"Bioregionalismo ed economia sostenibile" - Documento storico

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2003 - Escursione alle grotte nella Valle del Treja

Il racconto che segue è stato pubblicato sull’ultimo numero del  Bullettin, l’organo del Circolo Vegetariano VV.TT., che uscì in forma di “brochure” in occasione dell’incontro della Rete Bioregionale Italiana, tenuto a Calcata (nel Tempio della Spiritualità della Natura e nella sala Consiliare del Comune) dal 9 all’11 maggio del 2003. Il tema trattato era: "Bioregionalismo ed Economia Sostenibile"


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La vecchia sede del Circolo Vegetariano VV.TT. di Calcata

Testo:
Strettamente parlando, da un punto di vista delle finalità, la spiritualità laica e l’ecologia profonda affondano il loro esistere nella coscienza. L’uomo si è interrogato sulle forze della natura e sulla vita e questo interrogarsi ha prodotto la spiritualità, l’ecologia profonda è un approfondimento in senso materiale di questa ricerca. Entrambi gli approcci partono dall’esistente, dal modo di percepire noi stessi e la realtà che ci circonda, il primo è un approccio in senso metafisico mentre il secondo prende in esame il fisico ma non v’è differenza fra i due aspetti se non nel modo descrittivo.

Nell’ecologia profonda come nella spiritualità naturale si sottintende un ’quid’ che impregna le trame della vita. Tale ’quid’ è stato descritto come sorgente di tutte le cose, indipendentemente dal chiamarlo ’spirito’ o ’forza vitale’. Dall’interrogarsi iniziale siamo giunti a tutte le filosofie gnostiche, alle religioni d’oriente come pure alle grandi religioni monoteiste in cui, sia pur con angolazioni differenti, si inneggia al grande mistero della vita, questa è anche l’esigenza dell’ecologia che sempre tiene in conto il delicato equilibrio dell’insieme delle manifestazioni vitali. Spesso mi son trovato a descrivere l’esigenza di estrinsecazione spirituale dell’uomo come la nascita della prima virtualizzazione. Attraverso il pensiero e la speculazione intellettuale è infatti sorta la virtualità, l’immaginare, il presupporre vero sulla base di un pensiero (di un credere) e questa proiezione, una ’vis’ umana specifica, è forse presente anche nel resto dei viventi, chissà? 


Ad esempio nelle teorie del karma si descrive la vita individuale degli esseri come un percorso evolutivo che parte da una scintilla dell’intelligenza che poi si differenzia in miriadi di forme, a volte contrapposte, che son però strettamente collegate l’una a l’altra ed in continua ascesa verso la stessa finalità. Una unità questa che non è mai venuta meno anche durante il cosiddetto "percorso karmico" ma per via dell’illusione, ovvero la virtualità del pensiero, appare disgiunta ed imperfetta (e quindi perfettibile?). L’ecologia profonda, dal punto di vista materiale, è un aiuto a capire che non c’è nel contesto generale della vita un dietro od un avanti che non sia strettamente consequenziale, che non compartecipi della stess a sostanza di base e che perciò è impossibile scindere, pena l’estinzione stessa della vita.

Ed ora una domanda: come faremmo a vivere su questa Terra se tutti decidessimo di ritirarci in eremitaggio, di ritornare alla terra come si dice in gergo, senza immediatamente sconvolgere, distruggere definitivamente, il già precario equilibrio di questo pianeta? La Terra ospita ormai diversi miliardi di persone, perlopiù riunite in aree urbane, è pur vero che parecchie specie animali sono in netta diminuzione ma per contro molte di quelle addomesticate dall’uomo (essenzialmente per scopi voluttuari o di carenza affettiva) superano in numero gli umani stessi e come gli umani che vivono nelle città anch’essi son concentrati in grandi allevamenti. Se ognuno di noi dovesse andare a vivere in campagna, immaginando una società egualitaria, avremmo forse a disposizione non più di duecento metri di terreno a testa senza contare le zone desertiche, i ghiacciai, le alte montagne, se in più volessimo portare con noi anche i nostri "pets" dovremmo dividere quel piccolo spazio con cani e gatti, se poi volessimo mangiar carne dovremmo dividere ulteriormente la nostra casa con pecore, mucche, conigli, maiali, etc. 


Si fa presto ad immaginare la calca che si verrebbe a creare nei nostri duecento metri quadrati di terra, non solo ma come potremmo produrre in quel piccolo orticello abbastanza cibo per tutti i membri della nostra personale comunità rurale? Va da sé che questa tipo di scelta è impensabile per la massa come pure, per altre ragioni persino più serie, è impensabile che la vita possa continuare a lungo sul pianeta se continuiamo a sfruttare le risorse per soddisfare le esigenze di consumo parossistico dei grandi agglomerati urbani.

I lemming, quel popolo di roditori che in caso di sovraffollamento periodicamente emigrano in massa, avrebbero già intrapreso il loro viaggio finale (che come tutti sappiamo finisce nelle gelide acque del mare del nord) per riequilibrare la natura. In parte un tale comportamento autodistruttivo sta avvenendo anche nella nostra società, con l’aumento delle guerre, dei suicidi, delle perversioni, della stupidità. Ma non è ancora sufficiente a trovare quell’equilibrio naturale di sopravvivenza e questo perché l’uomo ha l’arroganza di ritenersi un essere "superiore" alle altre specie e perciò ogni soluzione deve comprendere la continuazione del gioco attualmente in programma e cioè la fissità della nostra specie come dominante.

Ma a questo punto re-inserisco il concetto di "spiritualità naturale o laica". A dire il vero questa spiritualità non può assomigliare punto alla precedente spiritualità religiosa ma deve necessariamente tener conto del contesto vitale in se stesso, ovvero dell’ecologia. Una spiritualità ecologica in cui non si perseguano scopi immaginari (paradisi, inferni, etc.) ma in cui ci si occupi esclusivamente del presente stato dell’esistenza. Una presa di coscienza ’individuale’ di come è possibile il riequilibrio al contesto della vita senza ritenere che la nostra sia una funzione di controllo, di dominio (o di sudditanza ad una ipotetica divinità altra). 


Ognuno di noi dovrebbe già da ora affrontare il suo personale corso di sopravvivenza sapendo che tutto quello che noi rubiamo oggi dovrà sicuramente essere pagato domani, questo nel caso del sovrappiù, mentre se il nostro respirare, mangiare, vivere rientra nell’insieme del vivere, respirare, mangiare di ogni altro essere vivente potremmo finalmente goderci la vita, senza aver colpe da espiare, senza dover abbandonare il nostro modo di vita urbanizzato e fortemente sociale che -evidentemente- salvo il famoso riequilibrio di cui abbiamo detto, ha contribuito alla fioritura di questa bellissima nostra specie.

In questa fase della storia millenaria dell’uomo abbiamo privilegiato il secondario, il superfluo, a scapito del primario, ovvero il cibo, l’acqua, l’aria. E’ importante per noi esseri umani integrati analizzare le ragioni di questo sviamento. Uno sviamento che senz’altro è stato necessario per scoprire il valore di tesi astratte come l’arte, la scrittura, l’estetica, l’etica, ma che non può continuare ad occupare tutto lo spazio possibile del nostro esistere. Ad esempio dobbiamo essere consapevoli dello sforzo e del significato profondo insito nella ricerca e produzione del nostro cibo quotidiano.

Descrivo ora l’excursus storico sulla nostra evoluzione. La storia dell’uomo è molto semplice e rispecchia i quattro mutamenti fondamentali della vita. L’uomo nella sua corsa evolutiva compie quattro salti stagionali. All’inizio egli succhia il latte, alla base del latte c’è la verdura e la carne e ciò diviene il suo cibo, poi ancora oltre c’è la terra ed ecco l’uomo che la divora ma oltre la terra c’è lo spirito e l’uomo nutrendosi di "spirito" completa un altro ciclo di spirale nella scala dell’evoluzione. 


Questa simbologia può essere tradotta così: il latte rappresenta il momento in cui l’umanità si pone reverente verso la nutrice, la natura, che lo accudisce e lo sostiene nel suo grembo (potremmo dire che corrisponde al momento del "paradiso terrestre"); subentra poi la capacità di auto-sostenersi e di ricorrere a tecnologie appropriate per ricavare da se stessi il nutrimento (corrisponde al momento della fondazione patriarcale); ecco quindi il momento del massimo sviluppo tecnologico e sociale in cui l’uomo tende a divorare, a consumare, persino la terra che lo sostiene (il momento della decadenza consumistica e dell’idolatria scientifico religiosa); infine viene il momento della coscienza indifferenziata, l’uomo vien toccato dallo "spirito" si compenetra in esso e ritrova la sua unità primigenia (corrisponde al quid originario, alla consapevolezza di Sé), il ciclo si ripete passo dopo passo. 


E’ evidente che questo momento storico è segnato da un grande sbalzo fra il massimo del materialismo ideologico o religioso a quello di un ritorno alla consapevolezza non duale.

Come possiamo affrontare condizioni o contingenze apparentemente diametralmente opposte? Innanzi tutto c’è da considerare una cosa: la spinta evolutiva nell’uomo non è indotta da ideologie di massa, il pensiero di massa serve solo al mantenimento della compattezza psicofisica della specie, l’indice del cambiamento è sempre e solo rappresentato da forme pensiero, pseudopodi, che si irradiano verso possibili sbocchi evolutivi, questi pseudopodi non rappresentano che una piccolissima percentuale della massa, si tratta di minoranze….. 


Le due minoranze attualmente in antitesi, nel "programma" di sviluppo dell’intelligenza umana, son rappresentate da una parte dall’accentramento individuale del potere (lobby ideologiche ed economiche auto-foraggianti) e dall’altra da una rete smagliata di piccole persone che emanano forme pensiero collegate al tutto (una sorta di sincretismo universale).

Questi cicli o percorsi storici si manifestano allo stesso tempo sia nell’arco di una sola vita individuale che in stagioni o onde storiche, ere cosmiche. Mi sembra che questo momento di transizione, fra una condizione e l’altra dell’umano, sia dedicato all’aspetto distruttivo di ogni sovrastruttura di pensiero, un azzeramento dei canoni precostituiti. Infatti oggi come non mai la pulsione verso l’uscita dagli schemi fissati provoca uno stato sismico mentale (scossoni psichici) al corpo-massa dell’umanità. Basterebbe sapere che, come avviene nel processo realizzativo del sé, ogni singola cellula del corpo sociale umano deve essere toccata e deve essere in grado di percepire individualmente la reale possibilità evolutiva in corso. E mentre la tendenza egocentrica agisce sulla massa con meccanismi di aggregazione forzata (vedi la massificazione informativa) al contrario "l’aumento" della coscienza avviene sui piani emotivi individuali. 


Dobbiamo essere consapevoli di ciò quando, come precursori, proponiamo un indirizzo bioregionale che non potrà certamente usare i mezzi della controparte ma deve comunque comprenderli organicamente e da lì evolversi. Solo così può sciogliersi il senso di differenza e la coscienza può ri-trovare il suo spazio. L’interno dell’uomo è ancora tutto un mondo da esplorare ma anche l’esterno è altrettanto infinito ed inconoscibile. Per questo si ripropone sempre la via di mezzo, la moderazione, come unica strada possibile per la continuità della specie. La consapevolezza non-duale integra non divide. E’ per questo che nell’ecologia del profondo e nella spiritualità laica si narra del ritorno alla Terra, ascoltandone il suo messaggio, pervenendo così a quell’integrazione con essa. Godendo della silenziosa gioia di vita, qui e d ora. Una gioia che non ha costrutto, nessuna causa, nessun meccanismo da soddisfare, nessun possesso, solo è…. Si chiama esistenza.

Ma attenzione… tale visione non ipotizza il ritorno al primitivismo bensì individua nelle attuali condizioni della società avanzata l’occasione di un riequilibrio. La continuità della nostra società, in quanto specie umana, richiede una chiave evolutiva, una comprensione globale, per mezzo della quale aprire la nostra mente alla consapevolezza di condividere con l’intero pianeta (forse sarebbe meglio dire con l’universo) l’esperienza vita. Questa è la scienza dell’inscindibilità della vita. 


Ne consegue che anche l’economia umana può e deve tener conto di questa visione per avviare un progresso tecnologico che non si contrapponga ma che sia in sintonia con i processi vitali. La scienza e la tecnologia in ogni campo di applicazione dovranno rispondere alla domanda: "E’ ciò ecologicamente e spiritualmente compatibile?" I macchinari, le fonti energetiche, lo smaltimento dei sottoprodotti, come pure la socialità e la cultura, dovranno essere realizzati in termini di sostenibilità. Se questo stimolo si manifesta nella mente umana allora sarà necessario un rapido processo di riconversione e riqualificazione industriale ed agricola che già di per se stesso sarà in grado di sostenere l’economia. Infatti la sola "riconversione ecologica" favorirà il superamento dell’attuale stato di "enpasse" impartendo grande spinta allo sviluppo economico e sociale. 


Una grande rivoluzione comprendente il nostro far pace con il pianeta e con gli esseri viventi che lo abitano.

Paolo D'Arpini


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Quanto manca alla fine?


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A volte sembra d’essere prossimi a vedere realizzati quei cambiamenti
di paradigma che ci stanno a cuore. L’ambiente non più argomento di
facciata, la questione demografica come problema primario, politiche
dedicate all’homo senziente, non più solo oeconomicus, il cibo, i
sentimenti e l’inquinamento come fonte di salute e/o malattia,
altrimenti detto l’industria farmaceutica della malattia, la Terra
come sacra, eccetera. Ma non è così. Manca ancora molto.

Si può ipotizzare e supporre sia esperienza comune alla maggioranza di
noi avere avuto la sensazione che le cose stiano per cambiare. Mi
riferisco alla cultura, quel seno dal quale succhiamo valori e
pensieri, speranze e direzioni, scelte e possibilità.


Oggi più che mai sembra vicino il momento in cui al pil - come
referente del benessere di una nazione - venga sostituito un criterio
politico che ha nell’uomo e i nei suoi bisogni fondanti il criterio di
ricerca e scelta.


Oggi più che mai sembra che l’ambiente possa definitivamente assurgere
a problema capitale e non semplice corollario di governi che non
vogliono fare la figura dei cattivi.


Oggi come mai qualcuno accenna al problema demografico mondiale. Non
nei riduttivi termini produttivo-economici, entro i quali normalmente
viene citato a sostegno dei problemi di crescita economica che
affliggono tutti gli stati indebitati; neppure in quelli a sfondo
razzistico, usati per argomentare - più o meno velatamente - che
musulmani e cinesi seppelliranno tutti i signor Rossi e con buona pace
di tutti. Il problema demografico riguarda invece l’implicito concetto
di crescita infinita, incompatibile con tutto, in particolare con una
Terra finita. Se la crescita demografica, così auspicata affinché i
signori Rossi restino prevalenti sui Mohammad, affinché nuovi
consumatori sostituiscano quelli che ci hanno lasciato e l’economia
possa così mantenere il suo règime, è invece vista attraverso la
preoccupante ottica della ninfea, il sentimento e quindi le cose
cambiano.


In un lago le ninfee raddoppiano ogni giorno. Se impiegano 10 giorni a
coprire l’intera superficie, quanti giorni saranno necessari per
coprirne la metà?


Ecco, indipendentemente dal punto in cui siamo - che non è certo ai
primi giorni - la questione demografica, come qualunque altra se vista
con la storpiante lente della crescita infinita, ha questa
caratteristica. Preoccuparsene ha senso, affinché le case
farmaceutiche, già abili nel mantenere alto il mercato dei propri
clienti, non siano esortate - stavolta esplicitamente  - a produrre e
diffondere pillole decimanti, e contagianti virus dal costoso
antidoto. Sempre per il bene comune, sia chiaro.
Durante l’incontro, non una voce è stata dedicata alla sicurezza
dall’interno, come se disoccupazione, soglia della povertà, oltre alla
criminalità organizzata e vessazione fiscale non facessero parte del
problema.

Ma era tutta una sensazione che suggellava quell’ipotizzare e quel
supporre. Una sensazione coltivata entro l’intimità del proprio
ambiente, tra le strenue staccionate con le quali cerchiamo di
proteggere il nostro pensiero, entro le quali cerchiamo di erigere le
nostre rampe di lancio verso il futuro.
Una recinzione eretta con tutto il nostro impegno, ma la cui tenuta è
scarsa, nulla, di fronte alle altre forze in campo. Quanto godiamo,
quanto lucidamente vediamo al cospetto del nostro focolare, confortati
da amici e sodali, viene spazzato via come una vita nella pressione
incalcolabile di una valanga carica della cultura che vorremmo
aggiornare.

Così, costretto da un aggiornamento obbligatorio ai giornalisti, ho
presenziato ad un incontro intitolato Le prospettive della Nuova
Strategia globale dell’Unione Europea.
Al tavolo la moderatrice, professoressa Paola Bilancia, Università
degli Studi di Milano, ha presentato i relatori come i massimi esperti
nazionali ed internazionali sul tema della sicurezza dell’Unione.


Erano i dottori
Flavio Brugnoli, direttore Centro Studi sul Federalismo, Gianni
Bonvicini e Vincenzo Camporini, entrambi Vicepresidenti Istituto
Affari Internazionali, quest’ultimo ex Capo di Stato Maggiore della
Difesa 2008-11.
In quell’aula la mia staccionata ha retto poco, niente, sotto il peso
di quanto sentivo.


Ecco qualche appunto preso in ordine cronologico.


- La strategia egemonica degli Stati Uniti si avvia dal dopoguerra con
il piano Marshall, la creazione della Nato, l’imposizione del dollaro
come riferimento dell’economia mondiale. Nulla di strano da un punto
di vista storico. La sorpresa sta nel sentirlo affermare come una
conditio sine qua non della nostra stessa storia e cultura; nel
sentirlo affermare come dato costituente di noi stessi, non come dato
dal quale liberarsi; nel vederlo dichiarato come necessario, lasciando
che la nostra sovranità, politica, economica vada perduta tranne che
per avvallare quell’egemonia.


- L’incontro aveva come fulcro il recente (28.06.16) rapporto della
nostra Federica Mogherini, attuale Alto rappresentante dell’Unione per
gli affari esteri e la politica di sicurezza, Una strategia globale
per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, da cui il
titolo dell’incontro al quale stavo partecipando. Il documento,
naturalmente più volte citato, è servito anche per precisare che
attualmente il problema della sicurezza non riguarda più come in
passato una questione tra stati, ma la minaccia viene da entità che
non sono solo stati. Vero e sacrosanto, tuttavia mi ha ricordato
quanto le leggi - costituenti a parte - tanto più hanno a che fare con
i grandi numeri, tanto più sono in ritardo rispetto a ciò che vogliono
regolamentare. Senza contare che nei grandi numeri, e la
globalizzazione li ha fortemente moltiplicati, la velocità di
mutamento è a sua volta accelerata, rendendo fortemente volatili le
dinamiche intersociali. E la globalizzazione della comunicazione ne è
il sistema circolatorio. Dunque un’asserzione del rapporto, presentata
come cardine imprescindibile per la sicurezza nel 2016 a 15 anni dal
crollo delle Twin Towers, oltre tre mila morti, a 23 dal primo
attentato di al Qaeda sempre alle Torri Gemelle del 1993, sei morti,
mille feriti. Oltre alla contabilità dei morti e degli anni c’era da
considerare il simbolismo di quelle azioni per cogliere prima d’ora
che nel mirino della sicurezza era entrato un elemento che non si
muoveva per invadere stati ma valori, che il World Trade Center meglio
di altro esprimeva e testualmente dichiarava.


La panoplia occidentale, quindi anche europea, è sempre più estesa e
articolata. Ciò comporta un sicuro incremento di attenzione e ricerca
nella tecnologia perché è il vantaggio tecnologico che produce
sicurezza. Non ricordo chi dei quattro l’abbia detto ma tutti erano
d’accordo e non hanno obiettato né rimodulato il concetto. Siccome la
paura è crescente e siccome con essa si abbassa lo standard di
tolleranza, le forze da dedicare allo stato sociale tenderanno a
ridursi affinché quel vantaggio tecnologico sia mantenuto. Sempre che
la Cina, l’India, il Pakistan, la Russia non la pensino nello stesso
modo.


Ai tempi di Solana, che precedette la Mogherini, due problemi che l’UE
voleva affrontare erano l’incremento del mercato delle armi e le
mafie. Nel rapporto del 2016 si trova invece un appello alla questione
ambientale e uno a quello esistenziale. Bello. Ci sarebbe d’andarne
fieri. Ci sarebbe, sì, perché poi ho sentito dire, ripetere e ribadire
che è un peccato che i finanziamenti alla Difesa siano stati ridotti.
“Un peccato perché grazie all’industria per gli armamenti avremmo
goduto di positive ricadute sociali, perché il pil crescerebbe. In
pratica è un boomerang doloroso non incrementare quell’industria.”
- Nel documento si fa volontà di elevare l’Unione Europea a attore
internazionale. È stata una delle sorprese. Pensavo che quella volontà
esistesse da sempre, che precisarlo ora a mo’ di linea guida, fosse
pleonastico. Mi sbagliavo. Come quando credevo che la mia staccionata
avesse potuto reggere la magnitudo alla quale stavo assistendo.


- L’Unione Europea è un cantiere aperto, leggevo su una delle
diapositive sul muro alle spalle del tavolo dei relatori. Non era un
titolo allarmante, almeno fino a quando ne ho ascoltato i contenuti,
tutti, effettivamente, di non facile accesso ai profani, tutti
prodotti evidentemente da accurati e particolari studi e ricerche. “La
sicurezza dell’Unione dipende dai valori e dagli interessi dei 27
Paesi che ne fanno parte.”


Di Junker, attuale vice della Mogherini, si è detto poco e quel poco
non poteva che essere la sua affermazione dedicata ad invocare la
necessità di un esercito europeo. Il discorso è subito andato avanti,
tranne che per un attimo, nel quale mi sono chiesto che senso patrio
potessero avere quei soldati e che forza morale per tenere duro visto
che sarebbero stati irregimentati per denaro e non per ideali.
Ma come dare contro a dei professionisti della guerra, se gli stessi
ministri degli esteri dei Paesi membri dell’Unione Europea in
occasioni quali la crisi jugoslava, solo per dirne una, non sono
convolati loro sponte - e neppure da nessuno sollecitati - ad un
comune tavolo a Bruxelles per dedicarsi anima e corpo alla ricerca di
una azione europea.


- Ma nel 2016 c’è stato un altro step da non tralasciare. Questa volta
senza ironia visto le tragedie che evoca. Il documento riferisce di
realizzare una politica estera militare non più dedicata a far capire
a quei selvaggi come si devono organizzare gli stati e come devono
stare le cose, bensì in forma di aiuto senza alcuna ingerenza. Dopo
l’epoca, i mercenari e le risorse spese per l’esportazione della
democrazia abbiamo capito ciò che, tra gli altri, anche Mu’ammar
Gheddafi aveva in pratica detto in suo intervento alle Nazioni Unite
il 23 settembre 2009.
- Ora l’Unione Europea da economica deve divenire politica affinché la
sicurezza se ne giovi. Se l’avessi letto in un tema liceale avei
pensato d’essere di fronte ad uno statista in fieri. Al momento mi
sono sentito travolto da un’onda più forte delle precedenti.

Del mio recinto non restava nulla e, non riuscivo a vedere bene, ma
probabilmente anche del mio praticello. Ma è bastato poco per
accorgermi che non avevo previsto male.
- L’attuale situazione sta entro le 3C. Complesso, per movimenti dei
poteri e degli interessi nazionali; Connesso, ogni evento ovunque si
verifichi deve interessarci, tutto è connesso a tutto; Conflitto, che
ora è da considerare permanente. È una sintesi efficace che non so da
chi possa essere contestata. È una sintesi che dice che siamo sulle
uova, che sa che Donald Trump o Marine Le Pen - nel caso vincesse le
presidenziali francesi del prossimo aprile - potranno con poco muovere
molto. Forse più che un cantiere, l’Unione Europea è un omelette,
nella quale, tra l’altro, delle nostre specialità non si sentirà
neppure il retrogusto.

L’incontro al quale stavo partecipando, oltre che momento
dell’aggiornamento dei giornalisti era elemento di un corso
universitario, numerosi erano gli studenti presenti. Per questi e per
i colleghi che non si erano mai occupati di certi argomenti, no, ma
per me sentii imbarazzo più volte assistendo alla presentazione di
consapevolezze circolanti da decenni e anche secoli, come illuminanti
intuizioni dell’ultima ora, a firma Unione Europea.

La motonave della cultura ha curve lunghe e gira piano, ancora più
piano in momenti di crisi, di nazionalismi e di paure. In queste
contingenti, burrascose acque tutti i marosi vanno presi di prua.
Appare perfino infantile pensare ad alternative quando “manca la mappa
del disegno complessivo della politica dell’Ue”. Chi ha il timone non
ha la rotta. Una banalità per chi si guarda intorno, per quanto
terrifica.


Come diceva in una domanda posta ai relatori da un giornalista
presente “il casino organizzativo è assoluto.”

Dunque nessun lapillo verso quella meta che ci sta a cuore, che ci era
parsa a volte prossima.


Ma quanto manca alla fine?


Lorenzo Merlo


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Calcata fra storia e psicostoria – Il viaggio dei Falisci dall’Indo al Treja!


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Questa è una testimonianza sulla amicizia e sulla connivenza culturale che mi legò all'archeologa Gilda Bocconi. In seguito all’insistenza e alla pressione che continuamente operai nei suoi confronti infine ottenni il documento che segue. Voglio però raccontare alcuni retroscena sul perché ed in che modo tutto ciò avvenne.
Tanti anni fa sentii l’ascendere di sensazioni e messaggi dall’inconscio, percepii quello che realmente Calcata era stata ed il suo ruolo nelle trame primigenie della vita nella società umana. E’ come se gli antichi spiriti della valle del Treja, il genius loci, mi parlassero per confidarmi dei segreti rimasti per troppo tempo nascosti. 
A dire il vero la verità su Calcata e sull’antichità della civilizzazione ad essa collegata mi era stata svelata già con il libro dell’archeologo Potter che negli anni ’60 fece una grande campagna di scavi su Narce, riscontrando le vetustà del sito. In un’altra occasione ricordo la visita di Marcello Creti, un sensitivo che viveva a Sutri, il quale mi raccontò di una antica civiltà Antalidea che aveva trovato rifugio qui a Calcata, attenzione non si tratta dei rifugiati di Atlantide bensì di un’altra mitica popolazione di “prima che nascessero gli dei”, secondo lui di origine extraterrestre. Io invece propendo per una provenienza terrestre, dalla valle dell’Indo (Moenjo Daro, Harappa e Dwarka) che subì un tracollo in seguito all’essiccazione del fiume Saraswati ed a una grande guerra universale (per quei tempi) avvenuta circa ventimila anni prima di Cristo. 
Secondo alcuni storici religiosi induisti tale guerra è descritta nel Mahabarata, un’epica in cui si parla di armi potentissime e di veicoli volanti. Insomma presuppongo che una fazione transfuga riuscì infine a rifugiarsi lontano dal campo di battaglia, qui sul Treja (che tra l’altro riprende il nome di un maestro d’origine divina chiamato Dattatreya) contribuendo infine alla fondazione di Fescennium (la città primigenia dei Falisci) . Infatti i Falisci parlavano una lingua indoeuropea (molto simile al sanscrito) essendo in realtà il latino stesso, cosa che mi fa presupporre che i latini non fossero altro che una tribù falisca. Ma di tutto questo parlerò un’altra volta…
Insomma l’importanza di Calcata mi era stata rivelata in vari modi, ma non c’è un vero e proprio riconoscimento ufficiale delle mie teorie da parte degli archeologi e storici, che preferiscono non sbottonarsi su ipotesi “fantasiose”, sia pur affascinanti e presumibilmente vere. Comunque è certo che Calcata è all’origine di ogni altra civilizzazione italica, essendo il luogo in cui una civiltà si manifestò per prima, più avanti leggerete che Gilda fa risalire il luogo al XV° secolo a.C. ma altre fonti si spingono molto più indietro nel tempo.
Allorché conobbi Gilda Bocconi, una archeologa che si era occupata lungamente dell’Agro Falisco, prima abitando a Capena e studiando i Falisci Capenati ed infine a Nepi, città di confine tra Falisci ed Etruschi percepii la sua disponibilità ad accondiscendere, almeno in parte, alle mie teorie “fantascientifiche”. Gilda era una persona incredibile, all’apparenza sembrava l’incarnazione della Grande Madre…
Gi ultimi anni della sua esistenza li trascorse restando chiusa in una casetta in mezzo ad un bosco, riuscendo a malapena a spostare la sua mole corporea fra il tavolo dov’era la sua macchina da scrivere ed il suo letto. Proprio in quel periodo di sua totale inamovibilità fisica ma di piena lucidità mentale riuscii a convincerla a scrivere alcune “ipotesi” sulla nascita della civilizzazione falisca e sul nostro rapporto personale. Quello che segue è il suo articolo sul tema.
Paolo D’Arpini

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Calcata. Una storia nella storia.
Non ricordo esattamente quando andai per la prima volta a Calcata ma ho ben presente il senso di vertigine che ebbi nel passare sul ponte sospeso nel vuoto e poi sulla via stretta fra il dirupo e la parete rocciosa, messi i piedi in terra, l’accogliente piazzetta mi rassicurò definitivamente. Passai sotto la porta e in poco tempo, oltrepassato il paese medio ed entrata in quello antico, mi sono trovata di nuovo affacciata sul nulla, in posizione aerea in uno sfolgorio di verde e di sole. Rimasi incantata dal contrasto fra il borgo piuttosto piccolo, raccolto, dalle architetture graziose, quasi un nido, e gli aspri e selvaggi orridi della valle del Treja.
Narce si ergeva ardita proprio di fronte, Narce, la favolosa Narce! Croce e delizia di una generazione di archeologi italiani ed inglesi. In quel periodo frequentavo i corsi di proto-storiaeuropea e, benché non avessi partecipato agli scavi, vivevo l’atmosfera bollente delle dispute e delle gelosie che aveva suscitato quel ritrovamento importantissimo. L’insediamento testimoniava infatti una continuità di vita dal Medio Bronzo (XIV° sec. a.C.) al VI° secolo a. C.. In seguito gli abitanti si erano spostati anche su Pizzo Piede, Montelisanti e sull’attuale Calcata. Era la prova dell’autoctonia degli Etruschi e dei Falisci, accettando però l’ipotesi dell’arrivo di piccoli gruppi, mercanti e artigiani, provenienti soprattutto dal mondo egeo-anatolico.
Tornai a Calcata in seguito, quando seppi come il Comitato per Calcata Viva fosse riuscito a far togliere il vincolo di inabitabilità. Capena, nella quale nel frattempo mi ero trasferita aveva gli stessi problemi. Fu allora che conobbi anche il Circolo vegetariano e Paolo D’Arpini. Il Circolo si trova sulla destra, prima di passare sotto l’arco, e spesso vi si poteva incontrare Paolo seduto su una scaletta, un pò nascosto dai fiori (o dalle erbacce), contornato da cipolline, broccoletti e melucce piccole ma buone, quasi sempre calmo e olimpico (perché le tempeste lui le nasconde socchiudendo gli occhi), con un berretto alla ‘garibaldina’, sornione guarda chi passa, quando ti riconosce si alza sorridente e ti fa entrare al Circolo. Malgrado l’aspetto egli ha portato avanti molte iniziative per la valorizzazione della valle del Treja: la lotta per impedire una discarica inquinante, la difesa dell’identità locale, con il bioregionalismo, e altre attività per la libertà individuale.
Ricordo ancora con piacere le riunioni che spesso terminavano con un convivio sempre accompagnato da un ottimo vinello e da dolcetti paesani. A quel tempo ero una accanita fumatrice ed ho sofferto perché al Circolo non si può fumare, spesso (per rifarmi) andavo in un baretto vicino, simpatico e all’antica, gestito da una famiglia, dove potevo fumare voluttuosamente. Comunque Paolo è un vulcano di idee, con lui puoi anche non essere d’accordo su certe cose, infatti egli accetta volentieri il dibattito ed il confronto. Osservando lo stemma di Calcata, ho cercato di spiegarmi meglio questo nome (ed il suo significato). In effetti la forma è quella di un tallone, tallone di calcare, cioè roccia, ma forse il nome è estensibile anche ad un altro vicino insediamento diruto, in cui vi sono i resti della chiesa di Santa Maria di Calcata.
Nell’antichità era indicato come ‘tallone’ anche la pietra al centro dei circoli sacri, ove erano celebrati i riti ed i sacrifici, certo nella zona son stati ritrovati diversi templi sin ora di epoca ellenistica (IV sec. a.C.) mentre sappiamo che Narce (Fescennium?) risale all’età del bronzo. Chissà se proprio nell’attuale Calcata fosse situata l’antica area sacra? Probabilmente resta solo un’ipotesi, una sensazione, così come Paolo ’sente’ ed immagina gli antichi falisci della valle del Treja nello spirito arguto e smaliziato dei “Fescennini” e le preghiere alla Dea Madre, manifestazione della natura e della vita.

Gilda Bocconi

Sterminio dei popoli - Le bugie papali sono evidenti....


Risultati immagini per la guerra che piace al papa

Il Papa dovrebbe scomunicare i governi, ministri e parlamentari della guerra (l'Italia negli ultimi 26 anni ne ha fatte ben 7, tutte di aggressione contro gli altri popoli), per violazione grave dei comandamenti fondamentali, incluso quello relativo all'azione irrimediabile: "Non uccidere".


Ma non lo fa, fa finta di niente.


Nemmeno i suoi predecessori lo hanno mai fatto. Perché nella realtà non ci sono cristiani, nemmeno il papa.


Amano tutti (quasi, limitiamoci a dire "moltissimi") definirsi tali, ma semplicemente non è vero, è una bugia.


Si tratta di uno di quei tanti casi di menzogna che si finisce
facilmente per dimenticare, a causa dell'abitudine. Ma ogni tanto è bene farne memoria: il nostro NON è un "paese
cristiano", fa solo finta.


Il che ci dice anche che una ulteriore menzogna è quella della "guerra tra civiltà" cristiana ed islamica: a parte il fatto che le guerre si fanno per interessi materiali (costano soldi, e i soldi si spendono per guadagnare qualcosa) non so (e non mi interessa sapere) se siano davvero islamiche le nazioni definite verbalmente tali, ma so che non lo sono quelle che si definiscono cristiane, perché lo vedo da sempre, essendoci nato e vissuto in mezzo.


In assenza di cristianesimo non è possibile che il medesimo si trovi a confronto o in scontro con altre religioni.


La noiosissima propaganda sulle radici religiose offre l'occasione di ricordare che si tratta di una grande panzana, per assenza di cristianità.


Fu miserabilmente ridicolo l'episodio televisivo nel quale, anni fa, Casini lodò D'Alema per avere mostrato "grande senso di responsabilità" nella gestione della guerra contro la Jugoslavia: la guerra è anticristiana ed antiproletaria, sicché entrambi i due loschi figuri avevano tradito gli impegni ideali formalmente alla base delle loro carriere politiche. Ma nessuno, in studio, lo fece loro presente.

Complessivamente, la nostra "civiltà" è, tra le altre cose, falsa e bugiarda.
- "Signor Gandhi, che cosa ne pensa della civiltà cristiana?"
- "Potrebbe essere una buona idea, perché non provate?"
(da una vecchia intervista al Mahatma).


Simon Smeraldo