Il nichilismo buono - "Niente = Tutto"


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Il binomio è contraddittorio: è di noi tutti tanto anelare alla pace, quanto essere intolleranti. È ragion sufficiente per sospettare che la pace permanente sia una incongrua aspirazione, oppure, per creare processi autoeducativi per scoprire come abortire gli embrioni di ogni conflitto? 
Processi umanamente possibili o cacciati a forza dalla presuntuosa ragione entro i limitati confini delle nostre identità? Dunque buoni per prendere coscienza che la concezione meccacinistica dell’uomo non può essere estesa ad ogni sua circostanza?
Se realizzeremo la rivoluzione individuale, per viveve le relazioni nel rispetto, ci avvieremo a esprimere pace senza bisogno di appellarci al diritto razionale?
Avremo a quel punto realizzato il progetto del Cristo e dell’anarchia? 
Per intenzioni e sospetti di questa portata, incertezze di questo peso e lotte di questo valore, anche il nichilismo offre la sua spinta evolutiva.

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Premessa
Sente la potenza trascendente nichilista chi vede il permanente affanno degli uomini protrarsi fino alla sopraffazione dell’altro pur di affermare sé; chi vede che anche dopo quelle affermazioni ancora la serenità non sopraggiunge; chi sente che la livella nichilista è una modalità occidentale per accedere a dimensioni umane altrimenti lasciate al fango dei giorni.

Un niente per il tutto
Ipotizzando che lo spirito del nichilismo abbia pari diritto di ogni altro, potremmo condividerne il messaggio, l’essenza, il valore utili al nostro equilibrio, al riconoscimento del nostro profondo sé.
Diversamente da quanto ci sussurra, con insistenza il luogo comune - qualcosa di nefasto dal quale prendere le distanze - il nichilismo non è privo di orpelli nobili. Non c’è in lui alcuna contiguità con l’indifferenza e l’apatia, nessun prodromo della depressione, non è in lui appiattire ciò che ci appare come ente, come qualcosa che abbia valore, a niente. Né ha a che vedere con l’accidia, arida mortificazione più spirituale che pigrizia materiale, che rimanda ad una inesprimibile richiesta di amore.
Piuttosto, gli è proprio farci presente che elevare qualcosa al di sopra di altro, preclude allo scaturire della profonda coscienza di sé, sempre nascosta dietro le più radicate, egocentriche convinzioni. 
Una volta consapevoli di noi stessi, non possiamo che riconoscere la permanente arbitrarietà delle nostre affermazioni. Non possiamo che convenire che viviamo solo entro il nostro discorso, che non abbiamo altro territorio vitale oltre alla mente nella quale siamo immersi. 

Nel nichilismo si può quindi riconoscere un risultato evolutivo. Esso scaturisce dalla consapevolezza che tutti gli affanni sono di pari valore e mai universali, che farne graduatorie - tutte egoistiche - ci può anche portare in cima, ma su vette di carta.

Ogni scienza implica, infatti, la finitudine. Tutte le scienze sono perciò nella loro radice delle scienze umane e delle scienze storiche, anche quando hanno la natura come oggetto.

La vita è priva di una configurazione ben definita. Le sue catastrofi colpiscono in modo sbagliato le persone sbagliate. C’è un che di grottesco nelle sue commedie, e le sue tragedie finiscono in farsa. Chi l’avvicina ne rimane sempre ferito.

Individualismo del secondo tipo
Secondo lui - il nichilismo - ogni arbitrio è arrogante, inopportuno, privo di sostanza duratura e ragione universale. Per lui, ogni arbitrio necessita ed esprime forza sopraffattrice che, per implicita natura, si realizza nel sopprimerne altre. Ogni arbitrio fa l’occhiolino alla meschinità e alla disonestà. Condotte che sciamano in noi a rotazione, secondo il disegno delle circostanze della vita.
Condizioni che mortificano le nostre migliori potenzialità di realizzare vite  private, relazionali e sociali via via più idonee alla bellezza.
Nessuno dovrebbe esonerarsi dal mettere in moto la propria evoluzione olistica, tutti possiamo riconoscere che se ogni foglia dedicasse a se stessa tutte e energie, prima il ramo e poi l’albero ne soffrirebbero.
Tutti dovrebbero secondo misura personale farsi foglia di albero.
...“la misura della forza è ora costituita dal punto sino al quale noi possiamo ammettere, senza rammarico, l’illusorietà, la necessità della menzogna. In questo senso il nichilismo, come negazione di un mondo vero, di un essere, potrebbe risultare un modo di pensare divino”. Nichilismo dunque non come fine del pensiero ma come liberazione dalle “superstizioni” della metafisica della rappresentazione, della causa e dello scopo, e , contemporaneamente, liberazione di quel pensare che nega l’”essere” e il “mondo vero” ma che non cessa di agire e di comprendere nutrendosi della tensione tragica tra il riconoscimento dell’infinito della natura e l’insuperabilità della frammentarietà della forma, ovvero, della “divinizzazione dell’apparenza”.

... ci cattura sempre
Dal cospetto della nostra ricerca – qualunque essa sia – c’è difficoltà ad evitare il pungente compagno di viaggio detto nichilismo. Non di rado è acuto. Spesso riesce a sciogliere nel suo acido anche le architetture più solide e belle. 
Non ha riguardo per niente, ma ci si può fidare, non mente mai. Merita rispetto. Uno dei suoi trucchi – ma la realtà è maschera, quindi non è un inganno – sta nel portarci a traguardare le cose, il mondo, da un punto di vista utile alla sua causa. È ammaliante. Si estende su una rete sottile, che non vediamo se non quando ci prende. E sa attendere, quindi ci cattura sempre. 

Apparenza
Tuttavia ci sono momenti in cui sembra di essere riusciti a seminarlo, il nichilismo. Accade quando capita di essere nel qui ed ora, dentro il presente, identificati con le nostre concezioni. Ma anche quando liberi dal brigantaggio che l’ego compie su noi stessi, ci orrifichiamo dei nostri stessi giudizi sul mondo. In ambo i casi si tratta di contesti nei quali non possiamo più dire “io”. 
Dici “io” e sei orgoglioso di questa parola. Ma più grande è, anche se non vorrai crederci, il tuo corpo e la sua grande ragione: questa non dice “io”, ma agisce da io […] 
C’è più assennatezza nel tuo corpo che nella tua più assennata saggezza. E chi può dire a quale scopo il tuo corpo ha bisogno proprio di questa saggezza così assennata?

Senza “io”, si è in una condizione nelle quale non si avverte più la separazione delle cose, semmai la loro contiguità e necessarietà. La loro imprescindibile relazione. Uno stato nel quale non si fa arte, la si è; non facciamo niente, siamo tutto.  Un ritorno all’Uno, alla condizione promigenia, astorica, che non è e non può essere permanente. 

Tutto è dialettica
Così, senza fretta e senza accorgerci, ci si ritrova a riconoscere che qualunque questione intellettuale, speculativa, analitica e globale, non contiene, né conduce ad alcuna verità, che non sia creata dalla sua stessa dialettica. Ogni questione è ambitale, autopoieutica, si crea mentre la si pronuncia, e la si pronuncia in modo da poterla creare ed alimentare e in modo sia confacente a noi stessi. Tira acqua al proprio mulino. La questione, fuori dall’invisibile e spesso inconsapevole recinto dell’ambito, non dice più nulla, non ha più ragione d’essere. 
Questa distinzione è possibile sulla base dell’assunto che “le nozioni che hanno origine nel [nostro] dominio di descrizione non riguardano la organizzazione costituitiva dell’unità (fenomeno) che deve essere spiegata”.

Tanto più un’esposizione – qualunque sia il suo oggetto – è opportuna all’interlocutore tanto più gli sembrerà accreditabile, vera. Viceversa, se è inadeguata a coniugarsi con la biografia alla quale è destinata, tanto più – anche l’oggetto apparentemente più esclusivo, sacro e bello - avrà tutte lechances per non essere comunicato, riconosciuto, valorizzato. Anzi, per non essere proprio.

Un solo perno
Non solo. Tutti i nostri argomenti ruoteranno intorno ad un solo perno. Non si pensi tanto al vanesio intento proselitico delle nostre affermazioni. Piuttosto, al nostro equilibrio. Nessuna cosa sarà da noi sostenuta se questa spinge il nostro baricentro identitario fuori dalla sua base d’appoggio, sola superficie della nostra sopravvivenza, della nostra identità, della nostra evoluzione.

Tuttavia, quanto accogliamo da altri, quanto aggiungiamo alle nostre affermazioni, quanto utilizziamo per aggiornare il nostro riflettere, ha in sé il necessario per ruotare ancora intorno a quel medesimo perno. In pratica, possiamo accettare ciò che conforta e rinforza l’equilibrio, ciò che si coordina alle schiere di idee che lo proteggono. Diversamente rifiutiamo. 

Esempio
Come la democrazia. Dopo averla concepita nella sua sicura e rassicurante purezza, siamo rimasti ancorati ai suoi bei proclami, nonostante le dimostrazioni quotidiane di quanto si siano abbrutiti e allontanati dalla propria origine, nonostante siano stati mostruosamente deformati dalla burocrazia, nonostante le stanze dei suoi palazzi siano tutte androni della corruzione, non riusciamo né a ricucire gli strappi fatti alla sua bandiera, né a rinunciarvi. Così, per quanto pare abbia espresso l’ultimo e apparentemente migliore risultato della storia, per quanto sia oggi profondamente e radicalmente criticabile, si stenta a separarsene: ce ne siamo identificati; le alternative ci appaiono inaccettabili, tutte annichilirebbero quel perno essenziale a noi stessi.

Così, pur potendo immaginare quanto sarebbe bello vivere in uno stato agile e veloce, non siamo nelle condizioni di realizzarlo se non uccidendola, la democrazia. Se non tornando ad aspirare e vedere il bello - solo per alcuni -  dei pugni di ferro. Se non si può ancora dire che ce lo siamo voluto, si può però dire che ce lo stiamo volendo.  

Non è apologia dell’assolutismo. Quella democrazia che sognavamo e volevamo ardentemente, che avevamo idealizzato a nostra migliore immagine e somiglianza, ora ci appare vestita della sua concreta, rattoppata storicità. Ora sembra accettabile, giusto, voler cambiare vestito, rinunciarvi. 

L’invasiva malpolitica e certamente tanto altro stanno riuscendo ad allontanarci dal desiderio di democrazia. È la storia che ci segnala quanto sia funzionale la martellante difficoltà quotidiana al sempre più diffuso auspicio di vederla risolta in tempi brevi, senza più i lunghi lacci che tessono la democrazia. Quelli che, abbracciati al liberismo economico e morale, l’avevano creata. Mentre vediamo il suo lato oscuro, scorgiamo i vantaggi di un ordine che sappiamo facilmente abbinare a governi più rigidi.

È tanto più difficile abbandonare l’idea della democrazia quanto più ce ne eravamo identificati. La separazione che possiamo accettare può avvenire per gradi contigui, non improvvisamente. Diversamente, sarebbe come compiere un gesto maldestro che ci fa uscire il baricentro dalla nostra base d’appoggio. Come per partire, cioè lasciarsi alle spalle routine e domini, sarebbe come morire. È un processo che avviene per qualunque idea, scelta, ambito. Necessario per salvaguardare l’identità, la sopravvivenza. Ogni compromesso che consideriamo accettabile, ogni passo esplorativo che consideriamo idoneo a noi stessi sottostà a questa legge.

La morale che interessa qui, è che le cose si muovono, che la forma che meglio esprime il tempo è quella del pendolo. La sola permanenza è l’oscillazione. Il nichilismo ne è una modesta constatazione. La morale è che scoprire i lati oscuri delle nostre fedi che credevamo cristalline non è che una rispettabile premessa per riconoscere che ogni oggetto della nostra attenzione è potenzialmente soggetto della medesima sorte. È lì che può farsi in noi la consapevolezza del nichilismo, è lì la sua ragione d’essere. È lì che la ragione anarchica e cristica trovano il terreno adatto al loro basamento. Non più accumulo e sopraffazione ma assunzione di responsabilità di tutto, amore.

Come in alto così in basso
Dunque la qualità spirituale del nichilismo non è semplicisticamente negativa e sconveniente, come un becero luogo comune vorrebbe, è semmai, e prioritariamente, la sola, in grado di farci presente quanto non potremo che perpetuare la storia mentre urliamo, tutti, di volerla cambiare, migliorare, trasformare (magari affidandoci alla tecnologia).
Nichilismo perciò come una sorta di El Dorado. Vetta accessibile a chi non si perde lungo la parete, attratto ora da una, ora dall’altra tra le molte linee che non portano in cima.
Nella sua Introduzione alla metafisica del 1935, Martin Heidegger qualificava la domanda metafisica come la domanda “di più vasta portata”. Essa, infatti, corrode inesorabilmente ogni ente, lo insegue e lo stana lasciandolo in un’inquietudine senza rimedio circa il suo essere. Non c’è ambito dell’esperienza che possa essere risparmiato alla “furia” di un tale domandare. Non c’è ente che non sia affetto da una definitiva precarietà ontologica. Anche Dio, nella misura in cui è un ente, è fatto vacillare dalla domanda della metafisica che giustamente è stata detta la domanda-guida (Leitfrage). L’iperbole di tale “furia del dileguare”, prodotta dalla domanda metafisica fondamentale, è rappresentata dall’ipotesi cartesiana del Dio ingannatore [...] in forza della quale anche le verità logiche e matematiche, le verità analitiche di cui si predica l’incondizionata necessità, sono sospese all’arbitrio di una potenza di non essere. Ma la domanda metafisica è detta da Heidegger anche “la più profonda” perché essa, nella sua ricerca di un fondamento, procede per crolli successivi, per sprofondamenti  continui. Essa va sempre più a fondo fino a (non) toccare il non-fondamento (Un-grund). Ogni terreno non può che franarle sistematicamente sotto i piedi. Niente può corrispondere alla sua esigenza perché solo il niente, che non è, è il fondamento logico dell’ente. 

V per Verità?
Ecco. O è una questione dialettica, e se non lo è, se è proprio di Verità che si sta credendo di parlare, come fa ad essere il nichilismo una questione più meritevole delle sue antagoniste? La risposta è di quel genere che appare semplice, contenuta nella stessa domanda. 
È proprio dalla consapevolezza di quella insolubile contesa, da quella velleitaria e narcisistica graduatoria delle cose del mondo, che la prospettiva del nichilismo si genera in noi, che prende il valore che spetta ad ogni cartina di tornasole.

Parlare di antagonismo di idee, scelte e comportamenti, riconoscerne la presenza anche in noi, nei nostri più amorevoli ed intenzionalmente univoci intendimenti, è uno dei modi per accorgerci che anche se credevamo di viaggiare soli, il nichilismo, era lì, zitto e fermo ad aspettartarci. Pronto a dirci che non possiamo professare non di sopraffare e contemporaneamente non contraddirci nei fatti. Cadremmo in un luciferico tentativo di salvezza, sorretti solo dalla dimensione razionale, disumana se resa assoluta e universale. Lottare per il giusto non è arbitrio diverso da qualunque altro, il più odioso incluso. Pronto a  dirci che la storia si perpetua su questa inesausta ruota da criceto, sola permanente Verità dei nostri giorni. 

Basterà l’autoironia o sarà necessario deintellettualizzare la cultura per essere felici del nostro nuovo compagno di viaggio?
Ammettere la non verità come condizione della vita: ciò indubbiamente significa metterci pericolosamente in contrasto con inconsueti sentimenti di valore.

Lorenzo Merlo -  xex@victoryproject.net



Biblio
- Amadei Gherardo - Mindfulness - Essere consapevoli - Il Mulino
- Barcellona Pietro - Il sapere affettivo - Diabasis
- Bateson Gregory - Mente e natura - Adelphi
- Bateson Gregory - Una sacra unità - Adelphi
- Bateson Gregory - Verso un’ecologia della mente - Adelphi
- Buber Martin - Daniel. Cinque dialoghi estatici - Giuntina
- Ceruti Mauro - Il vincolo e la possibilità - Raffaello Cortina
- Foucault Michel - Sorvegliare e punire - Einaudi
- Foucault Michel - Le parole e le cose - Rizzoli
- Maturana Humberto, Varela Francisco - Autopoiesi e cognizione - Marsilio
- Nietzsche Friedrich - Al di là del bene e del male - Adelphi
- Nietzsche Friedrich - Divieni ciò che sei - Christian Marinotti ed.
- Nucara Letizia - La filosofia di Humberto Maturana - Le Lettere
- Ronchi Rocco - Il canone minore - Feltrinelli





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Accettare il proprio destino senza arrendersi, questa la missione personale di ognuno


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....non posso esimermi dal fare alcune riflessioni dopo i cruenti fatti che sempre più costellano la cronaca quotidiana. La società umana sembra destinata alla disgregazione ed alla autodistruzione. Le forze del "bene", ovvero della consapevolezza dell'unitarietà della vita, sembrano non avere sufficiente forza per poter cambiare il corso rovinoso delle cose che precipitano attorno a noi, ed in noi…

La missione personale di ognuno

Non dobbiamo arrenderci, la speranza di riuscita sta nella nostra perseveranza e coraggio nell'affrontare le contingenze. D'altronde l'umanità ha vissuto anche in passato momenti drammatici eppure la vita e l'evoluzione sono andate avanti.
Come un intagliatore cesella lentamente un pezzo di legno fino ad ottenerne una scultura, così noi perfezioniamo continuamente l'opera mentre viviamo. Quando una parte dell'opera è compiuta si prova un senso di appagamento ma subito dopo si continua a lavorare su un altro aspetto della nostra persona. Secondo la teoria evoluzionista procediamo attraverso una spirale ascendente ed infinita nel contesto di un processo universale. Nel I Ching è chiamata "costanza nella mutazione". a missione personale quindi si compie durante l'intera esistenza.…
Perciò, malgrado la durezza dei tempi,  non demordiamo nella nostra battaglia "per una coscienza comunitaria"... Il bello del sincretismo ecologista  è che  si deve (e si può) avere il coraggio di convivere con chi la pensa diversamente da noi, nella consapevolezza che le idee sono solo immagini che appaiono nella mente e quindi non possono divenire sufficiente ragione di divisione all'interno della comunità umana.
E qui riporto alcuni pensieri da "Le cose che ho imparato nella vita" di Paulo Coelho:
- Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
- Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
- Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
- Che le circostanze e l´ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
In questa frasi sono espressi alcuni concetti che inneggiano alla consapevolezza che nessuno di noi può essere scisso o estraniato dalla società in cui viviamo.  Il fatto è che ognuno di noi è soggetto a variazioni di giudizio e le cose necessariamente cambiano, per cui fossilizzarsi su una posizione non è saggio.
Allo stesso tempo è corretto e giusto che ognuno esprima la propria opinione, ma queste opinioni - secondo me - non dovrebbero essere sufficiente motivo di separazione e divisione nel contesto umano.
Paolo D'Arpini
La missione personale di ognuno

Riconoscersi in ciò che si è - Questa è realizzazione?


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Giusto oggi scrivevo ad un’amica spiegandole: ”..lavoro per un mezzo sderenato che si chiama Paolo D’Arpini, lo conosci?”.

In verità identificarsi  con uno specifico nome forma non corrisponde assolutamente al vero ed inoltre se ci si identifica con la “persona” non si può fare a meno di assumerne i pregi ed i difetti, di accogliere le sue sfumature e macchie, ma siamo noi Arlecchino e Pulcinella? Per questo dicevo che “io” (in quanto coscienza) lavoro per quel personaggio Paolo D’Arpini, il quale solo attraverso la mia osservazione consapevole  può manifestarsi e compiere le nefandezze a cui è avvezzo. Allo stesso tempo gli voglio bene come voglio bene a chiunque mi si presenti davanti, che entra nella mia sfera cosciente. 

Questa è realizzazione?  

Ho scoperto, rileggendo diverse storie su questo sito, che sovente vengono descritti momenti di trascendenza e flash di realizzazione. 


L’esperienza dello stato ultimo, della coscienza libera da identificazione, è esposta in varie scuole spirituali come: Satori, Spirito Santo, Samadhi, Shaktipat, etc.

Di solito si intende che questa “esperienza” del Sé sia conseguente ad una particolare condizione di apertura in cui la “grazia” può manifestarsi ed impartire la conoscenza di quel che sempre siamo stati e sempre saremo.

Purtroppo dovuto all’accumulo di tendenze mentali  “vasana” non sempre l’esperienza vissuta si stabilizza in permanente realizzazione. Il risveglio quindi non corrisponde alla realizzazione (oppure solo in rari casi di piena maturità spirituale).  E qui ci troviamo di fronte ad un paradosso, da un lato c’è la consapevolezza inequivocabile dello stato ultimo che non può mai più essere cancellata, dall’altro un oscuramento parziale di tale verità in seguito all’attività residua delle vasana che continuano ad operare nella mente del cercatore…

A questo punto trovo necessario riportare una risposta  data da Ramana Maharshi su questo argomento.

D. “Può la conoscenza essere persa una volta che è stata ottenuta?”

R.  “La conoscenza una volta rivelata prende tempo per  stabilizzarsi. Il Sé è certamente  all’interno dell’esperienza diretta  di ognuno, ma non come uno può immaginare, è semplicemente quello che è. Questa “esperienza” è chiamata samadhi. Ma dovuto alla fluttuazione delle vasana, la conoscenza richiede pratica per stabilirsi perpetuamente. La conoscenza impermanente non può impedire la rinascita. Quindi il lavoro del cercatore consiste nell’annichilazione delle vasana.  E’ vero che in prossimità di un santo realizzato le vasana cessano di essere attive, la mente diventa quieta e  sopravviene il samadhi. In questo modo il cercatore ottiene una corretta esperienza alla presenza del maestro.  Per  mantenere stabilmente questa esperienza un ulteriore sforzo è necessario. Infine egli conoscerà la sua vera natura anche nel mezzo della vita di tutti i giorni. C’è uno stato che sta oltre il nostro sforzo o la mancanza di sforzo ma finché esso non viene realizzato lo sforzo è necessario.  Ma una volta assaggiata la “gioia del Sé”  il cercatore non potrà fare a meno di rivolgersi a questa ripetutamente cercando di riconquistarla. Una volta sperimentata la gioia della pace nessuno vorrà indirizzarsi verso qualche altra ricerca”  (Talks).

Paolo D’Arpini

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Stabilirsi alla sorgente dell'Essere: "Io sono"


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Questo senso di essere sia la tua casa!  Impregnati di questa certezza e poi torna ad occuparti delle tue attività necessarie per vivere,  ma lasciati prendere completamente da questa rivelazione,  da questo fatto. Questo fatto “IO SONO” sarà il tuo maestro. 
Finché ci sarà luce,  finché in te ci sarà questa scintilla, saprai di esserci,  saprai che tu “SEI”. Ma se tuttavia continui a desiderare di ottenere per questo qualche vantaggio, ecco cosa ti dico:  al di là di questa realizzazione “IO SONO” non esiste alcun Dio,  non esiste nulla. 
Tutto è qui, in questa presenza cosciente. Va avanti nella tua vita con questa ferma convinzione:  “IO SONO", non sono altro che questo”.
Non criticare, non combattere le altre religioni,  non disturbare la fede degli altri.  Se hanno una convinzione da cui traggono conforto, lasciali stare. Non parlare di queste cose,  a meno che non ti vengano poste delle domande. Finché si  vive in base all’idea del bene e male, giusto o ingiusto, continuerai a seguire una religione e a obbedire ad un cerimoniale. Quando te ne sarai reso conto, sorpasserai tutti questi concetti e soltanto allora ti stabilizzerai nell’essere.
Proprio prima di lasciare il suo corpo, il mio guru mi disse: “Abbi fede in me; tu stesso sei l’Assoluto, lo stato più alto. Non mettere in dubbio queste parole;  abbi fede in questa rivelazione, che esprime unicamente verità.  Agisci di conseguenza.”
Visitatore: “Allora tu che cosa hai fatto, in pratica?”
Non molto. Ho continuato a vivere la mia vita di tutti i giorni, compiendo il mio lavoro, ma in ogni momento libero, quando la mente era sgombra, avevo l’abitudine di ricordarmi in continuazione le parole del mio Maestro.  Nel mio caso questo è bastato.  Tutto è germogliato spontaneamente attraverso la mia comprensione, ottenendo così la conoscenza della Verità.
Sri Nisargadatta Maharaj

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Arunachala, la montagna sacra, emblema di Shiva


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Nella Suta Samhita è detto: la vera forma di Shiva è il Lingam, per cui il termine di Shivaligam. In seguito si realizzerà che il Supremo Essere rivelava se stesso come Linga di Fuoco.

Tutto viene svelato da Shiva che è la vera essenza della Consapevolezza e Conoscenza, ma nulla può manifestare Lui. Quindi il Linga è la sola Realtà Sé/splendente, Shiva è Consapevolezza Immanifesta, mentre lo Shivaliga è Consapevolezza Manifesta.
Ogni cosa si unisce in Brahman, ma il Supremo Brahman essendo la sola Realtà Eterna non si fonde in nessuna cosa. Tutto meno Shiva si unisce in Shiva.
Il Linga è inqualificato, oltre l’oscurità/ignoranza; è la sorgente delle sacre sillabe Pranava (OM). Esso non è un’entità né un non entità; non è ciò che pervade né il pervaso, non è né la conoscenza, né il conoscitore o il conosciuto; non è il manifesto né l’immanifesto; non è il reale e né l’irreale, è soltanto il Sé-Realizzato. Egli illumina tutto con la sua luce; non è in dissoluzione né in non dissoluzione; non è in movimento né in inerzia; non è l’aria vitale né la mente; né colui che vede né il visto; né l’immagine né il suo riflesso; né il visibile né il non visibile; egli è oltre la parola ed il pensiero; non è l’occhio, il cibo, l’odore, la terra, l’etere, l’aria vitale ed ogni altro oggetto dei sensi – realizzare il Sé, indagando in questo modo, è la vera venerazione -
Questo Linga, sebbene non sia l’etere non è diverso da esso, ma lo rivela; benché non sia la luce, ma la rivela; benché non sia l’aria, ma la fa muovere; benché non sia l’acqua, ma le dà la sua natura.

Questo Linga, si può vedere da una posizione illuminata nella casa dalle nove porte – mai installato lì da nessuno ma ha facce, mani, piedi, teste e si posiziona in tutte le direzioni. Egli è oltre l’oscurità; lì, nulla si vede. Dal Vedanta viene indicato come l’Essere Inqualificato. Da lui emerge la magnifica terra che si trasforma in esso. Le tre qualità chiamate: luminosità, attività ed oscurità (sattva, rajas and tamas) di cui è fatto l’universo, si manifestano da lui.
Le sue dimensioni non possono essere stimate per lui non è rilevante, egli rimane integro e unitario. Tutte le sfere del vasto universo si trovano in lui, non ha templi ma egli tutto contiene. E’ il più intimo centro di tutti gli esseri. Non è Isvara né il jiva ma il più Intimo Cosciente Sé, Beatitudine, Realtà Non-duale non relazionato a Brahma, Vishnu, Rudra, Indra ecc.; può essere realizzato soltanto con il Sé. Egli è il Sé; conosciuto se stesso egli dimora nel profondo della Suprema Beatitudine. Non c’è nulla al di fuori di lui ed è sempre venerato da tutti. Egli è libero dai tre stati di veglia, sonno e sogno profondo. Egli è drik, soggetto, – puro oltre la conoscenza. Né gli ignoranti, né gli individui sapienti o divinità ancora nel potere dell’ego o maya, possono vedere questo Linga.
Non tutti comprendono questo. Nella Sua spontanea infinita misericordia, Shiva è qui manifesto nella forma di Arunachala che tutti possono vedere ed onorare.

Sritha Lakshmi - Tratto da: ṂC. Subramanian – Ramana Asramam

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Il  Lingam  qui ritratto si trova al Ramanasramam al Tempio della Madre consacrato da Bhagavan Sri Ramana Maharshi. 

Osho: "Ribellione è liberazione"


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La mia nozione del ribelle e della ribellione è molto semplice: ribelle è colui che non vive come un robot condizionato dal passato.

Religione, società, cultura… tutto ciò che appartiene al passato non interferisce in alcun modo con la sua maniera di vivere, col suo stile di vita. 

Il ribelle vive come individuo – non come la rotella di un ingranaggio, bensì come un’unità organica. La sua vita non viene decisa da nient’altro se non dalla sua intelligenza. L’intrinseca fragranza della sua vita è quella della libertà – e non solo vive in libertà, ma lascia che ciascuno viva nella libertà. Non permette a nessuno di interferire nella sua vita, né interferisce nella vita di alcuno. Per lui la vita è così sacra – la libertà è il suo supremo valore – che può sacrificarle qualunque cosa: rispettabilità, stato sociale, e persino la vita stessa. 

La libertà è per lui ciò che dio era in passato per i cosiddetti religiosi. 

La libertà è il suo dio. 
 
Gli uomini hanno vissuto per secoli come pecore, elementi di una massa, seguendone le tradizioni, le convenzioni – seguendo vecchie scritture e vecchie discipline. Ma quel modo di vivere era contro l’individualità: se sei un cristiano non puoi essere un individuo; se sei un hindu non puoi essere un individuo. 
 
Il ribelle è uno che vive in totale armonia con la sua luce, ed è disposto a rischiare tutto a favore del supremo valore della libertà. 

Il ribelle è un individuo contemporaneo, le folle non lo sono. 
 
Gli hindu credono in scritture che risalgono a cinquemila, o anche diecimila anni fa. Lo stesso si verifica con le altre religioni, i morti dominano sui vivi. 
 
Il ribelle si ribella ai morti, e prende la vita nelle sue mani. Non ha paura di essere solo, al contrario, gioisce della sua solitudine come uno dei tesori più preziosi. La folla ti dà sicurezza, salvezza – al costo della tua anima. Ti rende schiavo. Ti dice come devi vivere: cosa fare, cosa non fare. 
In ogni parte del mondo, tutte le religioni vi hanno propinato qualcosa tipo i dieci comandamenti – e sono stati dati da persone che non avevano alcuna idea di come si sarebbe evoluto il futuro, di come si sarebbe evoluta la consapevolezza umana. È come se un bambino si mettesse a scrivere la storia della tua vita, senza sapere cos’è la gioventù, senza sapere cosa vuol dire diventare vecchi, senza sapere minimamente cos’è la morte. 
Tutte le religioni sono primitive, rozze, e sono queste che hanno dato forma alla tua vita. È naturale che il mondo intero sia pieno di infelicità: non ti è permesso essere te stesso. 
 
Ogni cultura vuole che tu sia soltanto una copia perfetta e mai il tuo volto originale.
 
Il ribelle è uno che vive in accordo con la sua luce interiore, e si muove in base alla propria intelligenza. Crea il suo sentiero man mano che lo percorre, non segue le masse sull’autostrada.

Vive una vita pericolosa – ma una vita che non è pericolosa, non è vita affatto. Egli accetta la sfida dell’ignoto, e non va verso l’ignoto che il futuro gli porta, basandosi sul passato. È questo che crea tutta l’angoscia dell’umanità: ti prepari in base al passato, ma il futuro non sarà mai uguale al passato. Il tuo ieri non sarà mai il tuo domani. 

Purtroppo questo è stato il modo in cui l’uomo ha vissuto fino a oggi: il tuo ieri ti ha preparato al domani. Questa stessa preparazione diventa un ostacolo. Non puoi respirare liberamente, non puoi amare liberamente, non puoi danzare liberamente, perché il passato ti ha menomato in ogni maniera possibile. 
 
Il fardello del passato è così pesante che ognuno si sente schiacciato.
 
Il ribelle dice semplicemente addio al passato. 
 
È un processo costante, perciò essere un ribelle vuol dire essere continuamente in ribellione – perché ogni istante è destinato a diventare passato, ogni giorno diventerà passato. Non è che il passato sia già nella tomba – si ricrea a ogni momento che passa. Pertanto il ribelle deve imparare una nuova arte: l’arte di morire a ogni istante, in modo da poter vivere libero nel nuovo attimo che arriva. 
Un ribelle è un processo continuo di ribellione, non è un fenomeno statico. E qui è dove io faccio distinzione tra rivoluzionario e ribelle. 

Il rivoluzionario è condizionato dal passato. Non sarà forse condizionato da Gesù Cristo o da Gautama il Buddha, ma è condizionato da Karl Marx o da Mao Tse-tung o da Stalin o da Adolf Hitler o da Mussolini… non importa da chi. Il rivoluzionario ha la sua sacra bibbia – Il Capitale, e la sua terra santa – l’Unione Sovietica, e la sua mecca – il Cremlino… e proprio come tutti gli altri individui religiosi non vive in accordo con la propria consapevolezza. Vive accordandosi ad una coscienza creata da altri e pertanto il rivoluzionario non è altro che un reazionario. Potrà essere contro un certo tipo di società, ma sarà sempre a favore di un altro tipo di società. Potrà essere contro una cultura, ma è subito disponibile per un’altra. Si sposta soltanto da una prigione a un’altra – dal cristianesimo al comunismo; da una religione a un’altra – dall’induismo al cristianesimo. Cambia le sue prigioni. 
 
Il ribelle abbandona semplicemente il passato e non si lascia dominare dal passato. È un processo costante e continuo. La vita del ribelle è un fuoco che arde. Egli è fresco, è giovane fino al suo ultimo respiro. Non risponderà a qualsivoglia situazione in accordo alla sua esperienza passata, bensì risponderà a ogni situazione in accordo con la sua consapevolezza presente. 

Essere un ribelle, per me, è il solo modo di essere religioso, e le cosiddette religioni non sono affatto delle religioni.
Anzi hanno distrutto completamente l’umanità, schiavizzato gli esseri umani, incatenato le loro anime, in questo modo in superficie sembri libero ma nel profondo del tuo essere queste religioni hanno creato un certo tipo di coscienza che continua a dominarti. 
 
Il grande scienziato Delgado ha scoperto che nel cervello umano ci sono settecento centri. Questi centri sono connessi con tutto il tuo corpo, tutto il tuo sistema. C’è un centro per la sessualità, un centro per l’intelligenza e per ogni cosa della tua vita. Se si inserisce un elettrodo nel cervello, in un centro particolare, accade uno strano fenomeno e Delgado l’ha dimostrato per la prima volta in Spagna. 
 
Ha messo un elettrodo nel cervello del toro più aggressivo – ma un telecomando era nella sua tasca –  è rimasto in piedi in un campo, ondeggiano una bandiera rossa e il toro si è precipitato follemente verso di lui. 
 
Era il toro più pericoloso di tutta la Spagna e migliaia di persone si erano raccolte per vedere. Guardavano lo strano fenomeno… il loro respiro si fermò – gli occhi erano sbarrati… Il toro si stava avvicinando sempre di più e avevano paura che Delgado sarebbe morto in pochi secondi. Ma aveva in tasca questo piccolo telecomando… Proprio quando il toro si trovò a trenta centimetri di distanza schiacciò un pulsante nella tasca – nessuno lo vide – e il toro si fermò come improvvisamente congelato, come una statua. 

Da allora Delgado ha fatto esperimenti su molti animali e anche sugli uomini; e la sua conclusione è che ciò che lui ha fatto con gli elettrodi le religioni lo hanno fatto con i condizionamenti. Sin dalla prima infanzia il bambino è condizionato; gli si ripete in continuazione una certa idea che va a fissarsi nel centro della sua intelligenza e continua a incitare il centro su cosa fare e cosa non fare. 
 
Gli esperimenti di Delgado si possono rivelare pericolosi per l’umanità. Possono essere usati dai politici. Appena il bambino nasce, in ospedale, basta mettere un piccolo elettrodo nella sua testa vicino al centro dell’intelligenza; un sistema di controllo centrale farà in modo che nessuno diventi un rivoluzionario, che nessuno diventi un ribelle. 
 
Sarai sorpreso di sapere che all’interno del tuo cranio non c’è sensibilità, in questo modo non saprai mai se ti hanno trapiantato qualcosa nel cervello oppure no. E un telecomando e terrà tutto sotto controllo… da Mosca tutta l’Unione Sovietica può essere controllata. Le religioni hanno sempre fatto la stessa cosa, ma in una maniera più grossolana. 
 
Il ribelle è uno che getta via tutto il passato, perché vuole vivere la vita in accordo con la propria natura, in armonia con i propri aneliti interiori, non con un Gautama il Buddha o un Gesù Cristo o un Mosè. 
 
Il ribelle è l’unica speranza per il futuro dell’umanità. Il ribelle distruggerà tutte le religioni, tutte le nazioni, tutte le razze, perchè sono tutte putride, cascami del passato, che intralciano il progresso dell'evoluzione umana senza permettere a nessuno di giungere a completa fioritura, non vogliono esseri umani su questa terra, ma solo pecore.
 
Gesù ripeteva continuamente: “Io sono il vostro pastore, e voi siete le mie pecorelle…” E mi sono sempre stupito che non una sola persona si sia levata in piedi e abbia detto: “Che razza di stupidaggini vai dicendo? Se noi siamo pecore, allora anche tu sei una pecora; e se tu sei un pastore, allora anche noi siamo pastori”. 
 
Non solo i suoi contemporanei… ma in 2000 anni, nessun cristiano ha fatto notare che si tratta di un grande insulto all’umanità, una grande umiliazione chiamare pecore degli esseri umani e definire se stessi il pastore, il salvatore. 
 
“Sono venuto a salvarvi”… e non riuscì nemmeno a salvare se stesso. Ancora adesso quasi la metà del genere umano vive nella speranza che Gesù ritornerà un giorno per salvarli. Non puoi salvarti da solo – hai bisogno di Gesù Cristo, il figlio unigenito di dio. E lo ha anche promesso: “Verrò molto presto, in questa vita”… e sono passati duemila anni, intere vite sono passate, e ancora non sembra esserci alcun segno, alcuna indicazione. 
 
Ma tutte le religioni hanno fatto lo stesso in modi diversi. Krishna dice nella Gita che tornerà ogni volta che ci sia bisogno di lui, se miseria e angoscia saranno di nuovo in questo mondo: “Tornerò ogni volta.” Sono passati cinquemila anni e non lo si è visto nemmeno una volta – altro che “ogni volta.” 
 
Queste persone, per quanto belle siano state le loro parole, non hanno mai rispettato l’umanità. Un ribelle ti rispetta, rispetta la vita e ha una profonda riverenza per tutto ciò che cresce, fiorisce, respira… Non si pone sopra di te, più santo di te, più in alto di te, è semplicemente uno come gli altri e può rivendicare solamente una cosa: che è più coraggioso di te. Non può salvarti – solo il tuo coraggio potrà salvarti. Non può guidarti – solo il tuo ardire potrà guidarti al compimento della tua vita. 
 
La ribellione è uno stile di vita. Per me è la sola autentica religione, perché se vivi seguendo la tua luce interiore potrai anche perderti molte volte e potrai cadere molte volte, ma ogni caduta, ogni smarrimento, ti renderanno più saggio, più intelligente, più comprensivo, più umano. Non c’è altro modo di imparare se non facendo errori. Semplicemente, non fare di nuovo lo stesso errore. 
 
Non c’è alcun dio, al di fuori della tua consapevolezza.
Non c’è alcun bisogno di alcun papa o di un ayatollah Khomeini, o di uno shankaracharya che faccia da mediatore tra te e dio. Questi sono i più grandi criminali del mondo, perché sfruttano la tua fragilità. 
 
Qualche giorno fa il papa ha dichiarato un nuovo peccato: che non ci si deve confessare direttamente a dio ma devi confessarti con il sacerdote. Confessarsi direttamente con dio, comunicare direttamente con dio è un nuovo peccato. Strano… puoi vedere chiaramente che questa non è religione ma un business – perché se la gente comincia a confessarsi direttamente con dio, chi andrà a confessarsi dal prete e a versare un’offerta? Il prete diventa inutile, il papa stesso è inutile. 
 
Tutti i preti fingono di essere i mediatori tra te e la suprema fonte della vita. Non sanno niente della suprema fonte della vita. Solo tu sei in grado di conoscere la tua fonte di vita. E la tua fonte di vita è anche la suprema fonte della vita stessa, perché non siamo separati. Nessun uomo è un’isola, siamo un immenso continente che tutto permea. In superficie magari puoi sembrare un’isola – e vi sono molte isole – ma nelle profondità dell’oceano vi incontrate tutti. Siete parte di un’unica terra, un solo continente. Lo stesso vale per la consapevolezza. 
 
Ma bisogna liberarsi dalle chiese, dalle moschee, dalle sinagoghe. Devi essere semplicemente te stesso e accettare la sfida della vita, ovunque ti porti. Tu sei la sola guida. 

Osho

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(The Rebellious Spirit)


Libertà di inumazione nel proprio terreno, di cremazione ecologica e di altri smaltimenti del cadavere

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Ricordo che anni addietro inviammo una petizione al Parlamento: 1. Sten. 579 s020 - Paolo D’Arpini, e numerosi altri cittadini, da Calcata (Viterbo), chiedono un provvedimento legislativo per la libertà di sepoltura e cremazione ecologica …
www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed579/s020.htm – 4k – Anche il quotidiano La Repubblica pubblicò la richiesta, il 5 dicembre 1995 (pag. 21), purtroppo non passò per la solita opposizione ecclesiastica, che vuole mantenere il primato e l'esclusiva sullo smaltimento dei cadaveri, nel modo religiosamente consentito. 

Oggi la chiesa ha accettato che la cremazione del cadavere  possa effettuarsi ma non accetta la dispersione delle ceneri. Comunque nella nostra proposta, oltre alla libertà di inumazione del defunto nella nuda terra nel proprio terreno o nel luogo prescelto (parchi, riserve, immersione in acque, esibizione su alture, etc.), facevamo specifica menzione alla possibilità di incenerimento con sistemi ecologici, in particolare con l'uso di specchi ustori o di pire funerarie, etc. Questo per evitare sprechi energetici ed inquinamento ambientale…


Questa battaglia rientra nelle libertà espressive della morte. Libertà, che implicando una scelta laica anche per il post.mortem, sono di attualità e di grande valore sociale, soprattutto per sottrarre il cadavere alle “lobbyes mortuarie” sia religiose che civili. In questa opera abbiamo anche collaborato con la So.Crem, l'associazione che promuove la cremazione, e con la Fondazione Bancale che edita la rivista laica "Non Credo". Purtroppo ancora non si vedono risultati concreti, anzi abbiamo riscontrato una ritrosia permanente a trattare questo tema. Ci rendiamo conto che gli interessi smossi dalla morte sono tanti ma questo voluto silenzio, su un argomento che tocca i sentimenti (e le saccocce) di buona parte della popolazione, appare una forma di evidente censura. 

Nella laicità dello Stato è necessaria una normativa più liberale e democratica sulla gestione mortuaria. Non è giusto che la gerenza del cadavere pesi quanto una esosa tassa di ’successione’ (anche in forma di ricatto sociale): pompe funebri, cerimonie religiose, bare, tombe e loculi a prezzi stratosferici, una vera e propria imposta sul decesso. In termini estremamente pratici il Circolo Vegetariano VV.TT. continua a portare avanti la battaglia della libertà di esprimere un commiato laico, della libertà di cremazione e dispersione delle ceneri e della libertà di astenersi dall’accanimento terapeutico. 

In tal senso, recentemente avevamo anche proposto che le salme potessero venire utilizzate allo scopo di recuperare sostanze utili, sia per la produzione energetica che per il riciclaggio organico, in modo da evitare lo spreco attuale, in cui i corpi vengo chiusi in cassette stagne e la natura non può avvantaggiarsi delle sosteanze residue... Come avviene ad esempio nel caso di recupero di carcasse animali per produzione energetica e di fertilizzanti.

Paolo D'Arpini

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Comitato per la Spiritualità Laica

La ricerca spirituale non è uno sport di gruppo....


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 “Quando i fiori sbocciano le api giungono senza essere invitate” (Neem Karoli Baba)

Il percorso di realizzazione è un passatempo che la mente richiede, poiché noi siamo già quello che vorremmo essere. Però è vero che restare centrati all'interno è indicativo di un ritorno a ciò che siamo, come pure lo stimolo alla lettura di testi spirituali. Ma  a volte succede che la comprensione intellettuale possa ingannarci, lasciandoci credere di aver “capito”. Quindi cosa posso consigliare agli amici che mi chiedono "istruzioni" per sintonizzarsi sul Sé? Forse la cosa migliore è osservarsi e seguire il proprio intuito che infallibilmente ci guida verso il risveglio.

La mia esperienza personale è che le cose, lungo il sentiero evolutivo,  avvengono spontaneamente, come una crescita fisiologica. Credere di poter ottenere vantaggi spirituali attraverso una qualsiasi pratica è come ritenere che la maturità sia condizionata da azioni  propedeutiche compiute a tal fine. Al massimo le azioni compiute sono un  "segnale" della maturazione in corso.

Per quanto riguarda il fatto "alimentare" una dieta "satvica" (equilibrata) è consigliata per evitare stati mentali alterati, tale dieta solitamente viene definita  "vegetariana" perché non c'è un altro termine adatto per qualificare una dieta "naturale", sia dal punto di vista genetico che ecologico ma anche psichico. Ad un certo momento divenni "vegetariano" senza intenzione specifica da parte mia, semplicemente accadde e riscontrai un vantaggio in ciò.  


La mia storia personale (destino) ha voluto che il "risveglio" spirituale avvenisse attraverso il contatto con il mio maestro Baba Muktananda, incontrato senza alcuna apparente volontà da parte mia nel 1973, e dal quale ricevetti la spontanea iniziazione "shaktipat" (ovvero risveglio simbiotico analogico). Continuai da allora a mantenermi in linea, con fasi più o meno intense in accordo con gli eventi. Contemporaneamente, col trascorrere del tempo, seguendo le mie propensioni intellettuali ed elettive, mi dedicai allo studio dell'advaita  vedanta, dello zen, del taoismo, etc,, ed incontrai diversi realizzati dai quali ricevetti "insegnamenti" simbolici, diretti e indiretti, mai formali.

Ritengo perciò che l'approccio "laico", ovvero non confessionale o fideistico, sia il più indicato. Lo affermo in seguito alla mia esperienza e per questa ragione "trasmetto" ciò che io stesso ho sperimentato, essendo comunque consapevole che altre esperienze, in forme diverse, possano condurre a risultati affini. Per questo tendo, nei limiti del possibile, a mantenere un approccio alquanto sincretico ed aperto, accettando cioè che ognuno possa maturare nel modo che più gli è consono.  Questo non mi impedisce di esprimere opinioni o critiche verso posizioni bigotte ed oscurantiste. 

Paolo D'Arpini

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