lasciato gli stati ex coloniali dotati di eccellenti infrastrutture, strade, città moderne, ospedali, scuole, eccellenti costituzioni e sistemi legislativi modellati sul meglio di quel che l’esperienza giuridica europea aveva da offrire, aveva formato nei limiti del possibile delle classi dirigenti indigene formatesi in scuole europee o di modello europeo. Tutto questo nel giro di pochi anni è rapidamente regredito come un giardino che, lasciato incolto, si ritrasforma in foresta. Il colonialismo aveva portato l’Africa dalla preistoria all’età moderna; oggi essa è ripiombata in una sorta di preistoria tecnologica in cui il belluino spirito nativo mai venuto meno si mescola stranamente ai ritrovati della nostra epoca, dalle armi da fuoco ai telefoni cellulari.
Sembra un infinito gioco di specchi deformanti: mentre la sinistra basa il suo antifascismo su una rappresentazione del fascismo e delle seconda guerra mondiale tratta di peso dalla cinematografia hollywoodiana a dispetto del fatto di aver considerato per decenni gli Stati Uniti “il nemico”, in modo analogo, i cattolici i paraocchi con cui guardano (e non vedono) il cosiddetto Terzo Mondo, li hanno presi di peso da uno dei più arrabbiati anticlericali della storia, Jean Jacques Rousseau, che è stato anche il creatore della leggenda (le si fa troppo onore a considerarla un mito) del “buon selvaggio”.
Nonostante le continue, evidenti prove del contrario, chi è extraoccidentale deve essere per forza “buono”, le colpe non possono essere che tutte di chi ha il torto di avere la pelle bianca.
Abbiamo visto clandestini finti profughi, evidentemente imbeccati, esibire cartelli con la scritta “siamo profughi dalle vostre guerre”. Quali guerre? Sono settant’anni che l’Italia non fa guerra a nessuno, e soprattutto se i membri di due tribù africane si ammazzano in una faida fratricida che dura da secoli, ci vuole davvero aver spinto la leggenda rousseauiana a un totale allontanamento dalla realtà, per vedere in ciò l’occulta responsabilità di ignari europei che con ciò non hanno nulla a che fare. Antifascismo e masochismo etnico, ODIO PER LA PROPRIA GENTE sono in concreto i due soli “argomenti” dei catto-sinistri.
Il grottesco di tutto ciò diventa quasi umoristico quando si viene a parlare di razzismo. Cosa c’è in fondo di più razzista del pensare che quel che si considera un delitto capitale, il razzismo appunto, sia possibile solo ai membri di una razza, quella bianca?
Il razzismo anti-bianco è una tragica realtà della quale in modo “democratico” e “politicamente corretto” si fa ogni sforzo per tenere all’oscuro l’opinione pubblica del cosiddetto mondo occidentale. Se ai tempi dell’apartheid eravamo dettagliatamente informati ogni volta che un nero veniva arrestato, oggi non un velo, ma una vera cappa di silenzio mediatico copre il lento genocidio dei bianchi sudafricani.
Razzisti, questi “poveri” finti rifugiati del Terzo mondo, lo sono anche fra loro; abbiamo già assistito a parecchi episodi di reciproca intolleranza fra gruppi etnici diversi, ma questa è ancora quasi una barzelletta; è ben difficile che riusciate a persuadere un nero subsahariano che un pigmeo è un essere umano come lui, per lui quest’ultimo è un animale, una preda che può essere cacciata; e infatti, nonostante tutti gli sforzi compiuti dagli Europei (i soliti cattivi secondo i catto-sinistri) durante il periodo coloniale, il cannibalismo non è mai scomparso dall’Africa.
La vergogna e il disprezzo per la propria gente, la masochistica auto-flagellazione sono l’ultimo argomento rimasto al bolscevismo marxista e del pari agli eredi del “bolscevismo dell’antichità”. Noi, al contrario, abbiamo l’orgoglio delle nostre origini, e consideriamo la nostra eredità un deposito da difendere e trasmettere a ogni costo, perché i nostri figli possano avere un futuro.
Fabio Calabrese